Category: Sean Penn


Poster This Must Be the PlaceUn film di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten. Drammatico, durata 118 min. – Italia, Francia, Irlanda 2011. – Medusa uscita venerdì 14 ottobre 2011. MYMONETRO This Must Be the Place * * * 1/2 - valutazione media: 3,59 su 264 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Cheyenne è stato una rockstar nel passato. All’età di 50 anni si veste e si trucca come quando saliva sul palcoscenico e vive agiatamente, grazie alle royalties, con la moglie Jane a Dublino. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Continua a leggere

Locandina Non siamo angeli

Un film di Neil Jordan. Con Sean Penn, Demi Moore, Robert De Niro Titolo originale We’re No Angels. Commedia, Ratings: Kids+13, durata 106 min. – USA 1989. MYMONETRONon siamo angeli * * 1/2 - - valutazione media: 2,50 su 8 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Ispirata al film omonimo di Michael Curtiz questa pellicola riesce solo a tratti a divertire. Nonostante ci sia Robert De Niro, accoppiato a Sean Penn, la sceneggiatura di David Mamet e la regia di Neil Jordan (che dopo Mona Lisa non ne imbrocca una), tutto risulta prevedibile, sopra le righe e sbilanciato. Continua a leggere

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Un film di Sean Penn. Con Mickey Rourke, Jack Nicholson, Sam Shepard, Vanessa Redgrave, Helen Mirren.Titolo originale The pledge. Poliziesco, durata 123 min. – USA 2001. MYMONETROLa promessa * * * - - valutazione media: 3,43 su 26 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Sean Penn, al suo terzo lungometraggio, dimostra la stoffa dell’abile confezionatore di film di buon livello capaci (ed è già molto) di tenere desta l’attenzione dello spettatore. Il film si ispira al romanzo omonimo dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt, anche se ben poco resta dello spirito tipicamente centroeuropeo di un autore che affermava la prevalenza del ‘gioco’ sul ‘messaggio’. L’ispettore di polizia Jerry Black è giunto al giorno della pensione. Arriva però la notizia del ritrovamento del cadavere straziato di una bambina e Black si offre per l’avvio delle indagini. Queste hanno breve durata perché il presunto colpevole viene catturato e sembra ‘firmare’ la propria confessione sottraendo una pistola a un poliziotto e sparandosi in bocca. Il caso è chiuso ma Black non è convinto: ha promesso solennemente alla madre di prendere l’assassino. Riesce così a scoprire un’area in cui il killer di bambine (tutte con le stesse caratteristiche) ha agito negli ultimi anni. Vi si installa rilevando un piccolo negozio di articoli vari e ottenendo la fiducia della barista locale che ha una figlia che per età e caratteristiche fisiche assomiglia alle uccise. Jerry è fermamente deciso a tutelare la piccola ma anche a prendere il killer. Penn gira con grande tatto anche se manca quel salto di qualità che è proprio dei grandi registi.

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Mystic River è un film di Clint Eastwood del 2003, con Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon, Laurence Fishburne, Marcia Gay Harden, Laura Linney, Emmy Rossum, Tom Guiry. Prodotto in USA. Durata: 137 minuti. Distribuito in Italia da Warner Bros a partire dal 24.10.2003.
Da ragazzini Jimmy Marcus, Sean Devine e Dave Boyle erano inseparabili. Ora, a distanza di molto tempo, i tre si ritrovano in occasione di un tragico evento: la morte della prima figlia di Jimmy. Sean, che fa il poliziotto, indaga sul fatto…

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Versione dvdrip:

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Un film di Terrence Malick. Con Sean Penn, James Caviezel, Nick Nolte, Elias Koteas, Ben Chaplin. Titolo originale The Thin Red Line. Guerra, Ratings: Kids+16, durata 170′ min. – USA 1998. MYMONETRO La sottile linea rossa * * * * - valutazione media: 4,31 su 110 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
Nel novembre 1942, dopo un idillico intermezzo fra i nativi della Melanesia, il soldato Witt e un commilitone sono riaggregati alla compagnia di fucilieri Charlie, impegnata nella conquista di Guadalcanal, la maggiore delle isole Salomone (Oceania). Le sanguinose fasi dell’attacco a una collina controllata dai giapponesi (70′) e le vicende successive sono narrate attraverso le voci interiori dei protagonisti. Libera versione del romanzo (1962) di James Jones, già filmato nel 1964. Raro, se non unico, film sulla guerra in cui per i primi 40′ non si ode uno sparo e non esistono protagonisti, ma alcuni personaggi un po’ più importanti, peraltro non sviluppati e lasciati alla deriva, che hanno un senso soltanto nel contesto corale: il cap. Staros (Koteas), il ten. col. Toll (Nolte), il serg. Welsh (Penn), il soldato Bell (Chaplin). Lo stesso Witt (Caviezel), figura irrilevante in Jones, è la voce recitante di un oratorio di argomento metafisico e di tono neoromantico. Malick, dopo 20 anni di pausa, ha scelto la guerra come la porta attraverso la quale passare per dire qualcosa di radicale (di indicibile?) sull’estensione dello spettro morale di cui è capace l’uomo e porre alcune domande: perché la guerra? che posto ha l’uomo sulla Terra? che cosa lo spinge alla violenza, a perdere il senso della natura, della pietà, della bellezza? Questo film panteista è una preghiera di fine millennio, una invocazione d’aiuto, “un poema triste, soffocato e malinconico sulle cose della natura e sulla natura delle cose, uomo compreso” (B. Fornara). Fotografia (in 70 e 35 mm) di John Toll, musica di Hans Zimmer. 7 nomination agli Oscar, nemmeno una statuetta.

Locandina italiana The Tree of Life

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Un film di Terrence Malick. Con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 138 min. – India, Gran Bretagna 2011. – 01 Distribution uscita mercoledì 18 maggio 2011. MYMONETRO The Tree of Life * * * - - valutazione media: 3,36 su 251 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Texas, anni Cinquanta. Jack cresce tra un padre autoritario ed esigente e una madre dolce e protettiva. Stretto tra due modi dell’amore forti e diversi, diviso tra essi per tutta la vita, e costretto a condividerli con i due fratelli che vengono dopo di lui. Poi la tragedia, che moltiplica le domande di ciascuno. La vita, la morte, l’origine, la destinazione, la grazia di contro alla natura. L’albero della vita che è tutto questo, che è di tutte le religioni e anche darwiniano, l’albero che si può piantare e che sovrasta, che è simbolo e creatura, schema dell’universo e genealogia di una piccola famiglia degli Stati Uniti d’America, immagine e realtà.
L’attesa della nuova opera di uno degli sguardi più dotati e personali dell’arte cinematografica è ricompensata da un film tanto esteso, per la natura dei temi indagati, quanto essenziale. Popolato persino da frasi quasi fatte, che la genialità del regista riesce a spogliare di ogni banalità e a resuscitare al senso. Malick parla la sua lingua inimitabile, le cui frasi sono composte di immagini (tante, in quantità e qualità) e di parole (molte meno) in una combinazione unica, senza mai pontificare. Si ha più che mai l’impressione che con questo film, che parla a tutti, universalmente, non gli interessi comunicare per forza con nessuno, ma farlo innanzitutto per sé.
Testimone di una capacità rara di sapersi meravigliare, ha realizzato un film che non si può certo dire nuovo ma nel quale Terrence Malick si ripete come si ripropone il bambino nell’uomo adulto, per “essenza” vien da dire: ci si può vedere la maniera o, meglio, ci si può vedere l’autore.
Del film si mormorava addirittura che avrebbe riscritto la storia del cinema e in un certo senso The Tree of Life fa anche questo, senza inventare nulla ma spaziando dall’uso di un montaggio emotivo da avanguardia del cinema degli esordi ad una sequenza curiosamente molto vicina al finale del recentissimo Clint Eastwood, Hereafter. Il confronto, però, scorretto ma tentatore, non si pone: la passeggiata di Malick in un’altra dimensione è potente e infantile come può esserlo solo il desiderio struggente che nutre il bambino di avere tutti nello stesso luogo, in un tempo che contenga magicamente il presente e ogni età della vita. Ecco allora che il film non sarà nuovo ma rinnova, ritrovando un’emozione primigenia, fondendo ricordo e speranza. L’ultimissima immagine non poteva che essere un ponte.

