Category: Corea


Locandina L'arco

Un film di Kim Ki-Duk. Con Min-jung Seo, Jeon Sung-hwan, Han Yeo-reum, Seo Ji-seok, Jeon Gook-hwan.Titolo originale Hwal. Drammatico, durata 90 min. – Corea del sud 2005. uscitavenerdì 28 ottobre 2005. MYMONETRO L’arco * * * 1/2 - valutazione media: 3,76 su 25 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Il cinema di Kim Ki-duk è un coacervo di topoi ricorrenti, fortemente caratterizzato ma costantemente a rischio di manierismo o di stasi eccessiva sui medesimi temi. Talora sembra quasi che il regista giochi con lo spettatore, sviandolo con elementi accessori per poi riportarlo nel suo regno, costellato di ossessioni onnipresenti. Quelle che da Crocodile in avanti tormentano i sogni e le visioni di Kim: un eroe o un bruto o entrambi, taciturno e iracondo, che prova per una ragazza, una donna o forse La donna, un amore insano, possessivo, violento e inaccettabile per la società, ma che è anche capace di tenerezze imprevedibili.
Con l’acqua come tessuto connettivo delle diverse storie, liquido amniotico da cui (ri)nascere e simbolo di una sessualità che segue leggi feroci e imperscrutabili. Le accuse di misoginia e di astuto compiacimento non sono mai mancate, almeno fino all’accettazione universale del talento di Kim, coincisa con il successo di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera e di Ferro 3.
Una visione più sfumata e incline al simbolismo, in odore di estasi mistica, che rende l’esperienza fruibile a più livelli senza che risulti meno disturbante. Una tendenza che prosegue intensificandosi con L’arco, a metà tra parabola morale e allegorica rappresentazione: una storia che se da un lato si presta allo scandaloso punto di vista di un vecchio che rapisce una bambina per sposarla una volta cresciuta, dall’altro si apre a molteplici interpretazioni sul karma e sul ciclo della vita.
Un’effigie del Budda e un simbolo di yin e yang che richiama visibilmente la bandiera sudcoreana fanno da bersaglio per le frecce dell’anziano protagonista, in un misto di rituale profetico e sfogo rabbioso. Difficile dire se l’ermetismo dei simboli rappresenti una scelta di stile o un astuto mezzo per suggerire e lasciare lo spettatore estasiato a interrogarsi sul loro significato, ma è tutto il linguaggio del Kim Ki-duk maturo a nutrirsi di queste ambiguità. E a svestire la messa in scena, appiattendo volutamente lo stile da lussureggiante che era, conducendo verso la claustrofobia di un kammerspiel interamente giocato su una barca-mondo, legata intimamente al destino dei protagonisti.
Una mutazione comunque interessante del discorso autoriale di Kim, una svolta sempre più dominata dall’occhio voyeuristico del regista – la ragazza come reificazione di un desiderio lascivo, sottolineato dal rosso della bocca carnosa – in cui affiorano crepe sensazionalistiche che in seguito diventeranno preponderanti.

Nuova versione

Regia di Kim Ki-Duk. Un film Da vedere 2003 con Oh Yeong-su, Kim Ki-DukYoung-min Kim (II), Seo Jae-kyeong, Ha Yeo-jin, Kim Jong-ho. Titolo originale: Bom, yeoreum, gaeul, gyeoul, geurigo, bom. Genere Drammatico – Corea del sudGermania2003durata 103 minuti. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +16 – MYmonetro 4,01 su 11 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Cinque stagioni (tempo circolare), due personaggi principali, una casetta ancorata in un laghetto tra i monti, un’azione scandita ogni dieci anni, mezzo secolo di ascesi per diventare un vero uomo. È la storia di un bambino educato con rispetto affettuoso da un anziano monaco, dall’infanzia innocente e crudele (primavera), all’adolescenza appassionata che scopre l’amore carnale (estate), poi ossessione che sfocia nella gelosia omicida (autunno) e infine la quieta saggezza dell’ingresso nell’alta età (inverno). E il ciclo ricomincia con un bimbetto abbandonato. Opus n. 8 di un regista coreano abituato a raccontare drammi contemporanei, ribollenti di violenza e crudeltà, è un film straordinario per bellezza paesaggistica. Nei primi due capitoli può dare il sospetto di un estetismo pittorico fin troppo raffinato, come un calligrafico esercizio idilliaco di stile. Nella 2ª parte, però, quando dal mondo esterno irrompono le passioni, le invenzioni narrative e registiche si susseguono. In inverno, sul lago ghiacciato anche la natura si fa minacciosa, non più incontaminata nel suo splendore. Così infantilmente scherzosa nel 1° capitolo dov’è applicata a rane e pesci, la grossa pietra che faticosamente l’adulto e atletico monaco trascina sino alla vetta più alta diventa la metafora della pena del vivere, ma anche di un’ascesa alla conquista di una pace autentica. Premio del pubblico a Locarno 2003. Fotografia (Dong-hyeong Baek) e musica (Ji-woong Bark) di prim’ordine.

