Category: Documentario


Locandina italiana Nanuk l'eschimeseUn film di Robert J. Flaherty. Con Nanook, Nyla, Cunayou, Allee, Allegoo Titolo originale Nanook From the North. Documentario, Ratings: Kids+16, b/n durata 58 min. – USA 1922. MYMONETRO Nanuk l’eschimese * * * * - valutazione media: 4,08 su 7 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

La vita di una famiglia eschimese, formata da Nanuk, dalla moglie Nyla e dai loro figli, seguita nella dura vita quotidiana, da un’estate all’inverno successivo, in un villaggio nei pressi della Baia di Hudson. Nanook of the North (Nanuk l’eschimese), primo fondamentale esempio di cinema documentario capace di raggiungere un successo mondiale, fu girato dall’esploratore Robert Flaherty in due lunghi anni di pellegrinaggio nel Circolo Polare Artico a temperature proibitive.
A metà tra il film antropologico e il documentario didattico, Flaherty “riesce a regalare la descrizione di una società alternativa alla nostra, tanto affascinante e complessa da non doversi piegare di fronte a nessuno, una civiltà con tecniche proprie, come la costruzione di un igloo, oppure il loro modo per ripararsi dalla tempesta…”
Nel 1994 il regista Claude Massot ha girato il film Kabloonak, che racconta le vicende delle riprese di Nanuk e le relazioni di amicizia che nacquero tra il regista americano, Nanook e gli Eschimesi Inuit. Continua a leggere

Locandina Alfa Tau!

Un film di Francesco De Robertis. Con Liana PersiGiuseppe AddobbatiDocumentarioRatings: Kids+16, b/n durata 90 min. – Italia 1942MYMONETRO Alfa Tau!  valutazione media: 3,38 su 7 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Realizzato dal centro cinematografico del Ministero della Marina questo lungo documentario fa parte della trilogia dedicata ai “combattenti del mare”. Gli altri due film erano Uomini sul fondo dello stesso De Robertis e La nave bianca scritto e sceneggiato da De Robertis stesso ma realizzato poi da Roberto Rossellini.

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Locandina A ciascuno il suo cinemaUn film di Bille August, David Cronenberg, Claude Lelouch, Isabelle Adjani, Anouk Aimée, Josh Brolin, Jean Cocteau, David Cronenberg. Willem Dafoe, Grant Heslov, Jeanne Moreau, Nanni Moretti, Michel Piccoli, Lars von Trier

Titolo originale Chacun son cinéma. Documentario, durata 120 min. – Francia 2007. – MYMOVIESLIVE! uscita lunedì 14 maggio 2012. MYMONETRO A ciascuno il suo cinema * * * - - valutazione media: 3,00 su 1 recensione.

Ogni tanto gli anniversari non vengono per nuocere. È il caso del sessantesimo del Festival di Cannes che ha spinto il suo Presidente e mentore Gil Jacob a celebrare offrendo ai registi di cui sopra la possibilità di realizzare un film di 3 minuti avente al centro la sala cinematografica o comunque l’idea di film già realizzato. Quindi niente lavoro del set, registi e attori ecc.. ma l’opera finita e il suo rapporto con il luogo che resta ancora (almeno idealmente) al centro della sua fruizione. Ne è uscito un mosaico davvero interessante di letture e di spunti. È impossibile citarli tutti e quindi tratteremo, molto soggettivamente, di quelli che più ci hanno colpito.
Lars Von Trier ha ancora una volta ‘esagerato’ (nel senso positivo del termine) mettendosi in scena nella proiezione ufficiale di Manderlay con a fianco un produttore che comincia a parlare di quanto sia divenuto ricco grazie al cinema. Lars lo massacrerà nel senso più preciso del termine. Takeshi Kitano si è regalato il ruolo di un proiezionista in un cadente cinema di campagna che, grazie alla sua imperizia, mostra all’unico spettatore in sala solo dei frammenti di un film distribuito dal…Kitano Office. Se i Coen mettono in scena un cowboy che va a vedere un film turco che finisce col piacergli Abbas Kiarostami stupisce tutti rendendo omaggio a Franco Zeffirelli e al suo Romeo e Giulietta mostrando un cinema pieno di donne che si commuovono dinanzi al film del quale sentiamo il sonoro della sequenza finale. Polanski ci riporta alla proiezione di Emmanuelle e a una coppia borghese scandalizzata da uno spettatore che, molte file più indietro, sembra intento a masturbarsi. Sembra… Non mancano i film densi di nostalgia (ben due omaggi a Bresson e tre, se non abbiamo contato male, a Fellini). A cui si aggiunge l’autocitazione di Lelouch e del legame che si era creato tra suo padre e sua madre e Ginger Rogers e Fred Astaire. Un’ultima annotazione per la nutrita presenza (i registi non sapevano nulla dei progetti altrui) di non vedenti in un film collettivo sul cinema. Non è per nulla strana come si potrebbe pensare in un primo momento. Il cinema ha un significato anche per chi non vede ed è giusto che la cecità abbia assunto qui il ruolo di metafora forte. Continua a leggere

