Category: 2014


Locandina La canzone del mareUn film di Tomm Moore. Con David Rawle, Brendan Gleeson, Fionnula Flanagan, Lisa Hannigan, Lucy O’Connell.Titolo originale Song of the Sea. Animazione, Ratings: Kids+13, durata 93 min. – Irlanda, Danimarca, Belgio, Lussemburgo, Francia 2014. – Bolero Film uscita giovedì 23 giugno 2016. MYMONETRO La canzone del mare * * * 1/2 -valutazione media: 3,73 su 10 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Saoirse è una bambina particolare, a 6 anni ancora non riesce a parlare e prova una strana e fortissima attrazione per il mare. Vive nella casa sul faro con il papà e il fratello maggiore Ben, spesso imbronciato e antipatico con la sorellina che ritiene responsabile della scomparsa dell’amata madre. Continua a leggere

Locandina italiana French ConnectionUn film di Cedric Jimenez. Con Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Céline Sallette, Mélanie Doutey, Benoît Magimel.Titolo originale La French. Thriller, durata 135 min. – Francia, Belgio 2014. – Medusa uscita giovedì 26 marzo 2015. MYMONETRO French Connection * * 1/2 - - valutazione media: 2,69 su 11 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Negli anni Settanta, Marsiglia è la capitale mondiale del traffico di eroina. A contrastarlo c’è Pierre Michel, un magistrato incorrotto e incorruttibile. A capo di un pugno di uomini scelti, il magistrato dichiara guerra a… Continua a leggere

Locandina italiana Dallas Buyers Club

Un film di Jean-Marc Vallée. Con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Denis O’Hare, Steve Zahn. Drammatico, durata 117 min. – USA 2013. – Good Films uscita giovedì 30 gennaio 2014. MYMONETRO Dallas Buyers Club * * * 1/2 - valutazione media: 3,70 su 65 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Ron Woodroof vive come se non ci fosse un domani, non credendo alla medicina ma professando solo la religione della droga e dell’alcol. La scoperta di non avere realmente un domani a causa della contrazione del virus HIV apre un calvario di medicinali poco testati e molto inefficaci, fino all’estrema soluzione Continua a leggere

Poster Necropolis - La città dei morti

Necropolis - La Citta dei Morti_s.jpg

Un film di John Erick Dowdle. Con Ben Feldman, Edwin Hodge, Perdita Weeks, James Pasierbowicz Titolo originale As Above, So Below. Horror, durata 93 min. – USA 2014. – Universal Pictures uscitagiovedì 11 settembre 2014. MYMONETRO Necropolis – La città dei morti * * 1/2 - - valutazione media: 2,50 su 17 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Scarlett è un’archeologa urbana esperta di alchimia che, seguendo le orme paterne, è in cerca della pietra filosofale. Una spedizione quasi mortale in Iran le consente di scoprire un antico artefatto che contiene la chiave per decifrare quel che nessuno è mai riuscito a decifrare, consentendole di identificare con buona precisione la localizzazione di una stanza segreta nell’intricato cunicolo di catacombe che si trova sotto Parigi. La spedizione, che conta anche un gruppo di esperti dei cunicoli sotterranei, ben presto rivelerà la sua natura di viaggio che non prevede un ritorno.
La relazione d’amore che tutto il cinema di questi anni intrattiene con la realtà e l’illusione di realtà trova nel found footage il suo inganno più sublime e, una volta tanto, nel profluvio di horror che sfruttano quest’estetica, arriva un film in grado di amalgamare bene le caratteristiche fondamentali dello stile (inquadrature poco chiare che nascondono molto di quel che accade, un continuo senso di precarietà) con lo specifico della propria trama. Tutto Necropolis si gioca sulla discesa nell’oscuro, cioè in una zona così remota sottoterra da confinare con l’interiorità di ogni personaggio (che infatti vede proiettati i conflitti irrisolti che si porta dietro) e che ciò sia ripreso con lo stile più precario e inaffidabile che ci sia, l’unico a sistematicamente tradire la volontà dello spettatore non dandogli quella chiarezza espositiva che una situazione spaventosa richiederebbe, pare molto azzeccato.
Peccato che tutta la sceneggiatura di Necropolis sia pervasa dallo spirito più naive immaginabile per una storia del genere. La maldestra fusione di molte mitologie diverse (tradizione alchemica, fusa con quella cristiana della Bibbia, quella dantesca e infine quella egizia) porta ad una continua spiegazione da parte dei personaggi dei luoghi più comuni di ognuna di queste tradizioni, fino a culminare con l’improbabile iscrizione “Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”, che non aiuta la credibilità di una trama capace di flirtare senza gusto con l’ingenuo e il banale. Non si tratta purtroppo di lavorare sulle basi del genere ma di cercare di fare un racconto “sofisticato” puntando su tutto ciò che non lo è.
Tuttavia quella alla base del film dei fratelli Dowdle (regista e sceneggiatore) è una trovata di messa in scena in grado di funzionare talmente bene da schiacciare anche molti dei propri difetti. Il loro inferno fatto di ricordi personali che scambia il più tipico fuoco (non ci si sarebbe stupiti di trovarlo) con il buio e una scenografia minimalista (mai più di un oggetto per scena), funziona. L’eterno meccanismo ansiogeno della claustrofobia, il continuo giocare sulla paura del buio e il rialzo di terrore dato da personaggi che per uscire dalla trappola sotterranea in cui sono finiti scendono sempre più in basso, donano al film una componente di invincibile terrore.
A differenza dei film a cui si rifà esplicitamente (uno per tutti: Linea mortale) Necropolis manca l’appuntamento con il solleticamento di quelle parti dell’inconscio collettivo scatenate dalla materializzazione del rimosso personale, tuttavia la sua ambientazione e la messa in scena hanno una concreta forza destabilizzante. Mortificando l’intelletto lavora sull’inconscio, che è più di quanto si ottenga da molto horror dozzinale scritto male quanto Necropolis.
Insospettabilmente buono il finale.