3 Gennaio 2022 : Ripropongo perchè sono convinto pochi di voi abbiano visto questo film. Ne vale la pena, fidatevi.
Locandina Ferro 3 - La casa vuota

Un film di Kim Ki-Duk. Con Hee Jae, Seoung-yeon Lee Titolo originale Bin-Jip 3 – Iron. Drammatico, durata 90 min. – Corea del sud 2004. uscita venerdì 3 dicembre 2004. MYMONETRO Ferro 3 – La casa vuota * * * * - valutazione media: 4,13 su 70 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Il regista Kim Ki-Duk è un’entità anomala nel panorama cinematografico. Prima di giungere alla pittura, suo più grande amore, ha svolto lavori di ogni tipo, e il suo incontro con il cinema è avvenuto solamente negli ultimi anni, senza aver avuto alcuna esperienza o formazione in merito. Di conseguenza una sua opera è sempre un’esperienza magica e sensoriale.
Abbandonati la valle sperduta e la casetta galleggiante del monaco, della favola morale Primavera, estate, autunno e inverno e… ancora primavera, il regista coreano torna ai giorni nostri per raccontare il tema della solitudine e dell’amore. Tae-Suk è un giovane che trascorre le sue giornate entrando nelle case lasciate vuote occasionalmente dai proprietari. Dorme sul divano, si fa la doccia, lava i panni, aggiusta gli oggetti che non funzionano, gioca a golf e si scatta fotografie da solo con la sua camera digitale. Tutto con una leggerezza quasi ultraterrena. Un giorno, entrando in una casa, si accorge c’è una ragazza, Sun-hwa, che ha dei segni di maltrattamenti sul viso. Sono i continui litigi con il marito. Tae-suk, la prende con sé, per vagare insieme nelle case degli altri, e condividere questo strano modo di vivere che trasforma, lentamente, la loro amicizia in amore. Un evento inaspettato li allontanerà, ma non per sempre.
Ferro 3 descrive la solitudine dei protagonisti, eliminando il dialogo, limitato alle grida fredde dei personaggi di contorno, e lasciando parlare i silenzi dei sinuosi movimenti di Tae-Suk. Sembra volare negli spazi, così come era sospesa sull’ acqua dell’irreale lago, la casa del monaco nel film precedente.
I gesti che compie nelle sue giornate sono il suo divertimento, il trascorrere del tempo di una persona che vive da sola, e che nella vita non ha dimenticato uno degli elementi più importanti, la curiosità. La curiosità, desiderio che spinge verso l’ignoto, fa incontrare poi le due lune, per dare origine a un amore quasi angelicato, nel quale comunicare è muoversi, affascinare è sfiorarsi. Per giungere poi, all’ultima sequenza del film, in cui l’occhio artistico del pittore dipinge l’amore, sentimento magico, impalpabile come l’aria.
Il tocco del regista coreano ci ha regalato un altro film, piccolo e immenso allo stesso tempo, narrando i sentimenti con la fantasia e la leggerezza delle emozioni.

Locandina The Man From NowhereUn film di Jeong-beom Lee. Con Bin Won, Sae Ron Kim, Hyo-seo Kim, Tae-hoon Kim, Hee-won Kim. Titolo originale A-jeo-ssi. Thriller, durata 119 min. – Corea del sud 2010. MYMONETRO The Man From Nowhere * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 1 recensione.