Locandina italiana Super Size MeUn film di Morgan Spurlock. Con Morgan Spurlock, Daryl M. Isaacs, Lisa Ganjhu, Steven Siege, Bridget Bennett Documentario, Ratings: Kids+13, durata 98 min. – USA 2004. uscita venerdì 8 aprile 2005. MYMONETRO Super Size Me * * * - - valutazione media: 3,07 su 29 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Il documentario di Morgan Spurlock traccia una linea di confine tra la cattiva alimentazione e il cittadino che la “subisce”. Il dito viene puntato contro i fast food e l’oggetto d’indagine è l’obesità, non dal punto di vista soggettivo, ma come piaga sociale, come problema mediatico, economico, politico e culturale, come un muro che forse soltanto la medicina può oltrepassare, ma non abbattere. La trama è semplice: Morgan Spurlock si sottopone ad una ferrea dieta a base di grassi. Per tre volte al giorno dovrà consumare i pasti da MacDonald’s, avvalendosi della vasta scelta di percorsi calorici da loro consigliati, sempre in formato “supersize”. Il tutto per un mese. Tre esperti, un cardiologo, un nutrizionista e un gastroenterologo seguono il cammino dietetico del regista, prima, durante e dopo. Le conseguenze mediche, subite dal corpo di Spurlock, sono ciò che il film si propone di dimostrare. Una ricerca stilistica e visiva eccellente per il genere e un ritmo piacevole, divertente, a tratti degno di una commedia, rendono questo documentario di livello mondiale, adatto a tutti, educativo, oltre che manifesto reale di un quadro lucido e cinico della società americana.
Certo è giusto ricordare che qui si parla di multinazionali e non di individui; che se gli intenti narrativi sono quelli di un esperimento scientifico, forse, vengono trascurate un po’ troppe variabili; e ancora, che alcune presunte indagini statistiche risultano un po’ forzate, come ad esempio che i bambini americani possano arrivare a confondere Gesù Cristo con Bush, ma mai nessuno che non sappia chi è Ronald MacDonald. E soprattutto, se interessano le conseguenze distruttive di alcuni cibi sull’uomo, perché il piacere che da esso ne deriva è appena accennato? Forse che il piacere dell’uomo sia la sua autodistruzione.

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Un film di Peter Greenaway. Documentario, durata 86 min. – Paesi Bassi 2008. MYMONETRO Rembrandt’s J’accuse * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 1 recensione.

