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Touki Bouki - Wikipedia

Un film di Djibril Diop Mambéty. Con Magaye NiangMareme NiangAminata FallOusseynou Diop Titolo originale Touki BoukiDrammaticodurata 88 min. – Senegal 1973.

Mory, un centauro che guida una moto con un cranio di mucca sul davanti, e Anta, una studentessa universitaria, si sono incontrati a Dakar, la capitale del Senegal. Sentendosi alienati e fuori luogo in Senegal e in Africa, intraprendono un viaggio verso Parigi e fanno tutti i piccoli lavoretti legali e illagili possibili per finanziarsi l’impresa.

Locandina italiana Guida per riconoscere i tuoi santi

Un film di Dito Montiel. Con Robert Downey Jr., Shia LaBeouf, Chazz Palminteri, Dianne Wiest, Channing Tatum. Titolo originale A Guide to Recognizing Your Saints. Drammatico, durata 98 min. – USA 2006. – Mikado uscita venerdì 9 marzo 2007. MYMONETRO Guida per riconoscere i tuoi santi * * * - - valutazione media: 3,24 su 50 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Astoria, Queens, 1986. Manhattan, ombelico del mondo, è a pochi chilometri ma temporalmente ad anni luce di distanza. Dito vive con i suoi genitori e trascorre la giornata con i suoi amici di strada, fra droga, noia e microcriminalità. Un mondo chiuso, una sorta di ghetto in cui la società wasp americana sembra aver confinato italiani, portoricani, greci, un quartiere senza via di scampo che a un certo momento inizia a stare troppo stretto a Dito che decide così di partire per la California. Per tornare poi solo quindici anni più tardi, perché il padre è malato e per affrontare definitivamente il passato, con i suoi fantasmi e il suo fardello emotivo.
Folgorante opera prima di Dito Montiel, prima scrittore che regista: il film è infatti tratto dal suo omonimo romanzo autobiografico che, a conferma del fatto che il sogno americano probabilmente ancora esiste, un giorno è capitato nelle mani dell’attore Robert Downey Jr. che ne ha subito carpito le grandi potenzialità come sceneggiatura. Un ritratto schietto e insieme raccapricciante di una comunità di giovani allo sbando, un affresco corale senza riserve, che per la spontaneità e la fresca inventiva ha tutto il sapore del geniale esordio ma per la maturità e la consapevolezza registica rimanda più volte al coppoliano I ragazzi della 56° strada, alle varie inquadrature di strada di Martin Scorsese e anche alla vena più strettamente documentaristica del Fernando Meirelles di City of God.
Con un ritmo che sempre asseconda la diegesi filmica, senza niente concedere a facili patetismi, con una fotografia dialogante e protagonista, con una colonna sonora partecipata (con tanti brani cult del tipico pop eigthies), il film da spaccato di una società si fa racconto di una vita: e così viene mostrato il ritorno di Dito a casa, la sua umiltà, la sua forza nel far vedere le proprie fragilità e debolezze, il suo mettersi in discussione fino a ritrovare l’amore. Dei genitori e degli amici, quei “santi” del titolo abbandonati e non compresi in giovinezza.
A coronare una pellicola eccellente un cast altrettanto esemplare su cui spicca un Chazz Palminteri che finalmente esce dal consueto ruolo da caratterista e, svestendo i panni appunto del mafioso, indossa quelli di un padre dall’umanità commuovente.

Regia di Davide Marengo. Un film Da vedere 2007 con Giovanna MezzogiornoValerio MastandreaEnnio Fantastichini, Anna Romantowska, Roberto CitranFrancesco PannofinoCast completo Genere Commedia, – Italia2007durata 104 minuti. Uscita cinema venerdì 11 maggio 2007 distribuito da 01 Distribution. – MYmonetro 2,96 su 16 recensioni tra criticapubblico e dizionari