Locandina italiana Gangster Squad

Un film di Ruben Fleischer. Con Ryan Gosling, Emma Stone, Sean Penn, Anthony Mackie, Josh BrolinThriller, Ratings: Kids+16, durata 113 min. – USA 2013. – Warner Bros Italia uscita giovedì 21 febbraio 2013. MYMONETRO Gangster Squad * * - - - valutazione media: 2,43 su 40 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Los Angeles, 1949. Mickey Cohen, pugile ebreo col vizio della vittoria, risale la gerarchia della criminalità a colpi di pistola e crimini efferati. Padrone superbo e incontrastato della città, compra tutto e tutti deciso a superare i confini di Los Angeles e a ‘occupare’ Chicago. Giudici e agenti, corrotti dal suo denaro e dalla sua avidità, sono testimoni passivi e agevolatori attivi. Soltanto John O’Mara, reduce della Seconda Guerra Mondiale e marito di una moglie incinta, resiste al fascino e all’ascesa di Mickey, boicottando le sue attività criminali. Il capitano della Polizia, Bill Parker stabilisce di dare allora coerenza alle azioni isolate del sergente, impegnandolo in una lotta organizzata contro il crimine e fornendolo di una squadra di incorruttibili agenti. Verificati i profili e messa insieme una squadra, O’Mara e i suoi uomini avviano una capillare operazione di sabotaggio, colpendo al cuore gli affari di Mickey Cohen. Esasperato e incarognito, il gangster prova a difendersi dagli attacchi sferrando ganci all’aria e indagando sulla misteriosa ‘banda’. Tra armi da fuoco e dark lady infuocate, la squadra proverà a ristabilire legge e ordine nella ‘città degli angeli’.
Diversi anni fa un critico, guardando i quattro intoccabili di De Palma raggiungere i confini del Canada fucile alla mano e alla maniera della vecchia cavalleria, ebbe a dire che il regista della New Hollywood non aveva il senso forte del paesaggio di Michael Cimino. A ventisei anni da Gli intoccabili c’è da chiedersi cosa direbbe quello stesso critico del (non)senso ‘gangsteristico’ di Ruben Fleischer, alle prese con un boss della malavita e una costola ‘confidenziale’ del LAPD (Los Angeles Police Department). Gangster Squad, apoteosi e caduta di un bandito nella Los Angeles del dopoguerra, fa (ci auguriamo inconsapevolmente) il verso nella vicenda, nei personaggi, nelle situazioni e negli ambienti all’hardboiled letterario e a quello cinematografico, fallendo la rilettura moderna del modello di Hawks, esagerando nei divi e abusando dello slow motion. Non è il colore il problema, L.A. Confidential sembra un nero d’epoca nonostante il colore, non è nemmeno il digitale applicato a un film in costume, Nemico Pubblico ha ampiamente dimostrato che un realismo luministico può restituire un senso di contemporaneità a una materia anacronistica, l’insolvenza verso il genere e lo spettatore è dovuta piuttosto al fatto che i personaggi vengono rinchiusi all’interno di robusti stereotipi e in nessun modo confrontati con la realtà americana dell’epoca che si sta rappresentando. Ispirato alla storia vera del criminale Mickey Cohen, criminalmente attivo nella Los Angeles degli anni Cinquanta, e trasposizione del romanzo omonimo di Paul Lieberman, Gangster Squad spreca un cast di attori eminenti ma insinuati da un senso di vuoto come i loro personaggi, di cui Fleischer non avvia mai il percorso emotivo. La mancata orchestrazione delle loro performance, troppo spesso gigionesche e iperrealiste alla maniera del film, precipita Gangster Squad verso una fine nota dopo un svolgimento incolore e impersonale. Lo spaesamento successivo alla visione non deriva poi dall’attualità del mezzo impiegato, immediatamente percepibile nella rivelazione dei set, quanto nell’assenza di un’idea che avvicini e traduca in stile gli elementi primari del genere: il pathos, la tragedia, il cameratismo, le lacrime, il destino, il mito della frontiera, gli uomini che sparano, i corpi che cadono, il panico degli innocenti.