Rembrandt j’accuse arriva due anni dopo Nightwatching, storia romanzata della genesi del quadro omonimo, ed esibisce tutto l’orgoglio della struttura più celebre e fortunata delle narrazioni del sapere contemporaneo: quella del giallo e dell’enigma. L’ultima performance di Peter Greenaway ipotizza che Rembrandt volesse denunciare nel suo dipinto l’esistenza di una cospirazione assassina e che la caduta verticale della fama e del prestigio del pittore fiammingo, seguita alla realizzazione della “Ronda di notte”, si debba con ogni probabilità al j’accuse e alla condanna morale che i suoi contemporanei e committenti colsero nell’opera. Plausibile? Forse sì o forse no. Quello che davvero importa è lo sguardo indagatore del regista gallese che analizza, scompone e destruttura lo sguardo autoriale che aveva creato, composto e generato con la matericità del colore e la forza della luce un potente ritratto di gruppo.
Scomponendo i particolari costitutivi del quadro e ingigantendone alcune sezioni, il regista fa emergere in superficie e fuori dalla superficie dettagli inquietanti e illuminanti. “La ronda di notte”, molto studiata e variamente interpretata, riunisce dentro lo stesso dipinto la gilda degli archibugieri, “condotta” dal capitano Frans Banning Cocq e dal suo luogotenente van Ruytenburgh, per celebrarne l’immagine di baluardo della città e mostrarne i privilegi conquistati con la guerra d’indipendenza (dalla Spagna) e la fondazione della Repubblica. Se i più hanno inteso il dipinto alla luce della consolidata tradizione olandese dei ritratti delle compagnie della guardia civica, corporazioni a cui appartenevano i ricchi notabili di Amsterdam, e qualcun altro ha ipotizzato che potesse rappresentare una scena o forse un quadro vivente del dramma storico di Vondel (“Gijsbrecht van Amstel”), Greenaway trasforma il quadro in investigazione e anamnesi indiziaria.

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Un viaggio dentro la complessa cultura e la storia di Anonymous, il famoso gruppo di hacktivisti. Dai primi gruppi di hacker fino alle azioni di disturbo divenute celebri in tutto il mondo, il documentario cerca di tracciare l’evoluzione del collettivo durante gli anni attraverso interviste ad alcuni membri – alcuni recentemente rilasciati dal carcere, altri ancora in attesa di giudizio – e a scrittori, docenti e altri soggetti fondamentali per alcune “incursioni”.

Un film di Alex Winter. Documentario, – USA 2012.

Un documentario che esplora la rivoluzione del download e Napster, i ragazzi che l’anno creato e l’impatto sul mondo. Continua a leggere

Risultati immagini per Burden of DreamsBurden of Dreams (1982) is a feature-length documentary and making-of directed by Les Blank, shot during and about the chaotic production of Werner Herzog‘s 1982 film Fitzcarraldo, filmed in the jungles of South America.

The film poster was created by Montana artist Monte Dolack and Eduardo Sanguinetti.

Due to his use of long, uninterrupted takes, his rejection of scripting set pieces and his films’ tendency to document without making overt arguments through narration, dramatic reinterpretation or other techniques, Les Blank’s work has often been tied to the cinema vérité documentary movement.

Blank himself has denied Burden of Dreams’ connections to cinema vérité. In a 2011 interview with Ben Terrall for the website El Cerrito Patch,[1] Blank discusses a film he is making about the vérité director Richard Leacock and says that Leacock argued that Blank was not a vérité director. Terrall writes that “Leacock criticized Blank for using lights and a tripod, but Blank said he [was] interested in using whatever tools [could] make his films better.” Blank is quoted in the article as saying he is “sympathetic” to cinema vérité, but is not a purist.

Also contradicting Blank’s classification as a vérité practitioner is his decision to have Herzog repeat statements he made off-camera while being filmed. In a 2009 interview with Jesse Pearson for Vice Magazine, Blank is asked to recall a scene in the film in which Herzog delivers a monologue about the violence and destruction of the jungle around him. Blank says that the scene originally took place in the middle of a canoe ride, away from cameras, but he liked the speech enough to coax it out of Herzog again. “When the moment was right,” Blank told Vice, “I pulled him aside and said, ‘Can I do a little interview?’ And he said, ‘Sure.’ Goodwin led him around to something that sparked him off on that tangent again. That’s how we got the speech.”[2]

The film received the 1983 British Academy Film Award for Best Documentary and was named Best of Festival at the San Francisco Film Festival the same year.[3]

Regia di Ian Forsyth, Jane Pollard. Un film Da vedere 2014 con Nick CaveSusie BickWarren EllisDarian LeaderRay WinstoneBlixa Bargeld.Cast completo Genere Documentario – Gran Bretagna2014durata 95 minuti. Uscita cinema martedì 2 dicembre 2014 distribuito da Nexo Digital. Valutazione: 3,50 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