È un anomalo thriller divertente che fa capo a una ladra solitaria e seduttiva e a un autista d’autobus, pokerista indebitato, “normalmente vile”, troppo abituato a guardare nello specchietto retrovisore. La prima entra in possesso, senza saperlo, di un microchip concupito da molti perché vale due milioni di euro, e coinvolge il secondo in una concitata corsa d’inseguimento, seminata di morti ammazzati. È il caso raro di un film italiano difficile da etichettare perché pratica con brio la mescolanza dei generi e dei registri (thriller, noir, pulp , commedia, spionaggio, love story), frutto di una sceneggiatura riscritta più volte che mira a divertire il pubblico e ad accontentare i critici esigenti, purché svegli e senza paraocchi socio-ideologici, affidato da due produttori a un regista esordiente (nella fiction). Trasuda – a tutti i livelli – del piacere di raccontare una storia affollata di personaggi ben disegnati (un malinconico Fantastichini) senza preoccupazioni né velleità di rispecchiamento della realtà. Da ammirare la versatile Mezzogiorno che fa da motore all’azione e da traino a Mastandrea. Scritto da Fabio Bonifacci e Giampiero Rigosi, autore del romanzo omonimo (2000). Fotografia: Arnaldo Catinari che ha usato una pellicola ultrasensibile (1000 ASA) per sfruttare le luci naturali e notturne di Roma. Montaggio: Patrizio Marone. Musiche: Gabriele Coen e Mario Rivera con La Paranza e Mi persi di Daniele Silvestri.

Girotondo Giro Intorno Al Mondo: Amazon.it: Curreli,Boberg ...

Un film di Davide Manuli. Con Simona CaramelliLuciano CurreliSarah BobergDavide ManuliAlex Fetiveau Drammaticodurata 87 min. – Italia 1998.

Angelo è un orfano che è cresciuto con una donna nomade. Reagisce al dolore per la morte del più caro amico per overdose grazie all’incontro con Serena. Costei sopravvive facendo la prostituta ma non ha perso la speranza. Un’opera prima a cui non manca l’intuito visionario.

Regia di Davide Manuli. Un film con Fabrizio GifuniPaolo RossiRoberto Freak AntoniLuciano CurreliSimone MaludrottuCast completo Genere Drammatico, – Italia2008durata 80 minuti. Uscita cinema venerdì 17 maggio 2013 distribuito da Distribuzione Indipendente. – MYmonetro 2,15 su 5 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Per fare qualcosa di beckettiano non basta volerlo, ispirandosi vagamente a Aspettando Godot (1952) di Samuel Beckett. In una desertica terra di nessuno e fuori dal tempo, due uomini aspettano a una fermata un bus che arriva senza fermarsi. Decidono allora di cercare a piedi quel dio (God-ot), intuito dietro la montagna sotto forma di sonorità musicale. A cosa si affida Manuli per chiudere con un film metafisico una trilogia sul cinema della solitudine? Non alle parole: pochi dialoghi, fondati su un’accanita ripetizione di frasi neutre che dovrebbero far ridere. Non a un apologo: più che una trama, c’è una sequela di incontri con bizzarre figurine. Spinto dalla necessità di esprimersi in libertà per unire “la povertà produttiva alla ricchezza dei contenuti”, ha girato per 13 giorni (fotografia: Tarek Ben Abdallah) con una squadra di 10 persone, in suggestivi paesaggi naturali in Sardegna (Gallura, Cabras, miniera di Montevecchio, dune di Piscinas) e in Umbria (piana di Castelluccio). Senza regole né autocensura. Si vede.

Locandina Solo sotto le stelle

Un film di David Miller. Con Gena RowlandsKirk DouglasMichael KaneWalter Matthau Titolo originale Lonely Are the BraveWesternRatings: Kids+13, b/n durata 107 min. – USA 1962

Per aiutare un amico in prigione, un uomo fa in modo di finire dentro anche lui. L’altro però rifiuta di scappare; allora egli evade da solo. Fuggendo con la sua cavalla finisce su un’autostrada bagnata. L’animale si imbizzarrisce e l’uomo viene stritolato da un autotreno.

Regia di David Robert Mitchell. Un film Da vedere 2014 con Maika MonroeKeir GilchristJake WearyOlivia LuccardiDaniel ZovattoCast completo Titolo originale: It Follows. Genere Horror, – USA2014durata 94 minuti. Uscita cinema mercoledì 6 luglio 2016 distribuito da Koch Media. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 – MYmonetro 3,23 su 6 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

In una anonima provincia americana, una inarrestabile e funesta presenza assassina viene trasmessa facendo sesso. Un po’ come nel puerile gioco “ce l’hai”, per liberarsene prima di essere uccisi occorre passare la maledizione a un’altra persona. Per l’appunto, con l’atto sessuale. L’ambizione di Mitchell è creare uno scenario onirico di disagio e coreografare insieme vari elementi degli horror del cuore visti quando era giovane. Eccessivamente ambizioso nel suo voler essere metafora del percorso di crescita e isolamento familiare (gli adulti non ci sono o sono inutili). Una storia dell’orrore che non fornisce spiegazioni, impressiona i dilettanti, fa ridere gli appassionati. Esce da noi con 2 anni di ritardo.