Il noir-thriller coreano è un mirabile esempio di meccanismo perfettamente oliato, capace di riproporsi e rinnovarsi in ogni occasione, con l’aggiunta di elementi che permettono di evitare il prevalere dei cliché sulla volontà di stupire lo spettatore. Lee Jeong-beom, fin qui noto solo per il folgorante debutto di Cruel Winter Blues – malinconica vicenda di piccoli gangster e del bisogno di affetti familiari – ovvero per un taglio originale e collaterale al gangster movie, con The Man from Nowhere rientra con decisione nei canoni consolidati di genere, confezionando un’impressionante vicenda di vendetta. Se nel primo film la manovalanza mafiosa era costituita in fondo da fragili esseri umani, qui sono raffigurati come villain senza se e senza ma.
Traffico di organi, rapimento di minori e loro utilizzo come corrieri della droga, omicidi brutali: si può dire che la coppia di fratelli Man-seok e Jong-seok sia una delle più ripugnanti mai apparsa su grande schermo, così abietta da giustificare qualsiasi tipo di vendetta, anche la più truce ed efferata. L’uomo destinato a metterla in atto è Cha Tae-sik, una macchina da guerra addestrata per uccidere, come in un ideale incrocio tra il Benicio Del Toro di The Hunted, Frank Costello di Melville e gli uomini-belva di Dog Bite Dog di Soi Cheang. The Man from Nowhere riesce in quel che dopo gli exploit di The Chaser e Man of Vendetta pareva impossibile: alzare ulteriormente l’asticella in termini di truculenza ed efferatezza e sfoggiare dei villain così riprovevoli da rendere catartico lo spargimento di sangue finale, cancellando ogni genere di remora riguardo ai metodi dell’angelo vendicatore.
L’esagerazione fumettistica delle sequenze action però non contrasta con l’interpretazione tutt’altro che ovvia dell’idolo delle adolescenti Won Bin, già ammirato in Mother nei panni del figlio ritardato e sempre più desideroso di affrancarsi dal ruolo di pin-up al maschile; non è da meno la piccola Kim Sae-ron – appena undicenne ma già con una carriera folgorante in corso, dopo la prova maiuscola di A Brand New Life – ancora alle prese con un’infanzia tormentata e con la difficoltà di dover mutare più volte registro, passando dalla vivace curiosità delle prime sequenze al necessario annullamento di ogni irrequietezza dovuto alla prigionia. Stratosferico in patria – e per una volta ampiamente meritato – l’incasso al botteghino.

La mamma è una puttana poster.jpg

Mother Is a Whore ( coreano :  엄마는 창녀다 ; RR :  Eom-ma-neun Chang-nyeo-da ) è un film drammatico sudcoreano del 2009 scritto e diretto dal provocatore indipendente sudcoreano Lee Sang-woo . Si basa su una storia vera in Corea in cui un uomo usava sua madre come una puttana.

Sang-woo ( Lee Sang-woo ), che è sieropositivo, vive con la madre di 60 anni (Lee Yong-nyeo) in una piccola capanna. Abbandonato dal padre Jung-il (Kwan Bum-tack) che ha lasciato sua madre per una donna più giovane, Sang-woo non ha altra scelta che lavorare come protettore della sua amata madre per guadagnarsi da vivere.

Regia di Lee Chang-dong. Un film Da vedere 2010 con Yu JungheeDa-wit LeeKim HiraAhn Naesang. Genere Drammatico, – Corea del sud2010durata 135 minuti. Uscita cinema venerdì 1 aprile 2011 distribuito da Tucker Film. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +16 – MYmonetro 3,76 su 20 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