Nel 2012, al compimento dei suoi 55 anni, Nick Cave, leader dei The Bad Seeds, compositore, scrittore e sceneggiatore, calcola di aver trascorso 20.000 giorni sulla Terra. Prima che sia troppo tardi, o lo facciano altri, si convince a interpretare (e dare la sua voce narrante) una giornata autobiografica costruita fino all’ultimo dettaglio: dalla sveglia mattutina alle prove in sala d’incisione, dalla messa in scena di sedute psicanalitiche agli incontri surreali con alcuni rilevanti collaboratori, fino alla discesa fisica nel sottosuolo del proprio archivio.
In fuga dal documentario musicale convenzionale, Cave si affida a Iain Forsyth e Jane Pollard, noti visual artists britannici esordienti nel lungometraggio e ispirati dalle riprese realizzate a La Fabrique, studio di registrazione dello struggente Push the Sky Away (2013), che dà i brani al film. I due sono anche autori di una ricreazione live minuziosa dell’ultima performance di Bowie nei panni di Ziggy Stardust (A Rock ‘N’ Roll Suicide, 1998). Oltre al titolo, non è infatti citazione casuale quella del doppio specchio da L’uomo che cade sulla Terra di Nicolas Roeg; Cave conosce bene la cura necessaria alla costruzione di una rockstar. Spinto dall’urgenza del tempo, dal terrore di perdere la memoria, per lui sinonimo d’ispirazione, non rievoca la propria storia carriera, né specula sugli eccessi (solo due veloci accenni alla dipendenza e a Michael Hutchence degli INXS); semplicemente, si mette in scena con l’aiuto dei suoi amici. Basta una battuta sui pasti consumati con il braccio destro Warren Ellis per dare il senso, in una bizzarra parentesi culinaria, di quanto il lavoro artistico possa essere tirannico.
Lo psichiatra Darian Leader è presenza funzionale a far riaffiorare ricordi e impressioni che hanno ispirato e affollano il mondo fantastico e violento che nutre il suo repertorio. Mentre le sue perlustrazioni in auto per Brighton fanno apparire sulla Jaguar collaboratori cruciali: l’attore Ray Winstone (interprete di La proposta di John Hillcoat, di cui Cave scrisse la sceneggiatura), il chitarrista Blixa Bargeld (con cui non parla da quando nel 2003 lasciò i The Bad Seeds) e la popstar Kylie Minogue (insieme incisero Where the Wild Roses Grow nel ’95), in un istante che riecheggia Holy Motors di Leo Carax. Tre suggestioni fantasmatiche sulla fragilità della creatività. In un vertiginoso equilibrio tra autoesaltazione e demistificazione, Cave definisce in chiave fiction la propria idea di songwriting: operazione di cannibalismo, esercizio costante di recupero d’immagini dal passato, collisione di opposti, disciplina di scrittura (anche sul clima di Brighton). E trascendenza, rapimento sul palco, dove la sua musica diventa di altri e lui diventa un altro, come esemplifica l’accelerazione ritmica del finale di Jubilee Street al Sydney Opera House.
Potenzialmente irritante per il suo carattere manipolatorio, Nick Cave – 20.000 Days on Earthè un seducente trionfo di vanità e candore, una scoperta finzione che distilla momenti di onestà e verità taglienti. L’artificio esibito, come una chioma corvina, di un uomo che idolatra se stesso quanto l’arte della narrazione.Nick Cave - 20000 Days on Earth - eng subeng_s.jpg

Locandina italiana Death of a President (Morte di un presidente)Un film di Gabriel Range. Con Hend Ayoub, Brian Boland, Becky Ann Baker, Robert Mangiardi, Jay Patterson, Jay Whittaker Titolo originale Death of a President. Thriller, durata 90 min. – Gran Bretagna 2006. – Lucky Red uscita venerdì 16 marzo 2007. MYMONETRO Death of a President (Morte di un presidente) * * 1/2 - - valutazione media: 2,50 su 34 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