Regia di David Michôd. Un film Da vedere 2009 con Ben MendelsohnJoel EdgertonGuy PearceLuke FordJacki WeaverSullivan StapletonCast completo Genere Drammatico, – Australia2009durata 112 minuti. Uscita cinema sabato 30 ottobre 2010 distribuito da Mikado Film. – MYmonetro 3,62 su 5 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

La madre di J non apre più gli occhi. Muore dopo una fatale overdose. Il figlio disperato chiama la nonna che lo accoglie nella sua famiglia di criminali. Fratelli di sangue e tra il sangue, in lotta senza esclusione di colpi con la polizia a Melbourne. Tra strategie processuali manipolate e vendette servite su piatti gelidi, J perderà la sua innocenza di adolescente.
David Michôd, il regista di Animal Kingdom, è al suo primo lungometraggio ma non ha tradito il suo passato di reporter d’inchiesta sulla criminalità a Melbourne. Il suo è uno sguardo da etologo del crimine: filma il sistema malavitoso come se fosse un regno degli animali (animal kingdom in inglese) dove vincono i più forti, quelli che mangiano i più deboli, ma nasconde pure, nel suo impasto tra velato doc e fiction, un’idea di critica della delinquenza come reame di selvaggi che non sono uomini né animali sociali. La condanna morale si ferma però presto, lasciando spazio ad un universo intricato dove nessuno è davvero buono o totalmente cattivo, tranne il poliziotto interpretato da Guy Pearce. Prestazione titanica per l’attore di Memento così come superba la prova della nonna ‘smurf’ (Jacky Weawer), fantastica donna attempata dai sorrisi psicotici.
Tutto il cast gira bene negli ingranaggi maligni di Animal Kingdom, più che un semplice poliziesco un “crime drama” che rifiuta l’eccesso estetico della morte, gli inseguimenti roboanti ma preferisce personaggi solidi e un “oscuro scrutare” della macchina da presa: lenta, ansiogena, torbida che ricorda il miglior Polanski o Cronenberg e trova anche il bacio accademico del Sundance Festival 2010 che lo laurea miglior film straniero.
Dopo la crime series UnderbellyAnimal Kingdom mostra al mondo un’altra faccia dell’audiovisivo made in Australia e Nuova Zelanda che non è l’autorialità di Jane Campion o i lussureggianti effetti speciali di Peter Jackson. Michôd fa un film tanto raro quanto innovativo, un lento declino in una scacchiera di colpi di scena disorientanti, in un racconto dove nemmeno l’amore e la morte sanno da che parte stare.

Regia di David Mamet. Un film Da vedere 2001 con Gene HackmanDanny DeVitoDelroy LindoRebecca PidgeonSam RockwellRicky JayCast completo Titolo originale: Heist. Genere Drammatico – USA2001durata 109 minuti. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 6 recensioni.

Nessuno sa ideare e portare a termine un colpo con la perizia di Joe Moore (Gene Hackman): aria distaccata e sorniona, modi freddi ma gentili, è un rapinatore che riesce ad essere razionale anche sotto pressione. Nell’ultimo, geniale furto ad una gioielleria, però, il suo volto viene ripreso dalle telecamere: il colpo riesce comunque, ma Joe ritiene sia arrivato il momento di ritirarsi.Non la pensa così il ricettatore Mickey Bergman (Danny De Vito), che lo costringe a progettare un furto di lingotti d’oro caricati nella stiva di un aereo svizzero. E per essere ben sicuro che Joe non cambi idea, gli mette alle costole l’ambizioso Jimmy Silk, che non nasconde il proprio interesse per la giovane e bella moglie di Joe, Fran (Rebecca Pidgeon, per la cronaca l’attuale moglie di Mamet). Affiancato dai suoi compagni di sempre, Bobby e Pincus, Joe mette a punto un piano, o meglio, più piani di riserva, poichè qualcuno – o forse tutti – sembrano fare il doppio gioco… Presentato con successo all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, Heist è un incastro di scatole cinesi, dove ogni tranello ne nasconde un altro. David Mamet, regista e sceneggiatore ironico e tagliente, è bravo a costruire una storia complessa, dove la lealtà, dichiarata, scontata, sottintesa o tradita, è la chiave di volta per capire l’andamento della storia. È nell’evoluzione dei rapporti tra i membri della banda che si nasconde il vero giallo.

