Category: Belgio


Locandina A Lady in ParisUn film di Ilmar Raag. Con Jeanne Moreau, Laine Mägi, Patrick Pineau, Corentin Lobet, Ita Ever. Titolo originale Une Estonienne à Paris. Drammatico, durata 94 min. – Francia, Belgio, Estonia 2012. – Officine Ubu uscita giovedì 16 maggio 2013. MYMONETRO A Lady in Paris * * * - - valutazione media: 3,06 su 17 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Anne Rand ha divorziato da un marito ubriacone e vive in Estonia con una madre malata. La morte improvvisa del genitore la convince ad accettare un’offerta di lavoro a Parigi, dove dovrà prendersi cura di un’anziana signora. Convinta a partire dall’entusiasmo della figlia, Anne precipita in un mondo profondamente diverso dal suo, di cui prende le misure passeggiando ogni notte sola e scompagnata. L’incontro con Frida, fiera parigina ostinata a dimenticare le sue origini estoniane, non è dei migliori ma a convincerla a restare è Stéphane, gestore di una brasserie e amante della donna molti anni prima. La convivenza e la reciproca curiosità invitano presto al dialogo e alla comprensione. Tra un tè caldo e un croissant di pasticceria, Anne e Frida troveranno un sentimento amicale, che le spingerà a fare il punto della loro vita e a riprendere la vita. Continua a leggere

Risultati immagini per Angel - La Vita, il RomanzoUn film di François Ozon. Con Romola Garai, Lucy Russell, Michael Fassbender, Sam Neill, Charlotte Rampling.Titolo originale Angel. Drammatico, durata 118 min. – Gran Bretagna, Belgio, Francia 2007. – Teodora Film uscita venerdì 5 ottobre 2007. MYMONETRO Angel – La vita, il romanzo * * * - - valutazione media: 3,06 su 56 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

1905. Angel è una ragazza orfana che vive con la madre che gestisce un negozio di drogheria nella Londra operaia. Angel ha una passione: scrivere. I suoi romanzi sono… Continua a leggere

Risultati immagini per Irina PalmUn film di Sam Garbarski. Con Marianne Faithfull, Miki Manojlovic, Kevin Bishop, Siobhan Hewlett, Dorka Gryllus. Drammatico, durata 103 min. – Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna, Germania, Francia 2007. – Teodora Film uscita venerdì 7 dicembre 2007. MYMONETRO Irina Palm * * * - - valutazione media: 3,33 su 85 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Siamo nelle campagne attorno a Londra. Maggie ha un nipotino gravemente ammalato e in procinto di morire. Solo un’operazione in Australia può salvarlo ma i genitori non hanno il denaro necessario per il viaggio. Maggie va nella capitale a cercare lavoro ma per lei, donna sulla sessantina, non ci sono offerte. Decide allora di tentare con una proposta di assunzione come hostess. La prestazione però non è quello che lei, ingenuamente, crede. Dovrà masturbare i clienti di un locale porno i quali non avranno la possibilità di vederla. La donna, pensando alla salvezza del nipote, accetta nonostante tutto. Affinerà a tal punto la propria abilità nel ‘lavoro’ da diventare la mano più richiesta dai clienti, che faranno la fila per ‘Irina Palm’. Continua a leggere

Locandina La canzone del mareUn film di Tomm Moore. Con David Rawle, Brendan Gleeson, Fionnula Flanagan, Lisa Hannigan, Lucy O’Connell.Titolo originale Song of the Sea. Animazione, Ratings: Kids+13, durata 93 min. – Irlanda, Danimarca, Belgio, Lussemburgo, Francia 2014. – Bolero Film uscita giovedì 23 giugno 2016. MYMONETRO La canzone del mare * * * 1/2 -valutazione media: 3,73 su 10 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Saoirse è una bambina particolare, a 6 anni ancora non riesce a parlare e prova una strana e fortissima attrazione per il mare. Vive nella casa sul faro con il papà e il fratello maggiore Ben, spesso imbronciato e antipatico con la sorellina che ritiene responsabile della scomparsa dell’amata madre. Continua a leggere

