Category: 2015


fronte_resistance.jpgBitvazaSevastopolUcraina, Russia2015Genere: Biografico durata 110’Regia di Sergey Mokritskiy Con Yuliya Peresild, Evgeniy Tsyganov, Joan Blackham, A natoliy Kot, Oleg Vasilkov, Nikita Tarasov, Stanislav Boklan, Natella Abeleva-Taganova…

La storia di una donna che ha cambiato il corso della storia: Lyudmila Pavlichenko. Leggendario cecchino sovietico donna durante la Seconda guerra mondiale, Lyudmila ha visto morte e sofferenza sui campi di battaglia ma la sua prova più dura è stata quella che ha dovuto subire per via dell’amore, fortemente compromesso dal conflitto. Continua a leggere

Poster Il caso Spotlight

Un film di Thomas McCarthy. Con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery.Titolo originale Spotlight. Thriller, Ratings: Kids+13, durata 128 min. – USA 2015. – Bim Distribuzione uscita giovedì 18 febbraio 2016. MYMONETRO Il caso Spotlight * * * - - valutazione media: 3,22 su 76 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Al “Boston Globe” nell’estate del 2001 arriva da Miami un nuovo direttore, Marty Baron. E’ deciso a far sì che il giornale torni in prima linea su tematiche anche scottanti, liberando dalla routine il team di giornalisti investigativi che è aggregato sotto la sigla di ‘Spotlight’. Il primo argomento di cui vuole che il giornale si occupi è quello relativo a un sacerdote che nel corso di trent’anni ha abusato numerosi giovani senza che contro di lui venissero presi Continua a leggere

Locandina italiana Revenant - Redivivo

Un film di Alejandro González Iñárritu. Con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck.Titolo originale The Revenant.Avventura, Ratings: Kids+16, durata 156 min. – USA 2015. – 20th Century Fox uscita sabato 16 gennaio 2016. MYMONETRO Revenant – Redivivo * * * 1/2 - valutazione media:3,91 su 230 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Sono gli anni Venti del diciannovesimo secolo. Soldati, esploratori, cacciatori di pelli, mercenari solcano i territori ancora sconosciuti d’America per trarne profitto. Glass è l’uomo che meglio di tutti i suoi compagni di spedizione conosce la terra impervia in cui si sono inoltrati. Il suo compito è riportare la compagnia al forte e tutto ciò che lo preoccupa è proteggere suo figlio, un ragazzo indiano. Lo scontro con un grizzly lo lascia in condizioni prossime alla fine. Il più arrogante della compagnia, Fitzgerald, si offre di restare per dargli sepoltura, ma lo tradisce orribilmente. La volontà di vendicarsi rimetterà in piedi Glass e darà inizio ad un’odissea leggendaria. Continua a leggere

Risultati immagini per Windstorm Contro ogni Regola

L’estate è arrivata e Mika è felice di rivedere nuovamente lo stallone Ostwind quando sul ventre dell’animale scopre alcune ferite inspiegabili, venendo anche a sapere che la tenuta Kaltenbach è sull’orlo del fallimento. Con il cuore triste, Mika decide di partecipare a un torneo equestre che mette in premio una cospicua somma di denaro. Durante gli allenamenti, però, Ostwind fugge nelle profondità di una foresta, dove Mika incontra una cavalla grigia e uno strano ragazzo di nome Milan. Questi si offre di aiutarla a vincere il torneo ma i tempi per Kaltenbach si fanno sempre più stretti. Continua a leggere

Locandina JanisUn film di Amy Berg. Con Janis Joplin, Cat Power, Gianna Nannini Titolo originale Janis. Documentario, Ratings: Kids+13, durata 115 min. – USA 2015. – I Wonder Pictures uscitagiovedì 8 ottobre 2015. MYMONETRO Janis * * * - - valutazione media: 3,17 su 4 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Non c’è un solo amante della musica rock che non conosca Janis Joplin, eppure, a ben guardare, la sua figura non ha eguagliato il destino d’icona e l’abuso di tale destino iconografico che è toccato in sorte ad altri talenti del rock bruciati anzitempo. Continua a leggere

Poster Mission: Impossible - Rogue NationUn film di Christopher McQuarrie. Con Tom Cruise, Jeremy Renner, Simon Pegg, Rebecca Ferguson, Ving Rhames.Titolo originale Mission: Impossible – Rogue Nation. Azione, Ratings:Kids+13, durata 130 min. – USA 2015. – Universal Pictures uscita mercoledì 19 agosto 2015. MYMONETRO Mission: Impossible – Rogue Nation * * * - - valutazione media: 3,36 su 26 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

La CIA ha deciso di chiudere la divisione di Ethan Hunt e compagni, giudicandone i metodi troppo caotici e i risultati dettati più dalla fortuna che della professionalità. Basta vedere il casino che hanno fatto al Cremlino (M:I 4), ghigna soddisfatto il direttore (Baldwin), che non ha mai avuto l’IMF in simpatia. Continua a leggere

Locandina King Jack

Un film di Felix Thompson. Con Charlie Plummer, Cory Nichols, Christian Madsen, Danny Flaherty, Erin Davie.Avventura, durata 81 min. – USA 2015.

Jack è un quindicenne ragazzo bloccato in una piccola cittadina fatiscente. Intrappolato in una faida violenta con un bullo più grande e crudele e di fronte un altro turno di scuola estiva, Jack si trova davanti tutti i problemi che deve affrontare. Quando la zia di Jack si ammala e il suo cugino più giovane deve restare con lui per il fine settimana l’ultima cosa che Jack vuole fare è prendersi cura di lui. Continua a leggere

Locandina Hyena

Un film di Gerard Johnson. Con Elisa Lasowski, Stephen Graham, Peter Ferdinando, Neil Maskell, MyAnna Buring.Thriller, durata 113 min. – Gran Bretagna 2015.