In concorso a Cannes 2010, vinse il premio per la sceneggiatura, scritta dal regista e interpretata da Jeong-hie Yun, veterana del cinema coreano con 189 film che tornò sullo schermo dopo 2 anni di assenza. La 66enne Mija, con un principio di Alzheimer, annota su un taccuino i suoi pensieri sulla campagna dove abita: fiori (le celosie) rossi o amaranto, piante, frutti, foglie mosse dal vento, insomma i luoghi comuni della bellezza in natura. Si iscrive persino a un corso di poesia per imparare a trasformare le riflessioni in versi. Intanto, però, deve fare i conti con la bruttura, gli errori della realtà. L’intento di Chang-dong Lee – uno dei registi di punta del cinema coreano del 2000, e il più intransigente – è di descrivere l’inadeguatezza del singolo alla ricerca del bello. Non a caso uno dei momenti alti del film è quello in cui Mija si reca a chiedere perdono alla madre di una ragazza, stuprata dal proprio nipote e poi suicida.

I Am Trash

I Am Trash ( coreano :  나는 쓰레기다 ; RR :  Na-neun Sseu-re-gi-da ) è un film drammatico sudcoreano del 2014 scritto e diretto dal provocatore indipendente sudcoreano Lee Sang-woo . Il terzo e ultimo capitolo della trilogia tematica della “cattiva famiglia” di Lee comprendente Mother Is a Whore (2011) e Father Is a Dog (2012), segue tre fratelli adulti che si riuniscono con il loro padre pedofilo dopo il suo rilascio dalla prigione. Ha fatto la sua prima mondiale nella sezione Fantastic Features al 10th Fantastic Fest nel 2014.

Dopo che il loro padre (Kwan Bum-tack) è stato mandato in prigione per aver aggredito sessualmente una ragazza minorenne, Sang-woo ( Lee Sang-woo ) e i suoi due fratelli Sang-tae (Yang Myoung-hoen) e Sang-goo (Park Hyung -bin) lotta per vivere una vita normale. Ora, i tre fratelli emotivamente danneggiati devono affrontare le conseguenze del ritorno a casa del padre dopo la sua scarcerazione.

Regia di Lee Chang-dong. Un film Da vedere 2002 con So-Ri MoonSul Kyoung-guAhn NaesangRyoo Seung-wanKwi-Jung ChuJin-gu KimCast completo Genere Drammatico – Corea del sud2002durata 132 minuti. – MYmonetro 3,50 su 5 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Pregiudicato e scarcerato, un po’ ritardato e quietamente asociale, il giovane Jong-du di Seul corteggia Hang Gon-ju, handicappata cerebrolesa. Cerca di stuprarla, fugge, ritorna, avvia con lei una relazione fortemente emotiva che diventa amore, osteggiato dalle famiglie. Lui le restituisce la femminilità; lei lo fa sentire adulto e responsabile. Scandalo rientrato alla Mostra di Venezia 2002 dove vinse il premio per la regia e altri 4 minori tra cui quello della Fipresci e il Mastroianni a Moon So-ri, migliore attrice esordiente. Scandalo annullato dal rigore della messinscena dei due congressi carnali, l’uno straziante e l’altro tenero, e dalla capacità del regista/sceneggiatore, al suo 3° lungometraggio, di raccontare, senza demagogia, l’orrore che si cela nella rispettabilità egoistica e meschina della gente normale e delle convenzioni sociali. Definito dall’autore un film sui confini: tra normalità e handicap, tra realtà e fantasia, tra vita e cinema, tra crudezza e poesia. Una conferma della ripresa del cinema sudcoreano, iniziata a metà degli anni ’90, parallelamente al cambiamento del clima politico in senso democratico.

Barbie (2011) | FilmTV.it

Regia di Sang-woo Woo. Un film con A ron KIMSae Ron KimCat TeboChun-hee Lee. Genere Docu-fiction – Corea del sud2011durata 97 minuti.

Meglio conosciuto per i suoi successi Father is a Dog e Mother is a Whore, Lee Sang-woo dirige questo grande ritratto della Corea con circa 100.000 dollari, un dramma familiare che guarda all’immagine del paese come ad un grande centro di esportazione di bambini.