Locandina italiana 21 grammi

Un film di Alejandro González Iñárritu. Con Sean Penn, Benicio Del Toro, Naomi Watts, Clea Duvall, Danny Huston. Titolo originale 21 Grams. Drammatico, durata 125 min. – USA 2003. MYMONETRO 21 grammi * * * 1/2 - valutazione media: 3,59 su 60 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Middle America. Un ex malavitoso Jack Jordan (Benicio Del Toro) torna a casa in macchina per la festa del suo compleanno. Troppo veloce in una curva investe e uccide un padre con le sue 2 bambine. Nonostante la sua sofferenza, Cristina (Naomi Watts) concede il dono del cuore di suo marito. Il felice beneficiario di questo dono, Paul (il bravissimo Sean Penn) rinasce una seconda volta e si allontana da sua moglie (Charlotte Gainsbourg) per andare alla ricerca della donna che il suo nuovo cuore aveva amato fino all’incidente.
Ecco presentato in lineare la trama di un film denso che ruota, come fa il montaggio, intorno alle vicende devastanti dei 3 protagonisti che provano a ritrovare il senso della loro vita. Scavando profondamente nel dramma, il film tratta di molti (troppi) argomenti: fanatismo religioso, inseminazione artificiale, dono di organi, aborto, vendetta, ingiustizia della sorte, moralità, paura della morte e peso della propria vita: 21 grammi (dicono che sia il peso che perdiamo al momento della morte!) nella bilancia con il peso della vita dei propri cari. Interpretato magistralmente dai 3 protagonisti, questo film ricco di emozioni drammatiche sconcerta di sicuro ma non lascia indifferenti. Resta però una domanda: 21 grammi è (s)montato senza logica temporale per metterci nella stessa confusione mentale dei 3 personaggi principali (come nel film Memento) o per dare un tocco originale ad un film con dei temi che non lo sono più?

Un film di Brian De Palma. Con Al Pacino, Sean Penn, Penelope Ann Miller, John Leguizamo, James Rebhorn. Drammatico, durata 144′ min. – USA 1993. MYMONETRO Carlito’s Way * * * * - valutazione media: 4,18 su 87 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Dai romanzi Carlito’s Way (1975) e After Hours (1979) di Edwin Torres. Ambientato nel 1975 a Harlem, il ritratto di Carlos Brigante, malavitoso portoricano che tenta invano di cambiare vita, la traiettoria di un destino che ha per traguardo una morte violenta. Almeno 4 sequenze di rilievo in questo opus n° 22 di B. De Palma, uno dei suoi migliori, tutto narrato in flashback; 2 forti interpretazioni di A. Pacino (doppiato benissimo da Giancarlo Giannini) e S. Penn, una sapiente sceneggiatura di David Koepp. Unico difetto di questo film neoromantico, vicino al noir più che al gangster: il convenzionale tema nostalgico della malavita che “non è più quella di una volta”.

Locandina italiana Into the Wild - Nelle Terre Selvagge

Un film di Sean Penn. Con Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian Dierker. Drammatico, durata 148 min. – USA 2007. – Bim uscita venerdì 25 gennaio 2008. MYMONETRO Into the Wild – Nelle Terre Selvagge * * * 1/2 - valutazione media: 3,94 su 641 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Into the wild è la libera trasposizione del libro di Jon Krakauer “Nelle terre estreme” diventato un classico della sottocultura urbana. Dalla lettura del libro, Sean Penn ha dovuto aspettare ben dieci anni prima di ottenere i diritti. Questa incredibile pazienza testimonia una testarda sensibilità che è unica nel panorama cinematografico di oggi.
Sono due gli elementi che hanno guidato Penn nel doppio binario della regia e della sceneggiatura. Il tema della fuga ma soprattutto quello dell’inseguimento di un qualcosa che faciliti la conoscenza di sé.
Pura celebrazione della libertà e della ricerca della libertà, la pellicola racconta la vera storia di Christopher McCandless, un giovane benestante che rinuncia a tutte le sue sicurezze materiali per immergersi all’interno della natura selvaggia. Il forte trasformismo di Emile Hirsh facilita per lo spettatore un’istantanea immedesimazione in una figura tormentata che non viene dipinta né come giovane avventuriero né come idealista ingenuo. La maestria con cui Penn miscela tematiche così diverse e complesse è unica. Il fascino della selvatichezza dell’ambiente, le difficoltà dei legami di sangue, l’individualismo contro il bisogno di amore e le contraddizioni dell’idealismo nelle sue spinte critiche ma anche arroganti.
Il film ha una valenza politica nonostante questo non sia l’intento di base. Alle volte, si trasforma in un vero e proprio atto di fede il cui credo fugge da tutto ciò che è religioso in senso stretto per trovare sfogo in una dimensione che è solo e unicamente personale. Tutti le persone che Chris incontrerà lungo il suo peregrinare oltre a colmare un vuoto familiare, fonte di profonde sofferenze, amplificano l’idea di un percorso a stadi funzionale a liberarsi da qualsiasi dipendenza da ogni tipo di comfort e privilegio. L’acquisizione della saggezza avviene quasi per osmosi attaverso la spontaneità e la profondità degli incontri fatti.
Ancora più maturo e disinvolto nel lavoro registico, Penn gioca di forti contrasti nell’alternare gli ampi spazi dei diversi paesaggi mostrati al costante senso di vuoto del ragazzo che risulta essere una pura estensione dell’enormità della natura.