Essere un buon poliziotto non significa necessariamente fare tutto come da manuale. Ma quando l’attività criminale a Londra comincia a favorire gli albanesi e i turchi, come può sopravvivere un “buon” poliziotto? Continua a leggere

Locandina Beasts of No Nation

Un film di Cary Fukunaga. Con Idris Elba, Ama Abebrese, Richard Pepple, Abraham Attah, Opeyemi Fagbohungbe Titolo originale Beasts of No Nation. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 133 min. – USA 2015. MYMONETRO Beasts of No Nation * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 1 recensione.

Da ultimo di una famiglia coesa, Agu passa ad essere solo nel giro di 10 minuti. Quando la guerra civile della sua nazione arriva al suo villaggio, sua madre riesce a mettersi in viaggio ma suo padre e suo fratello vengono massacrati, lui, in fuga non ha nulla nè sa dove andare fino a che non incontra un plotone. Continua a leggere

Locandina Non essere cattivo

Un film di Claudio Caligari. Con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D’Amico, Roberta Mattei, Alessandro Bernardini.Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 100 min. – Italia 2015. – Good Films uscita martedì 8 settembre 2015. MYMONETRO Non essere cattivo * * * 1/2 - valutazione media: 3,61 su 46 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Ostia, 1995. Vittorio e Cesare sono amici da una vita, praticamente fratelli. Cresciuti in un quartiere degradato campano di espedienti, si drogano, bevono e si azzuffano con altri sbandati come loro. A casa Cesare ha una madre precocemente invecchiata che accudisce una nipotina malata, la cui madre è morta di Aids. Vittorio invece sembra non avere nessuno al mondo, e quando incontra Linda vede in lei una possibilità di costruire una vita normale. Trova lavoro e cerca di coinvolgere anche Cesare, che nel frattempo si è innamorato di Viviana, una disperata come lui ma piena di voglia di costruirsi un futuro. Riusciranno Rosencrantz e Guildenstern a diventare protagonisti della loro vita?
L’ultimo film di Claudio Caligari, 17 anni dopo L’odore della notte, è un altro excursus nei luoghi oscuri non solo dell’hinterland romano, ma dell’animo umano e della società contemporanea, raccontato attraverso due figure di confine, l’una encomiabile per la sua volontà di tirarsi fuori dalle sabbie mobili della propria condizione, l’altra patetica per l’incapacità strutturale di farlo. In certi luoghi e certe circostanze non essere cattivo, per citare il titolo, non è una scelta, perché per sopravvivere alla violenza e alla prevaricazione che ti circonda devi tirare fuori la tua natura peggiore, e possibilmente un “ferro”. Al di là di una trama piuttosto prevedibile e molto già vista al cinema, ciò che colpisce di Non essere cattivo è l’energia vitale di cui è imbevuto, la fame di rivalsa, la voracità con cui Vittorio e Cesare azzannano la vita, strappandone brandelli di carne viva. La fotografia (di Maurizio Calvesi), lucida e colorata al neon, crea un 3D “de noantri”, un bassorilievo pagano. Anche l’archeologia suburbana è messa a frutto per delineare un universo coatto e coattante, un pianeta selvaggio dove è inevitabile sentirsi marziani, come marziano doveva sentirsi Caligari rispetto a gran parte della inciviltà contemporanea.
Luca Marinelli nei panni di Cesare è irriconoscibile rispetto alle sue interpretazioni cinematografiche precedenti e rivela una cifra comica tutta sua, anche se in filigrana si intravede quella che avrebbe potuto essere in quel ruolo l’interpretazione di Valerio Mastandrea, produttore del film e interprete de L’odore della notte. E Alessandro Borghi è una rivelazione nel ruolo meno centrale di Vittorio, che passa dalle allucinazioni cocainomani alla tenerezza del buon padre di famiglia senza mai perdere credibilità.

Locandina italiana Dheepan - Una nuova vita

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Un film di Jacques Audiard. Con Vincent Rottiers, Marc Zinga, Jesuthasan Antonythasan, Kalieaswari Srinivasan.Titolo originale Dheepan. Thriller, Ratings: Kids+13, durata 109 min. – Francia2015. – Bim Distribuzione uscita giovedì 22 ottobre 2015. MYMONETRO Dheepan – Una nuova vita * * * - - valutazione media: 3,25 su 24 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Dheepan deve fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e per farlo si associa con una donna e una bambina. I tre si fingono una famiglia e riescono così a scappare e rifugiarsi nella periferia di Parigi. Anche se non parlano francese nè hanno contatti. Trovati due lavori molto semplici (guardiano tuttofare e badante) i due scopriranno la vita da periferia, le bande e le regole criminali che vigono nel posto che abitano. Quando arriverà inevitabile lo scoppio della violenza e degli spari occorrerà prendere una decisione, se rimanere insieme o separarsi.
Qualsiasi storia nel cinema di Audiard per raggiungere il paradiso del sentimentalismo, quella punta emotiva che suscita nello spettatore l’irrazionale sensazione di partecipazione alle vicende dei personaggi, deve passare per l’inferno della violenza. Come se le due forze fossero inscindibili nei suoi film si attraggono a vicenda: gli atti violenti o criminali chiamano amore e ogni amore per concretizzarsi prima o poi richiede di essere legittimato dalla violenza, altrimenti sembra non poter essere davvero tale.
Destinato a mettere a confronto e a sovrapporre questi due estremi, questa volta Audiard decide di eliminare ancora più del suo solito il primo livello di comunicazione. I protagonisti di Dheepan fanno molta fatica a parlarsi, non solo spesso non si capiscono per problemi di lingua ma anche quando parlano lo stesso idioma è come se non riuscissero ad essere chiari gli uni con gli altri. In un cinema in cui l’unica legge che conta è quella dei corpi, strusciati o impattati, non sarà mai con le parole che si potrà risolvere qualcosa, in storie in cui l’unica verità è quella espressa dagli istinti non è con il ragionamento che si può cambiare la propria vita.
I protagonisti di Dheepan hanno solo i fatti e le azioni per spiegarsi ma per Audiard bastano e avanzano. Il regista non teme di scrivere una scena di dialogo, forse la più bella ed intensa del film, tra due persone che parlano ognuno una lingua che l’altro non conosce, eppure sembrano stranamente sulla stessa lunghezza d’onda. Si tratta forse dell’unico momento nel film in cui si intravede un lampo della capacità quasi ottocentesca che quest’autore ha di raccontare gli uomini attraverso lo stordimento.
Questa volta la riluttanza con cui il protagonista cerca di non farsi trascinare in un mare di efferatezza e di scegliere di costruire il suo opposto con una donna sembra però meno potente del solito. Coadiuvato da due interpreti decisamente meno abili e virtuosi di quelli cui Audiard ci ha abituato e caratterizzati con molta meno umanità del solito, il suo ultimo film appare come il più lieve, quello che con più difficoltà riesce ad accendere un fuoco sfregando i legnetti del suo arsenale.
Dall’altra parte però Dheepan involontariamente conferma cosa sia ad attirarci verso questa storia e questo stile di racconto, anche quando meno riuscito. Si tratta della continua esistenza di un rumore di fondo tetro, la netta sensazione che in ogni momento emotivo esista una sottile paura della morte, la consapevolezza che tutta la passione mostrata possa prendere la strada del sangue come quella dell’amplesso e forse non esiste differenza.
Del resto nell’inferno del palazzone grigio e indifferente in cui si svolge il film si consumano sparatorie e guerre fra bande nelle quali striscia la possibilità di tramutare una famiglia finta in famiglia vera. L’ultima possibile eredità del cuore pulsante del noir (inseguire un amore nei luoghi e nelle situazioni che rendono più difficile rimanere vivi) è forse davvero questa.