Regia di Lee Chang-dong. Un film Da vedere 2018 con Yoo Ah-InSteven YeunJong-seo JunJoong-ok LeeSoo-Kyung KimSeung-ho ChoiCast completo Titolo originale: Beoning. Genere Drammatico, – Corea del sud2018durata 148 minuti. Uscita cinema giovedì 19 settembre 2019 distribuito da Tucker Film. – MYmonetro 3,80 su 33 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Jong-su è un aspirante scrittore che vive di espedienti. Quando incontra per caso Hae-mi non la riconosce, ma la ragazza si ricorda di lui e lo persuade a prendersi cura del suo gatto. Jong-su si innamora, ma Hae-mi parte per l’Africa: al suo ritorno è accompagnata dal misterioso e facoltoso Ben.

I ritorni artistici dopo un lungo silenzio generano enormi aspettative e amplificano i rischi. In qualche caso, raro, permettono di valutare appieno il peso di un artista e gli regalano il tempo necessario perché questi liberi il suo estro in un’opera memorabile.

Lee Chang-dong (PoetrySecret Sunshine) non è nuovo a prendersi delle pause, ma Burning meritava tutto il tempo che il regista si è preso, ovvero otto lunghi anni di lontananza dalla macchina da presa. Un film-enigma, in cui la soluzione è plurima o forse inesistente, una contorta macchinazione che accumula menzogne su menzogne per dare senso a ciò che non ne ha. La natura sfuggente e non lineare di Burning diviene la perfetta fotografia della contemporaneità, l’unico modo di raccontare un presente complesso e terribile, di difficile lettura.

Locandina R-point

Un film di Kong Soo-Chang. Con Kam Woo-seongSon Byung-hoOh Tae-kyungPark Won-sang Horrordurata 106 min. – Corea del sud 2004.

Verso la fine del conflitto del Vietnam, un ridotto plotone di soldati Coreani viene inviato ad investigare sul luogo della scomparsa in circostanze misteriose di una nutrita squadra dello stesso esercito. Una volta giunti al punto denominato R-Point, secondo le coordinate giunte dalle ultime segnalazioni radio dei dispersi, i militari si stabiliranno in uno spettrale caseggiato in rovina circondato dalle tombe dei soldati morti nei pressi. In un’atmosfera carica di oscuri presagi, alla sparizione di un membro del gruppo seguirà la scoperta che lo stesso fosse in realtà tra gli scomparsi della precedente spedizione. Le fila del gruppo si sfilacceranno e, sotto i colpi di una tensione crescente, altri soldati moriranno in condizioni misteriose. Alla decisione dei superstiti di fare ritorno seguirà il comando, proveniente dagli alti vertici, di attendere fino al mattino seguente la squadra di recupero: sarà una lunga notte.

Locandina La domestica

Un film di Ki-young Kim. Con Ahn Sung-KiAeng-ran EomJeung-nyeo JuSeok-je KangJin Kyu Kim. continua» Titolo originale HanyoDrammaticodurata 90 min. – Corea del sud 1960.

Kim Dong-sik insegna canto alle lavoratrici di un’azienda tessile, e riceve una lettera d’amore da parte di una sua allieva: la denuncia alla direttrice, procurando così il suo licenziamento e il suo suicidio. Per vendicarsi, un’amica della ragazza, Gyeong-hee, prima si introduce nella casa dell’uomo con il pretesto di farsi dare lezioni di pianoforte, e poi riesce a insinuare un’altra ragazza, Myeong-sook, come domestica. Mentre la moglie, incinta, di Dong-sik è in visita dai genitori, la ragazza riesce a sedurre l’uomo e a diventarne l’amante. Quando la moglie torna, la domestica non accetta di essere messa da parte, e incomincia un gioco al massacro che coinvolge tutta la famiglia: a sua volta incinta dell’uomo si procura un aborto, avvelena uno dei figli della coppia, e riesce a trasformare la moglie in serva. L’unica conclusione possibile è un doppio suicidio, in cui l’uomo e l’amante si ritrovino nell’ultimo abbraccio letale. Ma Dong-sik sceglie di morire al fianco della moglie. Forse però tutto è stato soltanto un “brutto pensiero”, suscitato dalla lettura di un articolo di giornale.