Locandina Oleanna

Un film di David Mamet. Con William H. MacyDebra EisenstadtScott Zigler Drammaticodurata 89 min. – Gran Bretagna, USA 1994.

John, un professore universitario dalla brillante carriera, riceve nel suo studio Carol, una studentessa scontenta, convinta della propria stupidità. L’insegnante cerca di essere comprensivo, di aiutarla; preso da problemi personali (sta per acquistare una nuova casa) finisce col fare qualche affermazione potenzialmente ambigua.
è la trasposizione cinematografica del testo teatrale scritto da David Mamet nel 1993, che l’anno seguente ne curerà la regia. Rispetto al testo, il prolifico drammaturgo e celebre sceneggiatore, mantiene la struttura divisa in tre atti; Oleanna è il titolo della canzone universitaria sulle cui note si apre e chiude la pellicola. L’azione, a parte qualche breve momento, si consuma esclusivamente all’interno dello studio del professore. La regia, volutamente asciutta, essenziale, quasi neutra, si concentra sugli attori. Perfetti William H. Macy e Debra Eisenstadt nel dare corpo ai due protagonisti: al professore, assorto nelle proprie urgenze personali tanto da commettere, probabilmente, la leggerezza di dare ascolto alla giovane senza tenere conto di un certo protocollo, e alla studentessa, con quell’iniziale balbettio nell’affannosa ricerca dell’espressione appropriata.
Da una conversazione “normale” tra insegnante e allievo, si assiste all’inasprirsi della situazione e alla formulazione, da parte della ragazza, di una vera e propria accusa contro il proprio interlocutore di maschilismo, di razzismo, di molestie sessuali. Il professore è del tutto impotente e lo spettatore non può che osservarne le dinamiche rispetto al ribaltamento del proprio status, allo stravolgimento delle proprie certezze, di quelle sicurezze su cui ha costruito la propria vita: gli affetti, una certa agiatezza, il lavoro (è infatti in attesa dell’assegnazione della cattedra per cui ha lavorato duramente nel corso degli anni).
Chi è il manipolatore e chi è manipolato? Nel ruotare intorno al fraintendimento del senso delle parole, Oleanna è un claustrofobico e riuscito gioco al massacro a due, una riflessione straordinariamente attuale sul potere.

Locandina Willard e i topi

Un film di Daniel Mann. Con Bruce DavisonElsa LanchesterMichael DanteSondra LockeWilliam Hansen. continua» Titolo originale WillardDrammaticodurata 95 min. – USA 1971.

Un giovane di nome Willard cerca uno sfogo alle proprie frustrazioni ammaestrando un piccolo esercito di topi che poi utilizza per una serie di vendette contro il suo odiato principale. Un giorno quest’ultimo uccide uno dei topi al quale il giovane era più affezionato. Willard gli scatena addosso il suo piccolo esercito e il poveraccio, terrorizzato, si getta dalla finestra. Ormai soddisfatto, il giovane fa poi in modo che tutti i suoi temibili roditori affoghino. Centinaia di altri topi vendicheranno però i loro compagni facendo fare a Willard una terribile fine.

Regia di Daniel Nettheim. Un film con Willem DafoeSam NeillFrances O’ConnorSullivan StapletonDan WyllieCallan MulveyCast completo Titolo originale: The Hunter. Genere Drammatico – Australia2011durata 100 minuti.

Un mercenario viene inviato dall’Europa nel deserto della Tasmania da una misteriosa società biotech, per cercare l’ultimo superstite della tigre della Tasmania.