Locandina italiana The End of the Tour

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Un film di James Ponsoldt. Con Jesse Eisenberg, Anna Chlumsky, Jason Segel, Mamie Gummer, Joan Cusack.Titolo originale The End of the Tour. Biografico, Ratings: Kids+13, durata 106 min. – USA 2015. – Adler Entertainment uscita giovedì 11 febbraio 2016. MYMONETRO The End of the Tour * * * - - valutazione media: 3,08 su 11 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Per cinque giorni, nel 1996, David Lipsky, romanziere e giornalista, ha seguito David Foster Wallace nel tour promozionale di “Infinite Jest”, con l’obiettivo di intervistarlo per la rivista Rolling Stone. I due hanno condiviso la solitudine innevata della casa di Wallace, la saliva dei suoi cani, i viaggi in auto e in aereo, l’ansia prima dei reading, l’incontro con due amiche, le sedute davanti al piccolo schermo, vera grande dipendenza di David Wallace. Si sono studiati a vicenda, si sono fatti delle confessioni e ne hanno taciute molte altre, si sono invidiati e detestati, persi e incontrati, e da allora non si sono mai più rivisti.
The end of the tour è un oggetto particolare; ha un suo calore profondo ma bisogna affondare nella neve per trovarlo, bisogna, cioè, passare da un filtro piuttosto freddo all’apparenza e da un impatto che sulle prime può irrigidire. Se c’era una scrittore terrorizzato all’idea di divenire una parodia di se stesso, di perdere il contatto con la realtà, era proprio David Foster Wallace, e l’apparizione di Jason Segel, con la famosa bandana e l’aura di tormento di cui si ammanta, è effettivamente al limite della parodia, ma è anche una grande interpretazione, e il film è un’opera di finzione, non un documentario impossibile. Tradurre è un po’ tradire e qui si è tradotto una prima volta dall’esperienza al memoir e poi dal libro al film, ma è grazie a questa distanza che il film può riuscire, facendosi altro dal vero, e cioè racconto, proprio come quelli che Wallace correggeva ai suoi studenti. Mentre Lipsky scrive mentalmente di Wallace, Wallace fa altrettanto con Lipsky, i ritratti dell’intervistatore e dell’intervistato si confondo, nutrendosi a vicenda e nutrendo il film.
La qualità più evidente di questo lavoro di Ponsoldt, veterano del Sundance, è quella di costruire il viaggio di Lipsky sulle orme di Wallace come tutt’altro che un’avventura indimenticabile, e invece come un viaggio nell’umiltà. Il reporter cerca lo smalto e il suo interlocutore glielo nega, ma gli fa infine un dono più grande. Lipsky non potrà “capire” DFW in quei cinque giorni, né può farlo il film di Ponsoldt, ma entrambi hanno l’occasione di avvicinarsi e lasciarsi rimescolare. Detto questo, lo scrittore alla fine balla da solo, e non potrebbe essere altrimenti.
Sottilmente, sotto una superficie lineare e senza dossi, il film impasta anche parecchia materia creativa, non solo citando l’infinito volume del tour in alcune parti, ma facendo, per esempio, un uso del linguaggio tutt’altro che comune per un’opera cinematografica che aspira ad una platea universale, comprensiva di chi (ancora) non conosce il personaggio in questione.