Locandina Accordi e disaccordi

Un film di Woody Allen. Con Sean Penn, Samantha Morton, Uma Thurman, Brian Markinson, Anthony LaPaglia. Titolo originale Sweet and Lowdown. Commedia, Ratings: Kids+13, durata 92 min. – USA 1999. MYMONETRO Accordi e disaccordi * * * - - valutazione media: 3,33 su 18 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Alcuni personaggi del mondo della musica (tra cui Woody) rispondono a domande su un grande chitarrista del passato: Emmet Ray. Sono concordi nel considerarlo il numero due assoluto superato solo dal genio di Django Reinhardt. Di ciò era consapevole anche Emmet e se lo vedeva rinfacciare da chi gli stava accanto e lo accusava di essere incapace di far emergere il suo io più interiore. Ma a lui più dei sentimenti interessava la musica. Fin quando un giorno incontrò Hattie, una giovane sordomuta, con la quale iniziò una relazione stabile anche se costellata di problemi dettati dall’incostanza di un musicista valido ma destinato a rimanere un eterno secondo.
A partire dal titolo Allen ci indica come ha costruito questo suo film Sweet and Lowdown, dolce e confidenziale così come il sessantacinquenne Woody sembra sentirsi intimamente. I suoi sono pensieri sussurrati che si nascondono dietro a un personaggio di totale finzione che a tratti assume il carattere di una macchietta. La riflessione già avviata con Celebrity sulle conseguenze del raggiungimento della notorietà prosegue e va oltre indagando sul rapporto che sussiste tra chi viene sfiorato dall’ala della genialità e il suo vero essere.
Le mani di Ray scorrono velocemente sulle corde della chitarra ma il suo rapporto con gli esseri umani non è altrettanto agevole. Emmett è e resta un ‘numero due’, una frustrazione che Woody ha sempre provato nei confronti dei sui numi tutelari Fellini e Bergman e che qui mette in scena con una forte dose di autoironia. Perché non riesce ad essere ‘il primo’? Perché non sa metterci ciò che ha dentro. Ma che cosa abbia effettivamente maturato dentro di sé potrebbe restare un mistero fino a quando Hattie (uno dei personaggi femminili più intensi della filmografia alleniana) proprio perché muta riesce a farlo ‘parlare’. Sa trasformare la finta prosopopea di lui nell’imbarazzo dinanzi alla sua spontaneità. Sa seguirlo senza subirlo accettandolo senza sottomettersi e alla fine sa vincere il confronto determinante: quello con la vita e i sentimenti.
Emmett è Woody ma anche Hattie è Woody, come quasi sempre accade in particolare nei film in cui Allen non compare come attore. Ancora una volta sa far scorrere le dita sulla tastiera dei nostri sentimenti tenendo lontano l’accordo della banalità.