Regia di Daniel Monzón. Un film Da vedere 2009 con Luis TosarAlberto AmmannAntonio ResinesMarta EturaCarlos BardemManuel MorónCast completo Titolo originale: Celda 211. Genere Azione, – FranciaSpagna2009durata 110 minuti. Uscita cinema venerdì 16 aprile 2010 distribuito da Bolero Film. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +16 – MYmonetro 3,22 su 11 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Vincitore degli 8 principali premi Goya (tra cui regia, sceneggiatura, 3 attori), 15 milioni di euro di incassi in Spagna. Nella sezione di sicurezza della prigione di Zamora scoppia una rivolta, mentre un giovane agente è in visita il giorno prima di prendere servizio. Colto da malore, è messo in fretta nella cella vuota 211. Si spaccia per un detenuto nuovo, conquista la fiducia e l’amicizia di Malamadre, capo della rivolta. Passa dalla loro parte diventando un rivoltoso e difendendo le loro ragioni. Scritto da Jorge Guericaechevarría con il regista, dal 1° romanzo di Francisco Pérez Gandul, il 4° film di Monzón ha 3 pregi: autenticità di ambientazione, frutto di una puntigliosa indagine tra detenuti veri; ambizione di tragedia che impregna la metamorfosi del giovane antieroe e il suo rapporto con Malamadre; interpreti attendibili: non solo lo straordinario Tosar, ma anche le figure minori. La denuncia sui danni della detenzione carceraria non offre soluzioni: il mondo “dentro” corrisponde a quello “fuori”.

EAST IS EAST - Spietati - Recensioni e Novità sui Film

Un film di Damien O’Donnell. Con Om Puri, Linda Bassett, Jordan Routledge, Archie Panjabi, Jimi Mistry Commedia, durata 96 min. – Gran Bretagna 1999. MYMONETRO East is East * * * 1/2 - valutazione media: 3,81 su 13 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Ayub Khan-Din sceneggia una sua commedia di successo sul multietnismo nelle periferie britanniche e O’Donnell dirige un film eccezionale, ironico, trascinante: un vero fenomeno. Om Puri è il padre anglicizzato ma non fino al punto da non pretendere dai suoi figli un matrimonio tradizionale. Basset è la moglie british che si scontra con lui. I figli sono più inglesi di un nativo. Il melting pot produce un vero capolavoro cinematografico.

Regia di Crystal Moselle. Un film Da vedere 2015 con Mukunda AnguloBhagavan AnguloJagadisa AnguloKrsna AnguloNarayana AnguloCast completo Titolo originale: The Wolfpack. Genere Documentario, – USA2015durata 80 minuti. Uscita cinema giovedì 22 ottobre 2015 distribuito da Wanted. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 – MYmonetro 3,50 su 4 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