Regia di Kim Ki-Duk. Un film Da vedere 2007 con Chen ChangPark Ji-aHa Jung-woo, Hang In-Hyung, Kim Ki-Duk, Lee Joo-Seok. Titolo originale: Breath. Genere Drammatico, – Corea del sud2007durata 84 minuti. Uscita cinema venerdì 31 agosto 2007 distribuito da Mikado Film. – MYmonetro 3,45 su 9 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

La scultrice Yeon, moglie tradita e madre riluttante di una bimbetta, comincia a far visita, spacciandosi per una sua ex fidanzata, a un condannato a morte che ha tentato due volte il suicidio. Seminvisibile demiurgo elettronico del plot, il direttore del carcere non solo la fa passare, ma gradualmente l’asseconda nelle sue bizzarrie scenografiche con cui si propone di ridare all’omicida il gusto della vita e di sedurlo. Entra in azione il marito geloso (musicista?) che vuole riconquistarne l’affetto. In concorso a Cannes 2007, quest’enigmatico film a basso costo, chiuso in 3 stanze e sul grigio percorso stradale dalla città al carcere, è piaciuto assai, forse troppo, ai critici. C’è chi l’ha definito “un kammerspiel sublime”. Anche allo spettatore medio, spiazzato dal cattolico Ki-duk che toglie più del solito (il mutismo quasi assoluto di Yeon), rimarrà nella memoria la rutilante tappezzeria mobile delle quattro stagioni (ancora…) con cui la donna arreda la stanza delle visite. Soom (titolo inglese più corretto: Breath , respiro) si presta a riserve. C’è una certa premeditazione artificiosa che qui vizia il suo indubbio talento. Riguarda soprattutto il personaggio femminile che lentamente rivela una insondabile violenza ferina.

Regia di Kim Ki-Duk. Un film Da vedere 2006 con Ha Jung-wooSung Hyun-ahJi-Yeon Park. Genere Drammatico – Corea del sudGiappone2006durata 97 minuti. Uscita cinema venerdì 25 agosto 2006 – MYmonetro 3,03 su 9 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Ossessionata dall’idea di non essere più amata come prima dal suo compagno Ji-woo, la fragile Seh-hee si sottopone a un intervento chirurgico al volto per trasformarsi in un’altra donna di cui l’altro possa innamorarsi. Dopo qualche mese di assenza gli compare davanti. Nasce tra i due una relazione, ma l’ignaro Ji-woo è turbato dal ricordo dell'”altra” Seh-hee. Scoperta la verità, sconvolto, decide a sua volta di farsi operare e sparisce. Lei cerca di individuarlo tra i volti degli sconosciuti. Il nucleo del film è l’analisi del sentimento amoroso nella vita di coppia, legato ai temi dell’identità e delle sue apparenze, al rapporto tra permanenza e trasformazione, e del tempo che passa, ma basato su una grave inverosimiglianza narrativa, quella della voce che rimane la stessa: possibile che nessuno dei due se ne accorga? Sul piano figurativo, comunque, ha molti meriti. Oltre ai due ambienti fissi che fanno da contenitore (il bar e la camera da letto), c’è quello, suggestivo nel suo erotismo, del Parco delle Sculture in riva al mare, già usato da Kim nei film precedenti.

Regia di Kim Ki-Duk. Un film con Jang Dong-GunKim Jeong-hakPark Ji-aYu Hye-Jin. Titolo originale: Hae anseon. Genere Drammatico – Corea del sud2002durata 91 minuti. Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Mentre i commilitoni trascorrono le giornate tra sport e facezie, il soldato Kang Sang-byeong è sempre all’erta in vista della possibile incursione di una spia nordcoreana. Quando due giovani amanti si spingono nella zona proibita della costa Kang è di sentinella e uccide il ragazzo. La ragazza, Mi-yeong, perde il senno mentre Kang viene congedato con onore. Ma la tragedia avvenuta scatenerà un effetto domino inarrestabile.

WILD ANIMALS - Korea Film Festival

Un film di Kim Ki-Duk. Con Cho Jae-hyunJang Dong-jikRyun JangSasha RucavinaRichard Bohringer. continua» Titolo originale Yasaeng dongmul bohoguyeogDrammaticodurata 105 min. – Corea del sud 1997.