Locandina Milk

Un film di Gus Van Sant. Con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco. Biografico, durata 128 min. – USA 2008. – Bim uscita venerdì 23 gennaio 2009. MYMONETRO Milk * * * 1/2 - valutazione media: 3,63 su 109 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Harvey Milk è omosessuale, è laureato in matematica e lavora presso una Società di Investimenti a Wall Street. A un soffio dagli anni Settanta e dal suo quarantesimo compleanno, Harvey incontra e ama (per sempre) Scott Smith. Trasferitisi a San Francisco con un sogno di amore e di emancipazione, Harvey e Scott aprono un negozio di fotografia nel quartiere Castro. Davanti e dentro il Castro Camera si raccoglierà presto un gruppo di giovani attivisti omosessuali, emarginati (dalla società) e diseredati (dalle famiglie) alla ricerca di un sogno promesso e dei loro diritto contro la campagna di intolleranza avviata dagli ultraconservatori. Sostenuto dai suoi guys e da eterosessuali illuminati, Harvey si candida alla carica di consigliere comunale per una, due e tre volte. La sua terza campagna gli regala l’agognato incarico. Promotore della storica ordinanza sui diritti dei gay e trionfatore sulla Proposition 6, che voleva bandire gli omosessuali dall’insegnamento nelle scuole pubbliche della California, Milk verrà assassinato dal livore e dalla frustrazione di un ex consigliere. Trentamila persone marceranno da Castro al Municipio in una veglia pacifica che dal Settantotto alimenta e sostiene il sogno di Harvey.
Arrivano da una mala noche, dai drugstore rapinati, da uno squat gotico di Portland o da un malfamato skate park, i guys di Gus van Sant, raccolti e accolti nella Castro Camera di Harvey Milk, centro sociale e umano prima che redditizia attività commerciale. Sono i belli e dannati stroncati dalla morte sulle strade lontane da casa della sua filmografia ma sono pure i cowboy fragili e consapevoli del Wyoming di E. Anne Proulx o i mysterious boys di Gregg Araki, giovani vite in irrevocabile rottura con l’universo familiare e rassegnati alla forza di un destino già marcato. Disorientati e alla deriva, “mai pronti per Paranoid Park” e per le rampe e i dossi della vita, i nati perdenti di Van Sant si trasferiscono a San Francisco, dove questa volta diventano adulti e maturi sfidando i “grandi”. Quelli che nei film del regista americano ci sono senza esserci. Genitori divorziati, istruttori, insegnanti, poliziotti, presenze sfocate che si offrono di spalle, incapaci di ascoltare e di intendere, di esprimere e di comunicare. Il corpo giovane dell’America, inghiottito dalla noncuranza degli “educatori”, incontra Harvey Milk, politico e attivista negli anni Settanta, adolescente sensibile e in fuga da un quotidiano ottusamente crudele negli anni Quaranta. Harvey ha vissuto in una clandestinità “volontaria” la sua omosessualità, fino a quando non ha incontrato Scott e poi Clive e poi Jack, Dick, Jim, Danny. Folgorato da persone che versano in condizione di svantaggio (l’omosessualità, ma anche l’etnia, l’origine ambientale, il colore della pelle), le spinge a uscire dalla marginalità cui sembrano obbligate e a lottare per i loro diritti.
Milk affronta l’età adulta del cinema di Van Sant, anticipata da Will Hunting e Scoprendo Forrester. Un dittico, che nonostante l’evidente riduzione dello spessore poetico dell’autore e il linguaggio mainstream con il quale allestisce la rappresentazione, mantiene ugualmente le caratteristiche peculiari della sua scrittura. Come lo psicologo di Robin Williams e lo scrittore di Sean Connery, Harvey Milk è l’adulto che interviene a mediare l’integrazione di eroi socialmente deboli, trovando in quell’esperienza il coraggio di affrontarsi e affrontare i propri fantasmi. L’elezione a supervisor di Milk è il riconoscimento sociale del loro padre di adozione, “doppio” e “simile” che ricopriva nella società un ruolo marginale. Sean Penn e James Franco, coppia poetica che rievoca quella “da marciapiede” di River Phoenix e Keanu Reeves, interpretano la libertà morale delle immagini di Van Sant, indossando cravatta e norme sociali, e vivendo la loro storia “in legittimità”. Rinunciando al disordine mentale e al mondo capovolto abitato dai suoi adolescenti, alla singolarità del suo sguardo e a porsi in netta contraddizione con l’industria cinematografica e la società intera, il regista affronta un tema strettamente personale in un film dal sapore convenzionale e raffinato. Scartando ogni scivolamento nel pruriginoso per farsi ascoltare e frequentando un cinema ampiamente battuto per farsi vedere, Milk riconosce ai cowboy e alle cowgirls il diritto di esistenza e di replica.