I sette fratelli Angulo, di madre statunitense e padre Inca peruviano, sono cresciuti nel Lower East Side di Manhattan come su un’isola deserta: per anni infatti hanno vissuto segregati in casa, uscendo un massimo di nove volte l’anno, e qualche anno non uscendo mai. Papà Oscar era l’unico a possedere le chiavi di casa, a decidere come e quando ci si potesse spostare all’interno dell’appartamento, ad assicurarsi che moglie e figli non venissero “contaminati” dal mondo esterno. Sui suoi famigliari l’uomo, seguace del culto Hare Krishna, aveva un potere assoluto. Del resto per i suoi sei figli maschi e la sua unica figlia femmina, nonché per la consorte, Oscar era Dio: un dio intransigente, a volte violento, spesso ubriaco e fuori controllo, sempre onnipresente.
The Wolfpack, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Sundance nella sezione Documentari, racconta – o meglio, fa raccontare ai diretti interessati – l’esistenza anomala degli Angulo e la loro graduale acquisizione di una misura di autonomia e autodeterminazione. La regista esordiente Crystal Moselle si è imbattuta per caso nei sei fratelli e li ha avvicinati a poco a poco, entrando in sintonia con quel nucleo famigliare così anomalo attraverso il comune amore per il cinema. Gli Angulo infatti hanno una vera e propria venerazione per la Settima arte, comunicata ai figli proprio dal Dio-padre: solo attraverso il cinema hanno conosciuto la realtà, e infatti quando la incontreranno “dal vivo” continueranno a paragonarla a scene delle migliaia di film cui hanno assistito, che hanno collezionato in forma di vhs e dvd, unici supporti mediatici, insieme a una videocamera, in una casa in cui televisione, computer e persino telefono erano off limits, in quanto veicoli di contaminazione col mondo.
I ragazzi Angulo, tutti incredibilmente cinegenici, si raccontano come personaggi da film, e si divertono a reinterpretare i copioni (trascritti parola per parola alla macchina da scrivere) dei loro film preferiti, creando i propri costumi con materiali di risulta. Per cinque anni Moselle ha filmato il loro cinema nel cinema, testimoniando con una sovrapposizione a matrioska la messinscena che è l’intera vita dei ragazzi. Anche la storia stessa di The Wolfpack è imbevuta di cinema, da Gli acchiappafilm a Mosquito Coast, con sfumature che ricordano, per rimanere al passato recentissimo, PartisanMiss Violence e Mustang, tutte storie di padri padroni seguaci di culti (o culture), e dei loro figli (e mogli) confinati in casa.
The Wolfpack non è un film di finzione, ma si inserisce in quel nuovo filone documentaristico che indica l’autentica direzione futura del genere: quello storytelling autoctono che non è né documentazione oggettiva della realtà, né ibridazione da docufiction (come Sacro G.R.A.The Wolfpack ricorda lo straordinario Stories We Tell di Sarah Polley, che ricostruiva la vicenda della madre dell’attrice canadese lasciando spazio a rivelazioni che si dispiegavano in tempo reale davanti agli occhi della figlia (e ai nostri). Sia in Stories We Tell che in The Wolfpack l’operazione registica è principalmente maieutica, l’intervento saggio e partecipe di una levatrice che accompagna e asseconda un parto naturale: forse non è un caso che dietro la cinepresa ci siano mani (e menti) femminili.
The Wolfpack è un’operazione metacinematografica che ha per location una camera oscura (l’appartamento a scatola cinese in cui sono rinchiusi gli Angulo, e nel quale ambientano le loro autorappresentazioni) animata da persone che sono simultaneamente esseri umani reali e interpreti cinematografici della propria esistenza. Ma è anche un commovente inno alla libertà come diritto umano inalienabile e una struggente presa di coscienza da parte di sei anime giovani (all’unica sorella andrebbe dedicato un film a parte) e una non più giovane.
Il vero salto di qualità però è compiuto dalla regista quando, dopo un’ora di documentario in cui hanno parlato i ragazzi e la moglie, dà voce anche a Oscar, contemplando la possibilità che esistano più sfumature in questa storia e più rifrazioni nel caleidoscopio umano, perché non esistono risposte semplici, né una comfort zone in cui trovare inequivocabilmente riparo. Questa si chiama onestà documentaristica, questo sì che è coraggio.

Regia di Dalibor Matanic. Un film Da vedere 2015 con Tihana LazovicGoran MarkovicNives IvankovicMira BanjacSlavko SobinCast completo Titolo originale: Zvizdan. Genere Drammatico, – CroaziaSerbiaSlovenia2015durata 123 minuti. Uscita cinema giovedì 28 aprile 2016 distribuito da Tucker Film. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 – MYmonetro 3,63 su 7 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

3 diverse storie d’amore tra 3 giovani croati e 3 giovani serbe di una stessa area rurale: 1) nel 1991, alla vigilia della guerra, Ivan e Jelena stanno per fuggire a Zagabria, ma il fratello di lei si oppone; 2) nel 2001, dopo la fine della guerra, Nataša, tornata nella sua casa diroccata, e Ante, il muratore che la sta restaurando, si attraggono ma sono divisi dal passato; 3) nel 2011, mentre tutti vogliono dimenticare e divertirsi, Luka si pente di aver abbandonato Marija anni prima per motivi etnici. Al suo 9° LM, l’autore croato Matanic denuncia la guerra attraverso una lucida analisi della sua violenza distruttiva. Ma non di quella militare, bensì di quella, ben più sottile, pervasiva e duratura che affligge le relazioni personali. I 3 episodi sono unificati non solo dal luogo e dagli stessi 2 attori protagonisti – la Lazovic e Markovic, di eccezionale bravura – ma soprattutto perché scandiscono l’evolversi della rovina bellica dell’amore: la sua distruzione, il tentativo fallito di ricostruirlo, il pentimento che apre la porta alla sua possibile rinascita. Scrittura personale e incisiva, fotografia scintillante (Marko Brdar), musiche originali (Alen e Nenad Sinkauz) che spaziano dal folclore tradizionale al rock elettronico dei nuovi gruppi giovanili balcanici. Premio della Giuria a Cannes per la sezione Un Certain Regard e una candidatura al premio Lux del Parlamento europeo.