19 ottobre 2007. Il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush è in visita a Chicago dove tiene un discorso all’hotel Sheraton. In città è in corso un’imponente manifestazione contro la sua politica in Iraq. Non mancano scontri con la polizia. Dopo aver partecipato all’incontro in suo onore, Bush viene colpito da colpi d’arma da fuoco esplosi da un attentatore che riesce a fuggire approfittando della confusione. Le indagini, immediatamente avviate, si indirizzano su un cittadino di origine siriana che viene incriminato forzando la mano sulle prove a suo carico. L’uomo viene condannato ma…
Gabriel Range realizza un mockumentary, un finto documentario su un fatto non accaduto, scatenando polemiche a non finire. Si tratta di incitazione all’omicidio di un Capo di Stato? Siamo dinanzi a un innocuo esercizio cinematografico con diritto di critica incorporato (a una delle Amministrazioni più disastrose della storia della democrazia americana)? O si tratta di un’operazione riuscita a metà? Che il film provocasse critiche era già scritto nel suo DNA originario e Range non ne fa mistero. Che invece pochissimi, sulla stampa statunitense, guardassero il cielo al posto del dito che lo indica è un fatto che stupisce. Continua a leggere

Un film di Dziga Vertov. Titolo originale Celovek s kinoapparatum. Documentario, b/n durata 64′ min. – Russia 1929. MYMONETRO L’uomo con la macchina da presa * * * 1/2 - valutazione media: 3,70 su 9 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

L’uomo con la macchina da presa è il monumento del cinema costruttivista sovietico, un vorticoso mosaico sull’utopia dell’uomo-macchina e di un mondo nuovo. Nonostante la sua indiscussa reputazione, questo classico del cinema muto non è mai stato mostrato con la musica che lo stesso Vertov aveva immaginato per il film, e che fu eseguita soltanto alla sua prima uscita. I nostri agenti di Mosca hanno scovato il manoscritto negli Archivi di Stato; dopo averlo letto, abbiamo pensato che la Alloy Orchestra (già vista all’opera con Sylvester al Festival di Telluride e, lo scorso anno, con Lonesome) fosse l’approdo ideale per il visionario progetto di Vertov. Il risultato è un’abbagliante, distorta sinfonia di musica concreta, trasmissioni radio e danze popolari, un’esperienza sonora esplosiva per un film destinato a celebrare la bellezza del caos. -PCU Il suono nell’Uomo con la macchina da presa è ben più di un’illustrazione alle immagini. Nella visione futuribile di Vertov, il cinema si sarebbe fuso con la radio allo scopo di mettere in contatto i proletari di tutto il mondo, infrangendo così le frontiere e annullando le distanze: “L’uomo con la macchina da presa, scrisse lo stesso Vertov nel 1929, costituisce il passaggio dal cine-occhio al radio-occhio”. In effetti, il film diviene una sorta di radio-occhio grazie a una serie di immagini sonore durante la sequenza dedicata a un dopolavoro del futuro, con visioni sovrapposte a un altoparlante in primo piano. -NT -PCU -YT Continua a leggere

Un film di Mario Morra, Antonio Climati, Antonio Climati. Documentario, durata 93 min. – Italia 1976. MYMONETRO Savana violenta * * - - - valutazione media: 2,00 su 1 recensione.

Uno dei soliti film ispirati al famigerato Mondo cane di Jacopetti. Continua a leggere

Risultati immagini per Angeli bianchi Angeli neriUn film di Luigi ScattiniDocumentariodurata 95 min. – Italia 1969.