Locandina Il vergine

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Un film di Jerzy Skolimowski. Con Jean-Pierre Léaud, Catherine Duport, Jaqueline Bir, Paul Roland, Leon Dony Titolo originale Le départ. Commedia, b/n durata 89 min. – Belgio 1967. MYMONETRO Il vergine * * * - - valutazione media: 3,17 su 7 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Il ventenne Marc lavora come assistente parrucchiere in un grande salone frequentato da facoltose signore, nutrendo il sogno di diventare pilota da corsa. Per essere ammesso all’imminente competizione deve, tuttavia, procurarsi una Porsche 911 S: tenterà di ottenerla con ogni mezzo a sua disposizione, anche impegnando i capelli di una ragazza, forse, innamorata di lui.
Nello stesso anno di Mani in alto!, il suo quarto lungometraggio bloccato dalla censura polacca, Jerzy Skolimowski gira in Belgio Il vergine, attirando su su di sé l’attenzione della critica internazionale. In breve, si tratta di un nuovo debutto, di una rinascita benedetta dal sole abbagliante della Nouvelle Vague, non soltanto per la presenza fisica di Jean-Pierre Léaud, perfettamente capace di comunicare insicurezza e determinazione, timidezza e una vena di sana follia. Nella concitazione, nelle stranezze, nei bronci e nei sorrisi dell’attore prediletto da Truffaut, infatti, si specchia l’ombra lunga delle tecniche e delle teorie di “cinema diretto” del movimento francese, la volontà di rottura verso i metodi tradizionali, la rivoluzione del Godard più anarchico, con i suoi giochi da cinema muto, l’esuberanza e l’assurdità di una libertà ripetuta 24 volte al secondo.
L’ansia di espressione del cineasta polacco, di fatto impossibilitato a continuare il proprio percorso in patria, pervade ogni sequenza, insegue i corpi e esplode nelle gag con il fine di raccontare l’apprendistato alla maturità, la “partenza” (come indica il titolo originale) verso l’età adulta di un ragazzo che non sa, o non vuole sapere, di essere già uomo: il sogno di Marc, così fortemente desiderato e ad un passo dall’essere realizzato, si rivelerà in tutta la sua inconsistenza in un dolce-amaro risveglio che ha il sapore dell’inevitabile cambiamento.
Vitale e articolato impasto di profondità psicologiche e vezzi d’auteur con un velo di calibrata malinconia, Il vergine vale anche come documento di un’epoca, costituendo la punta di diamante della reazione diretta della Nouvelle Vague sulle cinematografie di Stato dei Paesi dell’Est da cui proviene il regista. Anche attraverso il corpo-icona di Léaud, dopotutto, Skolimowski continua – e forse qui conclude – quella strada di autobiografismo generazionale affrontata nei precedenti Segni particolari: nessuno, Walkower e Barriera. Vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino.

Locandina La domenica specialmente

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Un film di Giuseppe Bertolucci, Giuseppe Tornatore, Francesco Barilli, Marco Tullio Giordana. Con Bruno Ganz, Philippe Noiret, Ornella Muti, Chiara Caselli, Nicola Di Pinto. Film a episodi,durata 107 min. – Italia, Francia, Belgio 1991. MYMONETRO La domenica specialmente * * 1/2 - - valutazione media: 2,50 su 4 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Il cane blu di Giuseppe Tornatore. Un calzolaio-barbiere scorbutico e senza parenti è seguito passo passo da un piccolo cane con una macchia blu sul muso. La neve sul fuoco di Marco Tullio Giordana. Durante la stagione invernale, un’anziana donna non può fare a meno di spiare, attraverso un mattone sconnesso, il figlio e la nuora che fanno l’amore. La domenica specialmente di Giuseppe Bertolucci. Un turista tedesco conosce, sul greto del fiume, una bellissima donna che accompagna un giovane malato di mente. Le chiese di legno di Francesco Barilli. Un uomo si aggira per una Rimini caotica durante la stagione balneare.