Locandina italiana Youth - La giovinezza

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Un film di Paolo Sorrentino. Con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda.Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 118 min. – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna2015. – Medusa uscita mercoledì 20 maggio 2015. MYMONETRO Youth – La giovinezza * * * 1/2 - valutazione media: 3,76 su 139 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Fred e Mick sono due amici da moltissimo tempo e ora, ottantenni, stanno trascorrendo un periodo di vacanza in un hotel nelle Alpi svizzere. Fred, compositore e direttore d’orchestra famoso, non ha alcuna intenzione di tornare a dirigere un’orchestra anche se a chiederglielo fosse la regina Elisabetta d’Inghilterra. Mick, regista di altrettanta notorietà e fama, sta invece lavorando al suo nuovo e presumibilmente ultimo film per il quale vuole come protagonista la vecchia amica e star internazionale Brenda Morel. Entrambi hanno una forte consapevolezza del tempo che sta passando in modo inesorabile.
Paolo Sorrentino era atteso al varco con questo film che arriva dopo l’Oscar de La grande bellezza e la sua estetica così personale tanto da aver diviso critica e pubblico in estimatori e detrattori molto decisi. Per di più il regista tornava in competizione a Cannes dove solo due anni fa la giuria non aveva degnato del benché minimo riconoscimento il film ricoperto successivamente da molteplici allori. Il rischio maggiore però, che era più che lecito paventare da parte di chi amava il suo cinema ma non era impazzito di gioia dinanzi al suo ultimo lavoro, era quello di ritrovare un Sorrentino ormai divenuto manierista di se stesso. Il trailer del film seminava più di un indizio in tal senso ma, fortunatamente, i trailer non sono i film. Perché il Sorrentino regista è tornato a confrontarsi con il Sorrentino sceneggiatore. Se entrambi avevano deciso di convivere senza intralciare il lavoro dell’altro dando così luogo a ridondanze e compiacimenti oltremisura, in questa occasione l’uno non ha concesso all’altro (e viceversa) più di quanto fosse giusto concedergli. Ne è nato così un film compatto a cui non nuocciono neppure le molteplici sottolineature del finale. Perché questa volta il modello di Sorrentino torna ad essere se stesso, senza più o meno consci confronti con i maestri che, anche quando citati, vengono metabolizzati nel suo universo creativo. Non mancano anche qui personaggi più o meno misteriosi che appaiono e scompaiono e a cui ora è comunque lo spettatore a poter assegnare la valenza simbolica che preferisce. Perché Fred e Mick sono persone che sono state personaggi nella loro vita ma che su questo schermo tornano a presentarsi come persone. Con le loro angosce, con le loro attese, con i loro segreti e, soprattutto, con la consapevolezza di una memoria destinata a perdersi nel tempo come le lacrime del Roy Batty bladerunneriano.
Sorrentino non ne fa due vecchie glorie più o meno coscienti delle proprie attuali forze fisiche e intellettuali ma offre loro anche i ruoli di genitori che conoscono luci ed ombre di un’arte altrettanto difficile: quella che i figli pretendono che venga esercitata nei loro confronti, non importa in quale età essi si trovino. In tutto ciò, ci si può chiedere, che ruolo viene assegnato alla giovinezza del titolo? Quello di specchio riflettente (e deformante al contempo) di passioni, desideri, fragilità. Su tutto questo e su molto altro ancora Sorrentino torna a trovare la profondità, la leggerezza ma anche la concentrazione che permettono al film di levitare. Chi lo vedrà capirà il senso del verbo.

Locandina Difret - Il coraggio per cambiare

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Un film di Zeresenay Berhane Mehari. Con Meron Getnet, Tizita Hagere, Haregewoin Assefa, Shetaye Abreha, Mekonen Laeake.Titolo originale Difret. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 99 min. – Etiopia, USA 2014. – Satine Film uscita giovedì 22 gennaio 2015. MYMONETRO Difret – Il coraggio per cambiare * * * - - valutazione media: 3,47 su 10 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

1996. Etiopia. In un villaggio nell’area di Addis Abeba la quattordicenne Hirut viene rapita e violentata da colui che la pretende come sposa nonostante l’opposizione dei genitori di lei. La ragazzina riesce a fuggire impossessandosi di un fucile e uccidendo il suo sequestratore come auto difesa. Tutto però è contro di lei, sia la legge dello stato sia le regole ancestrali delle comunità rurali. Solo Meaza Ashenafi, avvocato e leader dell’associazione Andenet (uno studio legale al femminile che assiste gratuitamente donne che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di difendersi dai soprusi di una società dominata dai maschi) decide di assisterla. La battaglia contro i pregiudizi non sarà facile né indolore.
“Difret” in etiope significa avere coraggio, osare. Il titolo rappresenta con efficacia il senso della vicenda anche sul piano produttivo. Alle origini del film ci sono personaggi reali: la produttrice è la sempre più impegnata sul piano sociale Angelina Jolie e alla regia c’è qualcuno che, seppur residente negli Usa, ha le proprie radici in Etiopia ed è lì che ha preteso (e ottenuto) di andare a girare un’opera che ha vinto al Sundance.
Nella vicenda di Hirut si intrecciano le due tensioni che attraversano, seppur con caratteristiche diverse, più di un Paese del continente africano. Da un lato la progressiva emancipazione delle donne che trova nelle città occasioni per affermarsi e dall’altro un mondo rurale in cui vigono regole imposte dai maschi e la più completa sottomissione della donna all’uomo. Ai tribunali previsti dall’ordinamento statale si sovrappongono le “corti di giustizia” che si riuniscono in un campo sotto un albero e in cui nessuna donna è presente. Hirut ha difeso la propria dignità di essere umano e questo la allontana dalla comunità proiettandola in una realtà aliena, quella della città in cui rumori e stili di vita la disorientano.
Accanto a lei Meaza (a cui è stato assegnato un prestigioso riconoscimento per l’attività svolta) che rivede nella ragazzina la stessa esigenza che provava lei quando aveva la sua età: il bisogno di far compiere all’intera società il passaggio necessario che porti a una trasformazione profonda dei costumi. Il magistrato che rappresenta l’accusa è una perfetta rappresentazione della difficoltà dell’impresa: vive in una realtà che dovrebbe favorirne l’apertura mentale ma resta legato ai pregiudizi maschilisti che gli sono stati inculcati. Ci vuole davvero coraggio per sfidare regole, scritte e non, come ha fatto Meaza Ashenafi riuscendo al contempo a ‘leggere’ una realtà in cui gli happy end non sono poi così happy.