Regia di Cristian Mungiu. Un film Da vedere 2016 con Adrian TitieniMaria-Victoria DragusLia BugnarMalina ManoviciVlad IvanovCast completo Titolo originale: Bacalaureat. Genere Drammatico, – RomaniaFranciaBelgio2016durata 128 minuti. Uscita cinema martedì 30 agosto 2016 distribuito da Bim Distribuzione. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 – MYmonetro 3,48 su 4 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Romeo Aldea è medico d’ospedale una cittadina della Romania. Per sua figlia Eliza, che adora, farebbe qualsiasi cosa. Per lei, per non ferirla, lui e la moglie sono rimasti insieme per anni, senza quasi parlarsi. Ora Eliza è a un passo dal diploma e dallo spiccare il volo verso un’università inglese. È un’alunna modello, dovrebbe passare gli esami senza problemi e ottenere la media che le serve, ma, la mattina prima degli scritti, viene aggredita brutalmente nei pressi della scuola e rimane profondamente scossa. Perché non perda l’opportunità della vita, Romeo rimette in discussione i suoi principi e tutto quello che ha insegnato alla figlia, e domanda una raccomandazione, offrendo a sua volta un favore professionale.
Il protagonista di Bacalaureat ha provato, a suo tempo, a cambiare le cose, tornando nel proprio paese per darsi e dargli una prospettiva di rinnovamento, anzitutto morale. Non ha funzionato. Tutto quello che ha potuto fare è restare onesto nel suo piccolo, mentre attorno a lui la norma era un’altra. Trasparente nel mestiere, meno nella vita sentimentale, perché la vita prende le sue strade, e non tutto si può controllare. Ora però non si tratta più di lui: le biglie dei suoi giorni trascorsi sono più numerose delle biglie nella boccia dei giorni che gli rimangono. Ora si tratta di sua figlia, di impedire che debba sottostare allo stesso compromesso, ovvero restare in un luogo in cui le relazioni tra le persone sono ancora spesso fatte di reciproci segreti, di silenzi da far crescere e redistribuire: una rete che imprigiona e “compromette” la vera vita. Ma fino a che punto si ha diritto di scegliere per i propri figli? Una rottura del proprio codice morale, per quanto occasionale e dimenticabile come una pietra che arriva improvvisa e rompe il vetro della finestra di casa, basta a mettere in discussione l’intera costruzione?
Come in Oltre le colline Mungiu s’interroga sulle conseguenza di una scelta, in un film però molto diverso dal precedente, per certi versi più freddo ma anche più morbido, in cui l’errore non è più lontano dalla presa in carico delle conseguenze e delle responsabilità che ne derivano e dove la lezione passa, aprendo forse davvero una seconda opportunità per il protagonista, proprio in quell’aspetto del suo essere che credeva di condurre al meglio: la paternità.
“Perché suoni sempre il clacson?” Domanda Eliza. “Per sicurezza.” “Sì, ma perché lo suoni anche quando non ci sono altre macchine?” L’ironia della sorte, che nel cinema rumeno degli ultimi anni non manca mai, e scorre tanto sotto le commedie grottesche che sotto i drammi più amari, fa sì che il dottor Aldea agisca quando non c’è bisogno di farlo, travolto dal terrore che il futuro di sua figlia possa andare improvvisamente in frantumi come il vetro, quando in realtà sono la sua età e la sua situazione che gli stanno domandando il conto.

Regia di Cristian Mungiu. Un film Da vedere 2012 con Cosmina StratanCristina FluturValeriu AndriutaDana TapalagaCatalina HarabagiuCast completo Titolo originale: Dupa dealuri. Genere Drammatico, – Romania2012durata 155 minuti. Uscita cinema mercoledì 31 ottobre 2012 distribuito da Bim Distribuzione. – MYmonetro 3,45 su 15 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

3° film scritto e diretto dal rumeno Mungiu, ispirato a 2 romanzi non-fiction di Tatiana Niculescu Bran: Spovedanie la Tanacu (2006), poi adattato per il teatro e messo in scena a New York nel 2007, e Cartea judecatorilor (2007). È la storia vera della giovane Alina che torna dalla Germania per ricongiungersi con Voichita, conosciuta in orfanotrofio, l’unica persona che ama e da cui è stata amata. La ragazza, però, ha trovato Dio in un piccolo convento in Moldavia ed è riluttante a ricominciare la relazione. Alina si scontra con l’incapacità del prete, capo della comunità, e delle monache di capire la sua sofferenza. Dalla reciproca incomprensione si passa alla sopraffazione fisica. Inconfondibile lo stile di regia: scene lentamente dilatate nel tempo e con un unico punto di ripresa che spesso riunisce nell’inquadratura diversi personaggi. Privo di ogni pathos melodrammatico, è il realismo malinconico di una tragedia quieta. Distribuisce BIM.