Quattro registi adattano altrettanti racconti tratti dalla raccolta “Il polverone” di Tonino Guerra, fornendo diverse chiavi di accesso al mondo del poeta e sceneggiatore romagnolo. Poco amato dalla critica al tempo della sua immissione nelle sale, La domenica specialmente è opera certamente diseguale, ma intrisa di senso del meraviglioso e stupore, di un lirismo incantato che l’occhio disattento potrebbe scambiare per trito sentimentalismo o inclinazione alla predica moralistica. Molto meglio lasciarsi guidare dalle sue storie esemplari, senza contare le imprecisioni e gli eccessi, dalla sua dimensione ricercatamente ristretta eppure orientata al globale, dal vitalismo di certi spostamenti, dal ritratto di una Romagna idealizzata, nel bene e nel male. Il nucleo dei quattro racconti è la solitudine, vista in senso assoluto, nel primo segmento, virata in nostalgia, nel secondo, in incomunicabilità, nel terzo, oppure calata nella sordità del contemporaneo, nell’ultimo. A fare la parte del leone sono Tornatore, suo il contributo più riuscito grazie ad un linguaggio inventivo e all’impagabile Philippe Noiret, e Giordana, che gioca di sottrazione e sottigliezze, riuscendo a dare una forma tangibile al concetto di mancanza; meno riusciti i segmenti di Bertolucci, che intesse una riflessione sul caso e l’amore, e di Barilli, a cui spetta una chiusura che pecca di un certo poeticismo.

Alcuni passaggi melensi non inficiano il valore globale di un film che è prima di tutto un riuscito omaggio alla scrittura di Tonino Guerra, cantore di un mondo contadino svelato mediante i modi semplici di una favola in cui la fantasia e la realtà si scambiano di continuo le parti. Aprono e chiudono Il casanova del Marecchio e L’uomo degli uccellini, rispettivamente diretti da Barilli e Bertolucci, più due note a margine che dei mini-episodi. Nell’episodio di Giordana esordisce Maddalena Fellini, «che non è l’unica connotazione felliniana dell’impresa» (Tullio Kezich). Apprezzabili musiche di Ennio Morricone. Da rivalutare.

Locandina Il figlio

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Un film di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne. Con Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Isabella Soupart Titolo originale Le fils. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 103 min. – Belgio, Francia 2002. MYMONETRO Il figlio * * * * - valutazione media: 4,06 su 16 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Olivier è un falegname che insegna in una scuola di avviamento alle professioni. Da quando suo figlio è stato ucciso da un undicenne e sua moglie lo ha lasciato l’uomo si dedica totalmente al lavoro. Un giorno arriva nella scuola Francis, l’assassino del figlio, scarcerato dopo alcuni anni di detenzione e ora immesso in un percorso di recupero. Olivier, dopo qualche incertezza, chiede di averlo nella sua classe. Lui sa bene chi è mentre il ragazzo ignora di essere di fronte al padre della propria vittima.
Ancora una volta i Dardenne decidono di utilizzare la tecnica del pedinamento che in questa occasione assume il valore simbolico di una ricerca. Olivier, anche se ancora lacerato da un desiderio di vendetta, di fatto sta cercando quel figlio che non ha più proprio in chi glielo ha sottratto e Francis in fondo ha bisogno di un padre. Potrebbe sembrare innaturale e troppo ‘cinematografica’ la decisione di Olivier di rinunciare a vendicarsi di chi gli ha devastato la vita. Ma i Dardenne ne sono consapevoli e costruiscono (e seguono) il tormento dell’uomo senza forzature. Non è un caso che ci sia un dialogo con la ex moglie (ora incinta di un altro) che gli chiede che senso abbia comportarsi così nei confronti dell’omicida del figlio. La risposta di Olivier non è immediata proprio perché si sta ancora sviluppando un percorso.
La forza del cinema dei due registi belgi sta proprio in questo: nel non offrire mai soluzioni facili e che non provengano dallo sviluppo di un pensiero che finisce col farsi azione. Si osservi con attenzione la sequenza in cui Olivier entra nell’abitazione di Francis di nascosto e si sdraia sul suo letto e ci si chieda quale intenzione nasconda. Si vedrà che quell’intenzione sta al centro di tutto il cinema dei Dardenne: cercare di comprendere (che non significa affatto semplicisticamente ‘giustificare’) l’altro. La confidenza tra i due si sviluppa per quasi impercettibili passi in avanti dove non c’è qualcuno che vuole educare anche perché l’altro non vuole essere educato.
C’è piuttosto una convergenza sulla messa a disposizione di competenza e passione che finisce con il trasmettersi dall’uno all’altro divenendo poi fisicità in cui può riemergere l’odio ma finisce con il prevalere una possibilità: quella che i Dardenne non negano mai ai loro personaggi senza per questo adagiarsi su facili happy end.