Locandina italiana Terminator Genisys

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Un film di Alan Taylor. Con Arnold Schwarzenegger, Emilia Clarke, Jai Courtney, J. K. Simmons, Jason Clarke.Azione, Ratings: Kids+13, durata 119 min. – USA 2015. – Universal Pictures uscitagiovedì 9 luglio 2015. MYMONETRO Terminator Genisys * * * - - valutazione media: 3,06 su 42 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

2029. John Connor è a un passo dal guidare la resistenza umana alla vittoria definitiva sulle macchine, quando Skynet invia all’ultimo minuto un cyborg nel 1984 per uccidere sua madre, Sarah. John manda allora il suo braccio destro Kyle Reeves indietro nel tempo per proteggerla. Qui, Kyle trova Sarah in compagnia di un identico Terminator, riprogrammato, che le fa da guardiano dall’età di nove anni. Viaggiando nel tempo, Kyle rievoca anche strani ricordi, mai avuti prima, risalenti al 2017. Convince perciò Sarah a recarsi con lui in quell’anno per impedire la messa on line di Genisys, l’App dietro la quale si nasconde la stessa Skynet.
C’è qualcosa di circolare e forse vizioso nel modo in cui ogni neonato film della saga si propone in realtà come la sua versione definitiva: a partire dal secondo, firmato ancora James Cameron, per arrivare a questo quinto, tutti indossano il motto per cui il futuro non è scritto, eppure ognuno ci tiene testardamente ad avere l’ultima parola.
L’incursione più recente, Terminator Salvation, tentava – comunque lo si giudichi- la carta di lasciarsi alle spalle i viaggi nel tempo e trovava il suo presente filmico nel futuro e nella guerra uomo-macchina. L’eclettico Alan Taylor, invece, si affida alla penna di Patrick Lussier, il quale, infilata la parrucca da scienziato pazzo, mescola le carte come non mai. Al centro di Terminator Genisysc’è infatti proprio la sfera uterina che consente i trasporti temporali e che il tenente Reese frequenta, con malizia e senso della missione, con la stessa relativa facilità con cui Marty McFly guadagnava il sedile della sua DeLorean. Affianca questo movimento “reale” un twist narrativo maggiore, ampiamente anticipato in sede più o meno autorizzata di promozione, per cui l’eroe si macchia del crimine peggiore: John Connor perde la sua umanità e si manifesta come l’agente Smith di Matrix, replicante ubiquo e inarrestabile, nemesi perfetta dell’eletto. Qui però la scrittura comincia ad imbarcare acqua: si può gradire o meno la trovata, ma la stessa dovrebbe garantire un funzionamento interno, che invece fa cilecca. Troppo impegnata sentimentalmente come “figlia” di Paps, il T-800 che l’ha salvata, cresciuta e attesa con pazienza (invecchiando senza divenire obsoleto), Sarah Connor non trova proprio il tempo per intenerirsi di fronte ad un figlio cresciuto e luciferino. Lussier delega allora il dissidio interiore al personaggio di Kyle, amico fraterno di John, che va però in confusione quando apprende tutta la verità, in un parcheggio sotterraneo senza poesia alcuna, e qui si sfiora davvero la parodia.
La regia non salva certo il film dai garbugli e dalle scarse finezze del copione: non c’è un’idea visiva e l’unica sequenza che cattura l’occhio umano è ancora quella del 1984, col nudo mapplethorpiano di Schwarzenegger.
Se mai è proprio l’attore, in fin dei conti, l’unico a fornire una chiave di rilancio: decisamente più loquace del solito, giovane nei tormentoni e nonno nel fisico, vira l’imbarcazione senza vento verso la commedia, fa il simpatico terzo incomodo tra figlioccia e futuro genero, sorride a denti stretti, un po’ per inerzia e un po’ per ironia, cooptandoci, in fondo, a fare lo stesso.

