Category: Kazakhistan


Locandina The Wounded Angel

Un film di Emir Baigazin. Con Nurlybek SaktaganovMadiar AripbaiMadiar NazarovOmar Adilov Titolo originale Ranenyy AngelDrammaticodurata 112 min. – Kazakhistan, Francia, Germania 2016.

Una piccola città del Kazakistan fa da sfondo a quattro storie legate dalla dolorosa transizione dall’era sovietica a un nuovo Stato caratterizzato da depressione emotiva ed economica.
All’inizio degli anni ’90, quattro bambini di tredici anni devono passare attraverso i rispettivi dilemmi morali per sopravvivere in un paese ancora segnato da un secolo di dominio russo.

Harmony Lessons - Wikipedia

Regia di Emir Baigazin. Un film Da vedere 2013 con Timur AidarbekovAslan AnarbayevMukhtar AndassovAnelya Adilbekova. Titolo originale: Uroki Garmonii. Genere Drammatico – KazakhistanGermania2013durata 120 minuti. Valutazione: 3,50 Stelle, sulla base di 1 recensione.

In una scuola di campagna, nelle steppe del kazakistan, il tredicenne Aslan, che vive solo con la nonna, viene umiliato dall’unanimità dei suoi compagni, sottomessi agli ordini del bullo Bolat. Il ragazzino riporta un trauma, diventa maniaco della pulizia del proprio corpo e comincia a meditare una silenziosa, segretissima vendetta.
Il lungometraggio d’esordio di Emir Baigazin comincia come un racconto rurale, vergato con sguardo antropologico, che illumina le violenze della catena alimentare naturale, là dove il benessere e l’educazione non hanno ancora scalfito le coscienze e vivere senza carne è impensabile, possibile soltanto e forse “in paradiso”. Poi però il film cambia lentamente registro, di pari passi con l’evoluzione (o meglio l’involuzione) psicologica del protagonista e si fa sempre più oscuro, fino a sconfinare in tutt’altro genere. Il titolo, Harmony Lessons e la sequenza iniziale assumono allora, strada facendo, un significato cinico, ma non meno drammatico. Le risate che nascono spontanee nel seguire i tormenti scolastici del giovane Aslan e l’assurdità delle lezioni, che allontanano ulteriormente gli studenti di campagna da una realtà mutata ma a loro preclusa, lasciano il posto ad una riflessione senza moralismi né scrupoli sul bullismo e sui danni dell’emarginazione.
La messa in inquadrature è austera ed elegante, al limite dello sfoggio di stile, ma quando si tratta della violenza fisica non c’è estetizzazione alcuna e, anzi, ad un certo punto il regista opta persino per un’importante, quasi spiazzante, ellissi. Il significato è chiaro: non è la violenza carnale che gli interessa studiare ma quella psicologica, i cui danni vengono restituiti alla perfezione, senza bisogno di parole, dallo sguardo sempre più stretto di Timur Aidarbekov. Tuttavia è il personaggio di Mirsain il vero perno che fa ruotare la storia verso l’autodistruzione: ragazzo di città, estraneo alla logica piramidale della vessazione bullistica e incapace di accettarla, Mirsain non solo stringe con l’esiliato Aslan un’amicizia sincera e forzatamente esclusiva, ma tenta di reagire accettando la sfida e rifiutando la paura. L’insuccesso di questo atto di coraggio spinge il film verso un pessimismo cosmico, austero nell’espressione ma assolutamente inquietante nella sostanza.