Locandina italiana Il matrimonio di Lorna

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Un film di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne. Con Jérémie Renier, Arta Dobroshi, Fabrizio Rongione, Alban Ukaj, Morgan Marinne. Titolo originale Le silence de Lorna. Drammatico, durata 105 min. – Belgio, Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania 2008. – Lucky Red uscita venerdì 19 settembre 2008. MYMONETRO Il matrimonio di Lorna * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 50 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Lorna è una giovane immigrata albanese a Liegi. Per ottenere la cittadinanza si è messa nelle mani del malavitoso Fabio. Costui le ha procurato un matrimonio con Claudy (un tossicodipendente) e Lorna ha ottenuto ciò che desiderava. Ora vorrebbe poter aprire un bar con il suo fidanzato Sokol che fa il pendolare da una frontiera all’altra. Per ottenere la somma necessaria deve però portare a compimento il piano di Fabio. Deve cioè poter ottenere un rapido divorzio per poter così sposarsi nuovamente. Questa volta con un mafioso russo che ha, a sua volta, bisogno della cittadinanza belga. Le procedure rischiano però di essere troppo lente e allora Fabio mette in atto la soluzione che già aveva in mente: elimina Claudy con un’overdose. Lorna mantiene il silenzio ma c’è qualcosa di nuovo nella sua vita.
Qualcosa è cambiato anche nel cinema dei Dardenne. Noti agli appassionati (e vincitori di ben due Palme d’oro con Rosetta e L’enfant) per il rigore di un cinema da sempre attento a scavare nelle cause del dolore delle persone più vulnerabili, i due fratelli vantano caratteristiche stilistiche ben definite. La camera a mano, la scelta del super 16 mm, l’assenza di qualsiasi commento musicale hanno sempre costituito gli elementi identificativi del loro cinema unitariamente a uno stile teso a non aggiungere al film un’inquadratura in più del necessario.
In questa occasione la forma (camera molto meno mobile e scelta del formato 35 mm) sembra avere avuto il suo influsso anche sul contenuto. Lo sguardo che i due fratelli belgi proiettano sul grave problema dell’immigrazione, legalizzata attraverso percorsi illegali, si lascia andare con maggiore disponibilità a un’indagine sui sentimenti venata da un accenno di patetismo. Lorna ha un volto dolcissimo ma è entrata in un’arena in cui dominano i lupi. Se vuole realizzare i propri sogni non può e non deve affezionarsi in alcun modo a Claudy con il quale è costretta a convivere per rispondere ad eventuali controlli delle autorità belghe. Ma Lorna non è un lupo. È una giovane donna che finisce col provare una pietà che sconfina nell’amore per quel relitto umano che le chiede costantemente aiuto per uscire dal tunnel in cui si è infilato. La scoperta di questo sentimento precede di poco l’eliminazione fisica del ragazzo. Il quale muore ma continua a viverle ‘dentro’ al punto da farla sentire in attesa di una nuova vita.
Come sempre i Dardenne offrono nel finale ai loro protagonisti una luce (per quanto fioca) di speranza. È quanto accade anche a Lorna, protagonista dell’inizio di un nuovo corso del loro cinema.