Locandina italiana Chi è senza colpa

Chi e senza colpa - The Drop - ita eng multisub_s

Un film di Michael R. Roskam. Con Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini, Matthias Schoenaerts, John Ortiz. Titolo originale The Drop. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 106 min. – USA 2014. – 20th Century Fox uscita giovedì 19 marzo 2015. MYMONETRO Chi è senza colpa * * * - - valutazione media: 3,39 su 22 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Bob Saginowski è un barman di Brooklyn impiegato nel pub del cugino Marv, ex proprietario e adesso galoppino di un criminale ceceno, che impiega il ‘suo’ locale come copertura e deposito di denaro sporco. Ma Bob Saginowski non è soltanto un barman, da qualche parte dentro di lui cova un passato oscuro e dissimulato. Solitario e silente, Bob incontra nella stessa notte un cucciolo di pitbull e Nadia, una giovane donna che vive sola e che è disposta ad aiutarlo col cane. Cane che molto presto sarà al centro di una disputa tra Bob e Eric Deeds, un balordo coi nervi a pezzi che rivendica i propri diritti sul cane e su Nadia, ex mai dimenticata e da cui pare ossessionato. Le cose non vanno meglio nel locale perché Marv ha deciso di fregare il suo boss e di riprendersi quello che tanto tempo prima era suo. Nonostante gli sforzi di Bob di restare fuori dai guai, le cose precipiteranno, costringendolo a rivelare la sua vera natura.
Adattamento di una novella di Dennis Lehane, maestro del noir bostoniano che ha co-firmato la sceneggiatura, Chi è senza colpaconferma il talento di Michaël R. Roskam, regista belga che trasferisce in America la sua riflessione sull’innocenza. Insediato il suo sguardo dall’altra parte dell’oceano, Roskam ha eluso qualsiasi pressione hollywoodiana e ha realizzato un film che dialoga col precedente (Bullhead), a partire dalla relazione che i protagonisti intrattengono con gli animali e che muove in direzioni diverse, che conduce a destini opposti. Se Jacky (Bullhead) si condannava somministrandosi gli ormoni destinati ai suoi tori, Bob si redime raccogliendo un cucciolo di pitbull ferito e abbandonato nel secchio dell’immondizia. Cucciolo che lo stana dalla solitudine in cui si è rifugiato e che innesca con la violenza anche il sentimento per una donna, unica via di fuga dentro l’universo virile di Roskam. Intelligenti e potenzialmente pericolosi, gli animali (toro, pitbull) nel suo cinema incarnano la ricerca dell’innocenza. Per questa ragione il regista li guarda dritti negli occhi, osservandoli, come i suoi personaggi, senza giudizio e ritrovandoci in fondo qualcosa di perduto, qualcosa che vorremmo stringere forte al petto ma che potrebbe anche ucciderci.
E proprio lì, nel mezzo, nello scarto, nell’impossibilità di prendere tra le braccia l’innocenza, si infila lo sguardo di Roskam. Il cane è l’anima nascosta di Bob e quella ferita di Eric e Nadia, diversamente declinabili e inclini ad apprendere l’amore oppure l’odio. I protagonisti si muovono anche questa volta dentro organizzazioni mafiose e attività illegali, dove immancabilmente si producono alleanze segrete o sanguinosi tradimenti. Chi è senza colpa svolge i motivi abituali del genere, rapina, racket, indagine poliziesca, per rivelare i suoi personaggi, antieroi che hanno sempre la meglio sull’azione. Perché per Roskam il cinema di genere è alla base della visione del mondo e in grado di contenere tutte le sfumature del comportamento umano. Le meccaniche implacabili delnoir tradiscono le emozioni dei protagonisti, ne rivelano la complessità dietro l’apparente aria da loser.
Nessuno in Chi è senza colpa è davvero innocente, nessuno è davvero chi dice di essere. Non lo è il cugino Marv di James Gandolfini, che non ha niente della bonomia che la sua silhouette rotonda e il suo volto placido promettono, non lo è l’Eric di Matthias Schoenaerts, che vorrebbe far credere al mondo di non essere pazzo, nondimeno è matto da legare (e da sparare), non lo è soprattutto il Bob di Tom Hardy che amerebbe essere soltanto un barman gentile, che versa da bere e discute del tempo, che procede dal bar alla casa e dalla casa al bar. Roskam mette allora l’accento sulla menzogna, creando un’atmosfera carica di impliciti dove niente è affermato dai dialoghi, dove tutto è detto tra le righe e dove la maschera sociale non è che un modo per proteggersi dai propri desideri. Agito intorno alla festività natalizia, Chi è senza colpa è in fondo un racconto di Natale (a)morale, dove il senso non è dato ma chiede allo spettatore di essere trovato, dietro all’ambiguità dei volti e dietro ai bluff.
Dietro Marv che ormai è solo l’ombra di quello che è stato, capo e padrone di un locale di cui adesso è soltanto l’ordinario gestore e la cui insegna, che riproduce il suo nome, è una provocazione cocente, dietro a Bob, smascherato dal ritrovamento del cucciolo e dalla frequentazione di Nadia, il solo personaggio moralmente integro. Nella jungla d’asfalto americana, dove le chiese sono rilevate dalle agenzie immobiliari e i delinquenti di ieri sono stati rimpiazzati dalle organizzazioni mafiose venute dall’est, i corpi pieni e laconici di Hardy e Gandolfini confermano la passione di Roskam per i ‘molossi’ e l’istintività, che nel suo cinema trovano sempre una forma di grazia. Ultimo film di James Gandolfini, Chi è senza colpa lo congeda e lo aggancia a un portatile e agli occhi degli spettatori dentro una telefonata senza parole e dentro una notte nera che inghiotte per sempre la sua voce soprano.

Locandina italiana Contagious - Epidemia mortale

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Un film di Henry Hobson. Con Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson, Laura Cayouette, J.D. Evermore. Titolo originale Maggie. Horror, Ratings: Kids+13, durata 95 min. – USA 2015. – M2 Pictures uscita giovedì 25 giugno 2015. MYMONETRO Contagious – Epidemia mortale * * * - - valutazione media: 3,08 su 22 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Una terribile epidemia ha colpito gli Stati Uniti, trasformando le persone in zombie. Un virus misterioso consuma la carne di uomini, donne e bambini fino a ridurli in mostri da abbattere. Affetti dalla malattia sono costretti alla quarantena in ospedale o presso i loro cari che vegliano sulla trasformazione e poi sono costretti a congedarsi traumaticamente. Maggie, sedicenne orfana di madre, è aggredita e contagiata. Deciso a proteggerla ad ogni costo, il padre, contadino della Louisiana con fucile e spalle larghe, la riconduce a casa dopo la fuga e condivide con lei le sue ultime settimane di vita. Ma Wade in cuor suo spera ancora di poterla salvare, di poterla sottrarre a quella metamorfosi dolorosa. Contro di lui il tempo e la polizia, che veglia sulla cittadinanza ed è decisa a preservare la sicurezza degli scampati.
Opera prima di Henry Hobson, Contagious non è un film di zombie come gli altri. Nessuna orda di morti viventi, nessuna mazza a tramortirli, nessun centro commerciale a stiparli, niente di tutto questo accade sullo schermo perché il regista inglese si concentra sulla relazione intima padre-figlia e attraverso quel legame interroga l’eterno vagare degli zombie.
Dentro un clima di diffusa malinconia, che non si nega qualche passaggio gore, Contagious impiega le convenzioni del genere (horror) per svolgere una storia inattesa. Allo stesso modo, la scelta di un interprete ad alto rilascio leggendario, uno Schwarzenegger di inaspettata dolcezza, risponde all’esigenze della trama e frustra le aspettative. Fenomeno possente esploso nel 1982, l’attore austriaco ha prodotto un cinema dell’eternità convertendo la carne in acciaio e rendendola insensibile a qualsiasi sofferenza fisica. Ercole, Conan, Terminator, Schwarzenegger ha fatto letteralmente a pezzi i suoi nemici cambiando con Sylvester Stallone la storia del cinema popolare americano. Per questa ragione la sua impotenza, di fronte al corpo necrotizzato di sua figlia, disorienta e sbalordisce lo spettatore. Padre in ambasce e colosso abbattuto dentro un mondo in rovina, Schwarzenegger è lontano dall’androide implacabile che fu e dalla competenza pratica dei suoi eroi. Per la prima volta disarmato davanti all’ineluttabilità del destino e sopraffatto da un sentimento autentico, imbraccia il fucile e abbraccia la figlia, nel tentativo estremo di trattenerla e di rimandare la sua eutanasia. Ancorata alle sue spalle olimpiche e alla sua inedita vincibilità, la Maggie di Abigail Breslin resiste per la seconda volta in un film direvenants. Scampata ai morsi ‘avvelenati’ dentro una commedia e un luna park ‘zombizzato’ (Benvenuti a Zombieland), Abigail Breslin avverte questa volta i cambiamenti ‘mostruosi’ dell’adolescenza. E ancora evoca una malattia senza remissione, interpreta una malata terminale più lucida di chi la ama e rifiuta di accettarne il trapasso imminente.
Tra padre e figlia si ingaggia allora un confronto struggente, una lunga resistenza che nulla potrà contro la febbre omicida che divora la protagonista.Contagious è un duello che tratta il soggetto zombie in maniera intimista, elude qualsiasi muta splatter e minacciosa e converge sull’individualità del morto vivente, sulla sua angoscia davanti alla propria crescente pulsione distruttrice. Se nei film di zombie la trasformazione ha luogo in pochi istanti, in Contagiousla decomposizione del corpo richiede, a ragione di questo ripiegamento esclusivo, settimane. Hobson sacrifica l’esaltazione dell’intrattenimento allo sguardo contemplativo, il panico alla disperazione, la macellazione alla quarantena, la precipitazione all’incubazione, e realizza un film drammatico che esce dal sentiero battuto dal genere, tornato alla ribalta sotto l’impulso e il successo della serie televisiva The Walking Dead. Alternando i contrasti freddo-caldo, i grandangoli (per scoprire distese di terre improduttive) e i piani stretti (per cogliere l’inquietudine irriducibile dei protagonisti), la regia di Hobson suscita un sentimento destabilizzante reso ancora più toccante e turbante dalla coppia Schwarzenegger-Breslin, il primo annientato dalla dipartita imminente della sua bambina e la seconda torturata dal male che la divora dall’interno. Sospeso tra ballata elegiaca e science fiction post-apocalittico, Contagious è dominato dal corpo piegato e sconfitto di Schwarzenegger, lontano dai circuiti hollywoodiani e dentro un progetto indipendente di cui l’attore è interprete e produttore. Dopo aver ripreso il ruolo di Terminator T-800 nel quinto episodio della celebre saga (Terminator Genisys), l’attore infila un film che è insieme condizione dell’anima e luogo fisico dove (forse) cominciare a invecchiare.