Chung-Hae è un pittore col talento del truffatore, e Hong-San un disertore dell’esercito nordcoreano col talento per la frantumazione delle ossa altrui. I due “amici” diventano i tirapiedi di un boss malavitoso, scatenando le gelosie degli altri suoi sottoposti, che daranno il via a una girandola di morti e vendette.
“Animali selvaggi”, come in Coccodrillo, sono i protagonisti del secondo lungometraggio di Kim Ki-duk, ma questa volta tra le sognanti strade di Parigi, piuttosto che sulle rive di una fogna sudcoreana. Se nell’esordio l’ex pittore ed ex-militare dava libero sfogo alla sua visionarietà creativa, qui sembra voler approcciare il linguaggio cinematografico con maggior rigore, palesando tutta la sua acerbità tecnica e narrativa. Sceneggiatura soporifera senza nessun picco, se non in poche invenzioni (il pesce surgelato, il sacco per due, il furto della statua) che ci ricordano chi c’è dietro quella macchina da presa. Puro (ed inutile) esercizio tecnico.

Locandina Indirizzo sconosciuto

Un film di Kim Ki-Duk. Con Jang Dong-GunBan Min-jungYoung-min Kim (II)Bang Eun-jinGye-nam Myeong. continua» Titolo originale Suchwiin bulmyeongDrammaticodurata 117 min. – Corea del sud 2001.

Pyongtaek, cittadina coreana contaminata dalla presenza di una base militare USA, vive di un dolore intrinseco a se stessa. Tre personaggi, a cavallo tra l’adolescenza e la maturità, diventano gli eroi di questa storia, fondendosi in sentimenti forti, per la vita e tessendo le loro avventure con o contro molti altri personaggi, specchio di se stessi e della misera realtà che li incatena. Chang-gook è un “mezzo sangue”, frutto dell’amore illegittimo tra una donna coreana e un soldato afroamericano; vive con la madre in un autobus tra i campi di periferia. Ji-hum è figlio di un reduce della guerra di Corea e vive timidamente aiutando il padre nel suo lavoro di ritrattista. Eun-ok è una studentessa in lotta con se stessa, orfana del padre e del suo occhio destro, perso da piccola per colpa di un gioco di guerra del fratello.
Degno dei suoi film di maggior successo, questo gioiello cinematografico di Kim Ki-duk è praticamente inattaccabile, a cominciare dalla recitazione, caratterizzata da forte espressività e molto “occidentale”, al ritmo cadenzato, alla struttura narrativa, capace di mettere a nudo così tante piaghe culturali, con brutalità e al tempo stesso con dolcezza, in questo aiutata dalla ricerca visiva, marchio inconfondibile e sublime dell’autore.
Violenza. Silenzi e parole che non si riescono a condividere. Mutilazioni.
Straziante il percorso che Chang-gook è costretto a viversi e che lo porta alla distruzione, narrato per inquadrature che sembrano quadri, dove la morte si mescola armonicamente al senso estetico dell’immagine per diventare poesia. Kim Ki-duk, un gioiello. Una lettera spedita. Dispersa nei campi. Racconta tristezze. A nessuno. Un omaggio alle miserie della vita. Un inno alla morte. Poesia violenta e violentata.

Regia di Kim Ki-Duk. Un film Da vedere 2004 con Uhl LeeJi-min KwakMin-jung SeoKwon Hyun-MinOh YoungGyun-Ho ImCast completo Titolo originale: Samaria. Genere Drammatico – Corea del sud2004durata 95 minuti. Uscita cinema venerdì 17 giugno 2005 – MYmonetro 3,43 su 10 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