Locandina L'enfant

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Un film di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne. Con Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Déborah François, Jérémie Segard, Fabrizio Rongione Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 95 min. – Francia, Belgio 2005. uscita venerdì 9 dicembre 2005. MYMONETRO L’enfant * * * - - valutazione media: 3,40 su 17 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Bruno, vent’anni, e Sonia, diciotto. Dalla loro relazione nasce un bambino, Jimmy, che Bruno riconosce. Ma Bruno vive di furti che compie con la collaborazione di un ragazzino. Bruno crede di amare Sonia ma è privo di sentimenti paterni. Approfittando di un’ora in cui Jimmy è affidato a lui, va a venderlo.
Questa storia è nata, affermano i Dardenne, un giorno durante le riprese de Il figlio: “Al mattino, al pomeriggio, la sera, abbiamo visto passare e ripassare una ragazza che spingeva una carrozzina con un neonato dentro. Non sembrava avere una meta. Si limitava a camminare spingendo la carrozzina. Abbiamo spesso ripensato a questa ragazza, alla carrozzina, al suo bambino addormentato e a colui che non c’era: il padre del bambino. L’assente che sarebbe diventato importante nella nostra storia. Una storia d’amore che è anche la storia di un padre”.
I Dardenne tornano, con il loro stile inconfondibile (questa volta più frenato nell’uso della camera a mano) a raccontare degli “ultimi” della società con un occhio di riguardo per i più giovani. Qui gli “enfant” del titolo sono molti: dal neonato, al ragazzino che ruba con Bruno a Bruno stesso. Ognuno con la propria inadeguatezza al mondo e, Bruno in particolare, con un’amoralità che sfocia nella scena finale in una sorta di catarsi che lascia, come sempre nel cinema dei due fratelli belgi, un margine alla speranza. È un cinema morale e necessario, il loro, che non lascia spazio alla retorica o alla facile commozione ma pone degli interrogativi ai quali non è possibile sfuggire.

Locandina La promesse

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Un film di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne. Con Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Assita Ouédraogo Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 93 min. – Belgio 1996. MYMONETRO La promesse * * * - - valutazione media: 3,04 su 9 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Provincia di Liegi. Il quindicenne Igor aiuta il padre Roger il quale ‘importa’ immigrati clandestini che destina poi ai cantieri. Un giorno arrivano dal Burkina Faso Assita e Seydou, moglie e figlio appena nato di Hamidou il quale è caduto in un cantiere ed è deceduto perché Roger si è rifiutato di portarlo in ospedale, temendo gli ispettori dell’immigrazione. Prima di morire l’uomo ha chiesto ad Igor di badare a sua moglie e a suo figlio. Ora il ragazzo vuole mantenere la promessa.
È un film percorso dagli spostamenti di Igor questo primo ingresso nel mondo del cinema di finzione (dopo un importante percorso da documentaristi) dei fratelli Dardenne. Quel suo andare dalla casa al cantiere e da questo all’officina in cui fa il garzone fino al locale con tanto di karaoke in cui sembra poter ritrovare una sintonia con suo padre è indicativo di una ricerca di un baricentro. In assenza di una figura materna e circondato da un universo di solitudini anche Igor è profondamente solo. Finisce così con il trovare in Assita non tanto l’extracomunitaria da assistere in un pamphlet paraumanitario quanto una madre e soprattutto una solitudine a cui tendere la mano. Con un rischio fondamentale: perdere il padre a cui è inevitabile opporsi per mantenere una promessa che al contempo implica fino all’ultimo una omissione. Igor non dice ad Assita che Hamidou è morto perché teme di perderla ma non può rimanere in silenzio per sempre.
In un mondo che sembra ormai anestetizzato nei confronti della sofferenza altrui Igor reagisce e i Dardenne ne seguono la crescita interiore senza lasciarsi mai tentare dal cercare di suscitare nello spettatore una commozione forzata. Il loro è uno stile al contempo partecipe e controllato che viene sostenuto dalle interpretazioni di Olivier Gourmet (destinato a divenire il loro attore feticcio per il quale, magari anche breve, ma c’è sempre un ruolo) e di Jéremie Renier che tornerà ancora con il suo fisico esile e con sua nervosa dinamicità ad abitare il loro cinema. Un cinema che sa come stare dalla parte degli ultimi senza falsi pietismi e senza occultarne le contraddizioni. Un cinema quindi non ‘umanitario’ ma, fin dall’esordio, semplicemente umano.

Bassa Marea_s

Un film di Roberto Minervini. Con Daniel Blanchard, Melissa McKinney, Vernon Wilbanks Drammatico, durata 92 min. – Belgio, Italia, USA 2012. – Minerva Pictures Group MYMONETRO Low Tide * * * - - valutazione media: 3,00 su 1 recensione.