Poster Jurassic World

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Un film di Colin Trevorrow. Con Chris Pratt, Vincent D’Onofrio, Bryce Dallas Howard, Judy Greer, Nick Robinson. Titolo originale Jurassic World. Azione, Ratings: Kids+13, durata 124 min. – USA2015. – Universal Pictures uscita giovedì 11 giugno 2015. MYMONETRO Jurassic World * * * - - valutazione media: 3,32 su 101 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Sono trascorsi 22 anni dagli eventi di Jurassic Park e dall’incidente occorso allora, durante i quali a Isla Nublar, al largo di Costarica, si è sviluppato il progetto di John Hammond. Il parco dei divertimenti con i dinosauri come attrazioni è ora una realtà che attira orde di visitatori, ma il management della Masrani Corporation non si accontenta. Consapevole che il suo pubblico chiede sempre di più, il CEO Simon Masrani finanzia un progetto che prevede la generazione, attraverso incroci genetici, di una nuova specie di dinosauro, mai esistita prima. Il suo nome è Indominus rex, la sua caratteristica principale quella di unire la ferocia delle lucertole carnivore e un’intelligenza molto più sviluppata. Ma qualcosa sfugge al controllo dei gestori del parco e Indominus rex diventa una minaccia letale per i 20 mila visitatori di Jurassic World.
Le porte del parco si spalancano e provano a realizzare il sogno incompiuto di 22 anni prima, oltre a cercare di rivitalizzare un franchise dato per disperso nella babele di blockbuster odierni. Assumendosi diversi rischi: dopo tutto questo tempo saranno ancora cool i dinosauri? Faranno ancora paura?
Lo sforzo profuso da Amblin Entertainment e Legendary Pictures in termini di marketing è massiccio e fa leva sull’incrollabile fascinazione dei più piccoli per le lucertole giganti. Ma il semi-carneade Colin Trevorrow prova a ragionare su più livelli: se da un lato si rivolge ai ragazzini e alla realizzazione dei loro sogni – inutile negare l’effetto disneyano-horror della sequenza del mosasauro che divora lo squalo – dall’altro prova a imbastire una metafora sullo scontro generazionale tra verità e finzione, analogico e digitale, natura ed esperimenti genetici. Con la paradossale, ma non inconsueta, predilezione per la purezza del passato, in un film tecnologicamente spinto a velocità folle verso il futuro, con un 3D abbondante e una CGI invasiva, benché competente. Al di là della semplicità allegorica e del fatto che il saccheggio nei confronti del Godzilla di Edwards e dello scontro da kaiju eiga tra lucertolone e M.U.T.O. pare evidente, la competizione per ristabilire chi sia il predatore alfa e chi sia in cima alla catena alimentare convince e guida un epilogo trascinante. Che ha l’ulteriore merito di avvalersi di un elemento “dormiente” del plot, trasformato in risolutivo deus ex machina.
Il risultato, tutt’altro che ovvio, accontenta piccoli fan (irresistibile l’attrazione delle girosfere), animalisti, evoluzionisti e semplici nostalgici. Merito anche di buone scelte di casting, tali da correggere storture o manchevolezze di uno script talvolta troppo elementare: la coppia Chris Pratt-Bryce Howard funziona, con il primo sempre più candidato (dopo Guardiani della Galassia e The LEGO Movie) al ruolo di nuovo Harrison Ford, adattato alla consapevolezza dei propri limiti e al cinismo post-tutto della contemporaneità. Meno bene Irrfan Khan (Vita di Pi), mix di stereotipi sul mecenate vittima delle sue stesse ambizioni, e Vincent D’Onofrio (Full Metal Jacket), fuori giri sin dalla prima apparizione nei panni di un villain che pare un cliché vivente – ovviamente militare e scriteriatamente guerrafondaio – più antico degli stessi dinosauri. Nonostante l’abbandono della direzione da parte di Spielberg, a progetto ancora in uno stato embrionale, Colin Trevorrow risolve una impasse complicata, confermando le ottime impressioni lasciate dall’incursione nella sci-fi di Safety Not Guaranteed e cancellando (anche a livello di plot) il ricordo del secondo e del terzo episodio della serie, deludentissime prosecuzioni del capostipite.