Riti propiziatori, messe nere, superstizioni, cerimonie di iniziazione sono l’argomento del film che ci porta da Londra a Rio, da San Francisco a Los Angeles. Continua a leggere

1Un eccezionale documentario ambientato negli anni d’oro della “Formula 1″, racconta la storia di una generazione di carismatici piloti che alla ricerca della gloria hanno rischiato la vita durante il sanguinoso periodo di questo sport. Le gare di “Formula 1″ non sono mai state per deboli di cuore ma per uomini sempre alla ricerca del limite… Continua a leggere

Un film di Claude Lelouch, Alain Resnais, Agnès Varda, William Klein, Joris Ivens. Con Bernard Fresson, Valérie Mayoux, Anne Bellec Titolo originale Loin du Viet-Nam. Documentario, b/n durata 111′ min. – Francia 1967. MYMONETRO Lontano dal Vietnam * * 1/2 - - valutazione media: 2,75 su 4 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Film politico collettivo diviso in 11 sequenze con introduzione ed epilogo: 1) “Bomb Hanoi!”; 2) “A parade is a parade”; 3) “Johnson piange”; 4) “Claude Ridder”; 5) “Flashback”; 6) “Camera Eye”; 7) “Victor Charlie”; 8) “Why We Fight”; 9) “Fidel Castro”; 10) “Ann Uyen”; 11) “Vertigo”. 6 registi e 150 tecnici per un film militante _ girato in 16 e 35 mm, prodotto e supervisionato da Chris Marker _ che sposa esplicitamente una tesi, quella contro gli Stati Uniti e a favore del popolo vietnamita. Fu il preludio agli Stati generali del cinema, creati in Francia durante il maggio ’68, e aprì la strada ad altre esperienze collettive di cinema militante che furono fatte in Francia e in altri Paesi d’Europa dopo il ’68 e negli anni ’70. Le sequenze documentaristiche in senso stretto (portaerei americana, Saigon, la giungla, manifestazioni pro e contro la guerra) sono dovute a Ivens, Lelouch, Klein o ad anonimi operatori di cinegiornali. L’episodio più citato (“Camera Eye”) è la confessione di Godard che _ tra paradossi, sincerità, dubbi, incertezze, esibizionismi _ ricalca la tesi guevarista dei molti Vietnam; il più problematico (“Claude Ridder”) è di Resnais-Sternberg che tenta il ritratto di un intellettuale parigino “di cattiva coscienza e dunque di mala fede”. Come organizzatore e impaginatore, il vero autore del film è Marker con la sua visione terzomondista e la sua appassionata utopistica volontà che il Vietnam parli all’Europa. Continua a leggere

Locandina L'ignoto spazio profondoUn film di Werner Herzog. Con Brad Dourif, Ellen Baker, Franklin Chang-Diaz, Shannon Lucid, Michael Mcculley, Donald Williams Titolo originale The wild blue yonder.Documentariodurata 81 min. – Francia, Germania, Gran Bretagna 2005uscita venerdì 25 novembre 2005MYMONETRO L’ignoto spazio profondo * * * - - valutazione media:3,13 su 12 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Werner Herzog è un regista che negli ultimi anni ha agito nell’ombra. Una decina di documentari e docu-fiction che non si è preoccupato tanto di promuovere, quanto invece del piacere di girarli per amore del proprio lavoro. The wild blue yondercorre, ancora una volta, sulla linea della fiction documentata per proiettarci nella fantascienza, nell’ignoto spazio, narrando di alieni che alla fine risultano più umani di noi.  Continua a leggere

Un film di Frank Simon. Con Jackie Stewart, Roman Polanski, Helen Stewart Documentario, durata 80 min. – Gran Bretagna 1972.

Il documentario segue la vita pubblica e privata del pilota di auto da corsa Jackie Stewart, e la sua preparazione per una gara a Monte Carlo. Il tutto attraverso l’obiettivo di Roman Polanski, amico di vecchia data di Stewart, qui anche in veste di produttore. Il film è anche conosciuto con il titolo Weekend of a Champion. Continua a leggere