Un ragazzino vive con la madre single e si trova ad occuparsi non solo delle faccende domestiche ma anche della genitrice. La giovane donna lavora in una casa di riposo per anziani come inserviente e si fa aiutare dal figlio del quale però non si occupa praticamente mai non rinunciando peraltro ad ospitare partner o a consentire che si cerchi di coinvolgerlo in situazioni scabrose.
Di preadolescenti o adolescenti di cui gli adulti non si occupano oppure si occupano nel modo sbagliato il cinema ce ne ha proposti molti e quindi ogni volta ci si chiede cosa si possa dire di nuovo in materia. Ma quanto affermava Tolstoj nell’incipit di “Anna Karenina” (“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”) è applicabile anche a questa delicatissima fase di formazione dell’essere umano. Minervini sa come coglierla in modo originale anche se il suo protagonista senza nome non può non ricordarne un’altra che un nome ce l’aveva ed ha segnato la storia del cinema: Rosetta. Come i Dardenne Minervini usa solo musica diegetica e come loro pedina il proprio protagonista con la macchina da presa. Non lo fa però come loro in maniera ossessiva consentendogli anche quelle pause di respiro che a Rosetta o al ragazzo de Il figlio erano negate.
Sono due solitudini profonde quelle che si sfiorano per gran parte del film. Da un lato c’è una madre giovane che sembra non capire (o, meglio, non sa come gestire) la propria solitudine affollata di persone, di vicende border line, di un lavoro gestito senza alcuna empatia verso i pazienti della casa di riposo. Dall’altro c’è lui, un bambino che sta diventando ragazzo ma a cui si chiede di essere già adulto, di sapere cosa c’è nel frigorifero, di rifare i letti, di far andare la lavatrice. È un film pieno di animali quello di Minervini, dal serpente dell’inizio, alle rane, ai gatti chiusi nel camper, agli insetti fino ai pesci rossi che finiscono con il rappresentare il sentire del protagonista. Quando va a raccogliere con la boccia l’acqua piovana o quando gonfia e riempie d’acqua la piscinetta per farli nuotare in uno spazio più ampio quei pesci sono lui, bisognoso di un respiro e di una dimensione che il mondo adulto sembra volergli negare per sempre.
Ma è lui anche il pesce pescato e pugnalato per restare poi, come è accaduto in precedenza con il vitello, a vederlo morire. Il suo sembra un cammino dal nulla verso il nulla in cui a tratti filtra un raggio di luce che subito scompare ma la bassa marea di una vita vuota di affetto potrebbe anche non essere per sempre. È ciò che il regista e lo spettatore si trovano a sperare insieme.

Locandina italiana La parte degli angeli

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Un film di Ken Loach. Con Paul Brannigan, John Henshaw, Roger Allam, Gary Maitland, Jasmine Riggins. Titolo originale The Angels’ Share. Commedia, durata 106 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia 2012. – Bim uscita giovedì 13 dicembre 2012. MYMONETRO La parte degli angeli * * * - - valutazione media: 3,27 su 48 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Glasgow. Il giovane Robbie, già recidivo, evita il carcere perché il giudice decide di puntare sulla sua capacità di recupero visto che la sua altrettanto giovane compagna sta aspettando un figlio. Viene così affidato a Rhino che è il responsabile di un gruppo di persone sfuggite al carcere e condannate a compiere lavori socialmente utili. Dopo aver assistito a un pestaggio, di cui Robbie diviene vittima nel momento in cui decide di andare in ospedale per vedere il bambino, Rhino decide di aiutarlo. Scoperta la sua particolare sensibilità gustativa per quanto riguarda i vari tipi di whisky decide di introdurlo nell’ambiente. È così che a Robbie e ad alcuni suoi compagni di rieducazione viene l’idea di un ‘colpo’ del tutto anomalo che però potrebbe offrire loro un futuro sereno.
Ken Loach torna a riflettere sulla commedia umana, arte nella quale è indiscutibilmente maestro. Sceglie lo scenario della Glasgow che ama e ci offre il ritratto di uomini segnati dalla vita privilegiando tra tutti quello del giovane Robbie. È a quelli che questo nostro mondo libero etichetta come irrecuperabili che, ancora una volta rivolge la sua attenzione. Perché Loach è convinto che la possibilità di un riscatto sociale vada più che mai offerta in questi nostri tempi in cui il Dio Mercato reclama ingenti e quotidiani sacrifici umani.
Con il fido sceneggiatore Paul Laverty utilizza come leva narrativa il momento che, per ogni essere umano degno di questo nome, è costituito dalla nascita di un figlio. Decidere di averlo nonostante tutto significa, oggi, sperare apparentemente contro ogni speranza. È quello che fanno Robbie e la sua compagna Leonie contro il padre e i familiari di lei. In una società che conta più sulla ricaduta del delinquente (per poterlo allontanare a lungo dalla comunità) che sul suo redimersi la giovane coppia trova però ancora delle significative solidarietà. Perché il socialismo di Loach è di stampo umanitario e crede che sia ancora possibile quella pietas che i latini sapevano definire sgombrandola da ogni retorica commiserevole. Ecco allora che il ‘dannoso’ alcol, nelle specie di pregiatissimo whisky, finisce con il divenire strumento di riscatto in una storia che unisce con grande equilibrio dramma e sorriso e che (a differenza del prezioso liquido) va gustata appieno, senza moderazione.