Regia di Cristian Mungiu. Un film con Alexandru PapadopolAnca AndroneSamuel TastetTania PopaDorel Visan. Genere Commedia – Romania2002durata 105 minuti.

Occident, primo lungometraggio di Mungiu, è una commedia amara sul seducente mito dell’Ovest, che risiede tra i rumeni più giovani. Tre storie di ragazzi che sembrano non riuscire a trovare il proprio posto nella Romania post-comunista si intrecciano alla storia di un paese che si trova in un momento di cambiamento storico, politico ed economico.

Regia di Claudio Noce. Un film con Emir KusturicaKsenia RappoportDomenico DieleAdriano GianniniGiovanni VettorazzoCast completo Genere Thriller, – Italia2013durata 100 minuti. Uscita cinema giovedì 13 novembre 2014 distribuito da Fandango. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: – MYmoro 2,59 su 4 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Confine Italia-Slovenia, 1994. Un bambino fugge da un gruppo di profughi vessati da un violento capobanda. Profondo nord italiano, oggi. Un tecnico specializzato, Pietro, viene chiamato a riparare una centrale elettrica con annessa diga che subisce frequenti guasti. A dare una mano a Pietro è Lorenzo, uno strano tipo coinvolto in traffici più o meno leciti e innamorato di Rio de Janeiro, la cui vocazione di morituro è preannunciata dalla sua abitudine ad allargare le braccia come il Cristo Redentore. Il paesino montano è popolato da molte brutte facce e l’assenza di corrente non è sempre casuale. In paese si aggira anche la zoologa Lana che, malgrado i rischi per la sua incolumità, procura da mangiare a un orso non dissimile dal fratellastro di Lorenzo, Secondo, che vive seminascosto dentro la centrale.
La foresta di ghiaccio è una favola nera e nordica popolata di mostri e di creature selvagge, e Claudio Noce ce la racconta alternando le mille gradazioni dell’oscurità alla luce abbagliante della neve. Ci sono boschi impervi, un Pollicino che deve ritrovare la strada, una Cappuccetto Rosso che va a sfidare l’orso (invece del lupo), e una serie di agnelli sacrificali destinati al macello. In questa chiave, il film di Noce è riuscitissimo: giuste le atmosfere, coinvolgente la fotografia, incalzante il montaggio. Funziona molto meno l’aspetto noir del racconto, perché la storia è convoluta ed eccessivamente oscura, e né la sceneggiatura né il montaggio ci aiutano a decifrarla. Con tutto il rispetto per la necessità di mantenere i segreti e rivelare gradualmente i misteri, Noce chiede allo spettatore uno sforzo eccessivo per riassemblare i pezzi di un puzzle complicato e privo di tessere importanti.
Visivamente, La foresta di ghiaccio è una conferma del talento registico di Noce, già evidente nel suo primo lungometraggio, Good Morning Aman. Noce sta dentro le storie che racconta, rivelandoci i suoi personaggi per frammenti, e permettendo alla fisicità dei luoghi e degli attori di esprimersi in tutta la sua forza primordiale: ad esempio la scena di sesso ne La foresta di ghiaccio è realistica e potente, un’anomalia nel panorama cinematografico italiano. È sintomatico che al centro della storia ci sia un generatore, perché il cinema di Noce è energia delle immagini, e trasmissione ben veicolata di corrente vitale. Anche la simbologia è usata qui in modo sapiente: dai ponti che sono alternativamente tramite e minaccia, alle bestie feroci che rifiutano l’addomesticazione, alla diga che argina e contiene un impeto che, se liberato, può avere conseguenze devastanti.
Il che rende ancora più importante una maggiore cura nella comunicazione della storia, una maggiore attenzione nel prendere per mano lo spettatore che, soprattutto in un noir, va guidato, pur presentandogli sapientemente indizi e rivelazioni, altrimenti perde il filo della trama, e l’interesse. L’idea di trattare un tema come quello dell’emigrazione non in forma di trattato sociale ma di film di genere è preziosa: poi però le regole di quel genere vanno rispettate, e la comprensibilità, pur nella complessità dell’intreccio narrativo, è una di queste.