10° film del regista coreano, è diviso in 3 parti: 1) “Vasumitra”. A Seul, figlia di un poliziotto e orfana di madre, la ragazzina Yeo-jin aiuta l’amica del cuore Jae-young a prostituirsi. Mettono da parte i guadagni per fare insieme un viaggio in Europa. Sorpresa dalla polizia con un cliente in un motel, Jae-young si butta dalla finestra. 2) “Samaria”. Yeo-jin comincia a prostituirsi, incontrando uno a uno i clienti dell’amica ai quali, invece di farsi pagare, restituisce i soldi dati a Jae-young. Il padre poliziotto la scopre e uccide uno dei clienti. 3) “Sonata”. Il poliziotto invita la figlia a far visita alla tomba della madre in campagna. Le insegna a guidare l’auto e poi si costituisce. Orso d’argento a Berlino 2004, è un film dissonante che spiazza gli spettatori e ha spaccato in due le accoglienze critiche. Disorienta, turba, sorprende. Comincia, partendo da un’antica storia indiana, con una visione idillica del sesso e della prostituzione dal punto di vista innocente di una ragazzina immatura, ma poi, attraverso la torva figura del padre poliziotto, la smentisce descrivendo la miseria meschina dei clienti, adulti della sua generazione. Pessimista, ma non nichilista alla moda, impregna il racconto di un furente moralismo che è anche un atto d’accusa contro la società del benessere. Rimane intatta la maestria stilistica del regista che l’ha anche prodotto per essere più libero.

Regia di Kim Ki-Duk. Un film con Dong-seok MaYoung-min KimYi-Kyeong LeeDong-in JoTeo YooJi-hye AhnCast completo Titolo originale: Il-dae-il. Genere Drammatico, – Corea del sud2014durata 122 minuti. Uscita cinema giovedì 28 agosto 2014 distribuito da Fil Rouge Media. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 – MYmonetro 2,72 su 4 recensioni tra criticapubblico e dizionari.

Una ragazzina viene uccisa. 7 colpevoli, dal sicario ai mandanti, sono catturati uno a uno e torturati da un gruppo terroristico per estorcere la confessione. Kim tratteggia personaggi semplici, caratterizzati da sentimenti primordiali e (dis)umani attraverso la negatività dei loro comportamenti. L’espediente narrativo è l’omicidio e la conseguente vendetta, ma, come sempre, il punto di arrivo non è la mera scoperta di un colpevole su cui potersi rivalere, bensì il percorso interiore che le parti sono costrette a intraprendere. I ruoli si invertono e si rincorrono: l’impunità di chi commissiona delitti e l’inconsapevolezza di chi li perpetra senza tenere conto delle ripercussioni sono contrapposte alle torture di chi si erge a giustiziere popolare, divorato e accecato dal sentimento di vendetta. Una dittatura dell’anima di cui non si scorge altra soluzione che perdersi per ritrovarsi. Vincitore a Venezia 2014 del premio Fedeora, assegnato dalla Federazione di Critici Cinematografici Europei e del Mediterraneo.

oltre il fondo: Birdcage Inn

Un film di Kim Ki-Duk. Con Lee Jae-eunLee Hae-eunJae-mo AhnHyeong-gi JeongMin-seok Son Titolo originale Paran daemunDrammaticodurata 105 min. – Corea del sud 1998.

La chiusura in realtà personali che si aprono in un corridoio che dirige verso una porta verso esterna, è un elemento ricorrente nel cinema del regista coreano, ideatore di una “violenza poetica”, blend di crudezze e sogni, privi di luoghi comuni.
La “Locanda del voliere” (anch’esso spazio definito e chiuso) è la dimora di Jina giovane prostituta e ragazza apparentemente debole, e schiava delle regole sociali che in Corea del Sud non accettano e puniscono: la “vendita dei corpi femminili” è proibita. Il motel, gestito da una famiglia nella quale la sorella Hyemi è l’estremo opposto di Jina è la scena rappresentativa di un mondo ridotto e reale. Hyemi, rigida con se stessa e gli altri e incapace di qualsiasi gesto umano nei confronti di Jina, è l’essenza della coerenza e della standardizzazione sociale di un paese molto lontano da noi. Le regole tuttavia sono fatte per essere cambiate. E dall’odio può scaturire l’amicizia.
Kim ki-duk parla per simboli e per uomini, per professioni e per famiglie, raccontando un mondo che conosce bene facendo incontrare realtà e fantasia. I suoi personaggi accettano la loro situazione e combattono in silenzio per sopravvivere nella dignità e le immagini, come sempre, parlano di più delle parole, racchiuse nell’anima dal dolore.