Locandina italiana Azur e Asmar

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Un film di Michel Ocelot. Con Cyril Mourali, Karim M’Riba, Hiam Abbass, Patrick Timsit, Rayan Mahjoub. Titolo originale Azur et Asmar. Animazione, Ratings: Kids, durata 99 min. – Francia, Belgio, Spagna, Italia 2006. uscita venerdì 10 novembre 2006. MYMONETRO Azur e Asmar * * * 1/2 - valutazione media: 3,81 su 42 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Azur ha gli occhi azzurri, Asmar ce li ha neri come la notte. Il primo è figlio di un nobile gelido, il secondo di un’amorevole balia, che cresce i pargoli come fratelli, raccontando a entrambi, ogni sera, alle porte del sonno, la leggenda della fata dei Jinns, che attende, da una prigione nascosta, il giovane che la libererà. Ma un giorno il padre di Azur lo manda lontano da casa per studiare e scaccia dalla sua dimora francese la nutrice e il piccolo Asmar. Solo una volta adulto, Azur si imbarcherà in direzione dell’Oriente per ritrovare i suoi cari e liberare la fata dei Jinns.
Lo guida l’eco di una lingua a noi sconosciuta, di cui serba il ricordo infantile (l’arabo, volutamente non doppiato né sottotitolato) e lo scorta lo sgradevole Rospù, un mendicante brutto e bianco che sputa sulla terra che lo sta ospitando e che gli dà di che sopravvivere.
Prima ancora che un artista, Michel Ocelot è un incantatore, uno di quegli illusionisti capaci di magiche incongruità, come far uscire un animale da un oggetto vuoto o un film sul medioevo della civiltà islamica da un software 3D che più moderno non si può.
Con Azur e Asmar, spettacolo nel quale si mescolano suggestioni da “Mille e una notte”, Ocelot mette in scena la vicenda di un’amicizia elettiva tra un principe azzurro e un esotico Aladino inserendola nello schema della fiaba, e con questo ci ricorda che la realtà è ben diversa. Però, come insegna l’esempio di Azur, un racconto leggendario può guidare una vita, basta crederci. Basta attraversare il mare che ci divide dall’ignoto e capire che la differenza non è un segno di sottrazione ma uno scrigno di pietre preziose.
Per illuminare i tanti sinonimi di Oriente e Occidente, il papà di “Kirikù” procede per contrari: una fiaba luccicante per raccontare la cecità del pregiudizio e l’ottusità della superstizione (occhi azzurri là, gatti neri di qua); un elenco di tutto quel che manca alla civiltà del mediterraneo per mettere in luce tutto quel che possiede. Un’operazione antiretorica degna dell’applauso.
In questo gioco di specchi e porte gemelle, a ognuno il turno di riflettersi e riflettere per capire se si è più Asmar o più Azur o più Rospù.
L’appello civile e morale non è alla tolleranza ma al riconoscere che -come in ogni fiaba che si rispetti- l’unione fa la forza. Ocelot vede nell’unione delle culture l’avvenire del mondo e lo comunica con il suo tratto ispirato tanto dai pittori fiamminghi che dalle miniature persiane e la sua tavolozza che mescola i colori di Francia con quelli della Turchia, dell’Andalusia e del Maghreb.