Poster Fury

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Un film di David Ayer. Con Brad Pitt, Shia LaBeouf, Logan Lerman, Michael Peña, Jon Bernthal. Titolo originale Fury. Azione, Ratings: Kids+16, durata 134 min. – USA 2014. – Lucky Red uscitamartedì 2 giugno 2015. MYMONETRO Fury * * 1/2 - - valutazione media: 2,77 su 64 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Germania, Aprile 1945. La guerra sembra non finire mai per il sergente Don Collier, sopravvissuto al deserto africano e alle spiagge della Normandia. Leader carismatico di un manipolo di soldati di diversa estrazione e diverso carattere, Don è inviato in missione dietro le linee nemiche e dentro un tank Sherman. Perduto in uno scontro a fuoco il loro tiratore, reclutano Norman Ellison, un giovane soldato a disagio con la guerra e la violenza. Ribattezzato dalla sua squadra Wardaddy, Don si prende cura come un padre del ragazzo, che inizia ai rudimenti della guerra con metodi poco ortodossi. Avanzare contro il nemico, abbatterlo e sopravvivergli favorisce la confidenza e il cameratismo tra gli uomini di Don, che impavidi hanno deciso di seguirlo in un’ultima impresa contro trecento soldati tedeschi. Un’ultima linea armata prima della libertà e della pace.
A partire dagli anni Ottanta, Hollywood ha smesso di rappresentare la Seconda Guerra Mondiale in maniera asettica, precipitando il conflitto nell’orrore e mettendolo in scena come uno spettacolo dell’orrore. Per prendere la misura di questa evoluzione basti confrontare Il grande uno rosso di Samuel Fuller con Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg. Se Fuller temperava la violenza convinto che fosse semplicemente impossibile restituire sullo schermo la realtà del combattimento, Spielberg abbandona cadaveri sviscerati sulle spiagge della Normandia e traduce l’intensità di quella violenza. L’autore rivendica una volontà di realismo e traspone visualmente l’incubo della guerra, ricreando sulla spiaggia ‘traslocata’ di Omaha Beach quello che i veterani avevano visto e vissuto.
Fury, film bellico di David Ayer, prosegue l’estetica del soldato Ryan e si ritaglia un posto nel genere. Non tanto e non solo perché il suo regista, ex marine, ha esperienza diretta della materia, ma per l’impianto drammaturgico singolare, articolato in un interno (il carro) e in una relazione corpo-macchina. In Fury, come Lebanon, film israeliano di Samuel Maoz, non si scende (quasi) mai dal carro armato. Costruito sulla dialettica dentro-fuori, fuori c’è la Storia, dentro la storia, fuori l’azione, dentro la reazione, fuori il proiettile esploso, dentro il rinculo, Fury avanza interrogandosi sulla guerra e sul rapporto che il singolo soldato intrattiene con l’oscenità del conflitto. E qui si esauriscono le corrispondenze tra due film che contemplano esterni e implicazioni ideologiche radicalmente differenti. Se il fuori di Maoz era la Guerra del Libano (1982) ‘costretta’ in un tank-nazione e invasore, il fuori di Ayer è la Seconda Guerra Mondiale, l’ultima a dimensione mitologica, quella della lotta tra bene e male, che non smette di affascinare Hollywood.
Pur insistendo sulla necessità del vedere, Ayer non sembra ossessionato dalla materialità del combattimento, a interessarlo è l’unità protagonista. Comprendere il funzionamento di un’unità di carristi permette al regista di misurare la dimensione industriale della guerra. Nel 1945 la vita media di un uomo in un tank era di sei settimane, al termine delle quali si moriva straziati dal fuoco nemico, al termine delle quali, ancora, proprio come farà la recluta di Logan Lerman, era necessario ripulire il carro dal sangue, la carne, i brandelli e i frammenti di vita, prima di riempirlo di nuovo con altre vite. Uomini e biografie stipate e lanciate contro le linee tedesche, che resistevano ostinate e fameliche fino alla fine dei loro giorni.
Tra il superbo orizzonte del principio e il tank carico di morte, che l’ascensione della camera trasforma nell’epilogo in un occhio ciclopico ficcato in un crocevia disseminato di morti, si muove un film che conquista terreno al genere bellico e un carro che è rifugio, cuore e tomba di soldati condannati al martirio. A guidare la riflessione di Ayer sullo stato di guerra, sullo stato di tutte le guerre, c’è il sergente di Brad Pitt, massiccio, laconico e (in)gloriosamente bastardo dentro un cingolato, dietro alle cicatrici e il taglio barocco pettinato con rigore marziale e brillantina grassa.

Going.Clear.Scientology.and.the.Prison.of.Belief.SUBITA_s

Un film di Alex Gibney. Con Lawrence Wright, Mike Rinder, Marty Rathbun, Paul Haggis, Jason Beghe. Formato Film TV, Documentario, durata 119 min. – USA 2015.

Un film sulla chiesa di Scientology prodotto dalla HBO e basato sul controverso libro di Lawrence Wright. Il film dovrebbe svelare nuove informazioni su questa religione così controversa e sui suoi famosi sostenitori Tom Cruise e John Travolta.