Locandina La bocca del lupoUn film di Pietro Marcello. Con Vincenzo Motta, Mary Monaco Documentario drammatico, durata 76 min. – Italia 2009. – Bim uscita venerdì 19 febbraio 2010. MYMONETRO La bocca del lupo * * * 1/2 - valutazione media: 3,66 su 49 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Prodotto dalla Indigo film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, da L’Avventurosa di Dario Zonta e dai gesuiti della Fondazione San Marcellino La bocca del lupo racconta amore e miseria tra gli indigenti e gli emarginati di Genova. Ad “avventurarsi” è Pietro Marcello, che approda a Quarto dei Mille scortato dal ricordo del romanzo verista di Remigio Zena e poco a poco si addentra nei vicoli, osserva, non giudica, condivide e, con questo passo, lucido e discreto ma anche libero ed evocativo, arriverà fin dentro la casa dei suoi personaggi.
Il movimento della narrazione è lo stesso: dalla fotografia corale dei genovesi di ieri e di oggi si stringe su Enzo, emigrato siciliano, e Mary, conosciuta in carcere, nella sezione dei transessuali, alla quale Enzo si è legato da vent’anni, sostenuto dal sogno comune di una casetta in campagna. Per Mary, Enzo è apparso da subito una bellezza da cinema, uno che poteva fare l’attore, in quei film western -suggerisce il montaggio- che non solo non si fanno più ma dei quali è scomparso anche l’immaginario dedicato.
La verità, direbbe Zena, è che questa è una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre “nella bocca del lupo”: è così che, prima della casetta con l’orto e il camino, Enzo si è fatto quattordici anni di prigione e Mary lo ha aspettato e ora possono raccontarsi alla videocamera, come una vecchia coppia, dividendosi le frasi, dandosi ragione per amore e per pazienza. Continua a leggere

Locandina Aliens of the DeepUn film di James Cameron, Steven Quale. Documentario, durata 95 min. – USA 2005.

James Cameron insieme ad un gruppo di scienziati della NASA esplora una catena montuosa sottomarina, il Mid-Ocean Ridge, dove vivono alcune delle forme viventi piú rare del pianeta. Continua a leggere

Photobucket Pictures, Images and PhotosUn film di Wim Wenders. Titolo originale The Blues – The Soul of A Man. Documentario musicale, durata 100 min. – Germania 2003. MYMONETRO The Blues – L’anima di un uomo * * * - - valutazione media: 3,25 su 4 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Wim Wenders apre la serie dei sette film, che saranno poi realizzati da Charles Burnett, Clint Eastwood, Mike Figgis, Marc Levin, Richard Pearce e Martin Scorsese, ideata per celebrare la musica blues, secondo il progetto «The Blues» prodotto da Martin Scorsese. L’anima di un uomo presenta la vita di tre grandi bluesmen all’interno di una cornice narrativa dove si mostra il Voyager, inviato dalla Nasa nello spazio nel ’77, che porta con sé, tra le testimonianze del genere umano del XX secolo, la canzone blues “The soul of man” di Blind Willie Johnson. Le tre vite narrate, tra fiction e documentario, sono quelle di Skip James, Blind Willie Johnson e J.B. Lenoir. La prima parte del film racconta, con sequenze ricostruite, le vicende che, tra la fine degli anni ’20 e gli inizi degli anni ’30, hanno coinvolto Blind Willie Johnson insieme agli esordi di Skip James. La seconda parte, ambientata invece negli anni ’60, ritrae, il ritorno sulla scena di Skip James e la vita di J.B. Lenoir, con sequenze originali del tempo tratte da filmati di due autori svedesi. Alle performance musicali dei protagonisti si alternano, con abilità registica, le esibizioni delle canzoni corrispondenti suonate da alcuni grandi del rock e del blues dei tempi più recenti, come Lou Reed, Nick Cave, Eagle Eye Cherry e John Mayall. L’ altalenarsi di interpretazioni diventa a tal punto suggestivo da rendere, oltre all’omaggio agli artisti, protagonista la musica e, allo stesso tempo, il cinema, per la sua capacità di raccontare ed emozionare. E’ infatti la sensibilità musicale e visiva di Wenders che genera la poesia di questo semi-documentario, nato dalla fedeltà del regista a ciò che più lo ha commosso di quelle canzoni, nel corso della sua vita. Il blues, si sa, narra sia la tristezza per le condizioni di vita degli schiavi d’America sia la speranza in un futuro migliore; il canto diventa dunque un mezzo per alleviare in chi canta e in chi ascolta un dolore tremendo e ingiusto; la potenza evocativa di quella musica rimane comunque sempre attuale e il ritratto compiuto da Wenders ne è certamente all’altezza. Continua a leggere