Locandina italiana Vizio di forma
Vizio di Forma - subita_s
Un film di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro.Titolo originale Inherent Vice. Commedia, Ratings: Kids+16, durata 148 min. – USA 2014. – Warner Bros Italia uscita giovedì 26 febbraio 2015. – VM 14 – MYMONETRO Vizio di forma ***-- valutazione media: 3,39 su 47 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
Doc Sportello, hippie suonato che ciondola sulla spiaggia di Gordita Beach e investigatore privato a tempo perso, è avvicinato dalla sua ex Shasta Fey, che gli affida un caso complicato. Insospettita dagli intrighi attorno al suo nuovo amante, il palazzinaro Wolfmann, vuole prevenire un suo ricovero coatto. Doc non fa in tempo a cominciare le indagini che finisce per essere accusato di omicidio dall’amico-nemico Bigfoot, ispettore della Omicidi.
Sul titolo, a volte, è bene soffermarsi (oltre che sulla locandina, quando inarrivabile come quella di Vizio di forma). Al di là della libera traduzione e semplificazione italiana, che poco o nulla significa – e che, curiosamente, sia nel libro di Thomas Pynchon che nel film tratto da esso, non trova spazio all’interno dell’opera – è il letterale “vizio intrinseco” la chiave del mistero. Che, come tale, include tanto il MacGuffin del termine tecnico del ramo assicurativo che la reale sostanza dell’opera di Pynchon e Anderson, dove “vizio intrinseco” sta per incapacità per un sistema di reggere l’instabilità centrifuga delle sue componenti interne.
Due piani di lettura per una molteplicità psichedelica di interpretazioni degli stessi: l’Uno e il Tutto, in ordine sparso, come vuole il cinema di Paul Thomas Anderson da Ubriaco d’amore in poi. Il noir e la sua lunga discendenza di riferimenti riflessivi (Chandlervia Altman, Kem Nunn via Pynchon, con aggiunta di Hunter Thompson e Dude Lebowski) diviene così avvincente esca per catturare l’interesse e aiutare a immedesimarsi tanto in Doc Sportello che nella sua nemesi Bigfoot Bjornsen, nascondendo così, attraverso un sottile e caliginoso fumo di cannabis, la parabola della seconda caduta dall’Eden, quando l’ebbrezza utopistica dei ’60 si è schiantata di fronte alla cruda realtà della natura umana ad Altamont e Bel Air.
Gli Hell’s Angels omicidi e la setta satanista di Manson diventano in Vizio di forma un’unica entità e si contrappongono, con logica speculare, all’amore, che muove (più che il cielo e l’altre stelle) le onde dell’oceano e il girovagare erratico, ma lucido e con uno scopo preciso, del protagonista. Un insieme di caratteri paradigmatici fa di Doc Sportello creatura andersoniana più che pynchoniana, pecorella smarrita che si oppone con radicale indolenza al traumatico passaggio di consegne tra un’epoca e un’altra, tra l’erba e la polvere d’angelo, tra Neil Young (il brano scelto per la più romantica delle sequenze si intitola “Journey through the Past”) e il decennio dell’edonismo reaganiano che verrà, tra la pellicola che esibisce orgogliosamente la sua grana e il digitale che ci seppellirà. Mai come in Vizio di forma lo sconclusionato nonsense di una trama inafferrabile e involuta è mistificatore, come la retorica di un guru, rispetto alla geometrica precisione di un’opera che intensifica la separazione di Doc dal suo, o dai suoi, doppi.
Dalla musa-spirito guida Sortilège, voice-over che si fa carne, all’illusorio oggetto d’amore Shasta, fino al Bigfoot di un eccellente Josh Brolin. La bromance tra questi e Doc, giocata costantemente sul filo della comicità, oltre a rivelare una matrice ben più tangibile del Lebowski coeniano nell’oscuro Cisco Pike (Per 100 chili di droga) di una ruggente New Hollywood, è la dinamica pseudo-amorosa di due opposti che si attraggono, due metà che si cercano e si sostituiscono: il primo detective sempre meno improbabile e il secondo cullato e confuso dai suoi sogni di attore. Scherzi del subconscio, forse, come una clinica criminale odontoiatrica o una nave all’orizzonte che non attracca mai, che disegnano la più difficile delle trasposizioni, libera dove appare didascalica, metaforica dove appare comica, prima di chiuderla sotto il sole elusivo di una California in chiaroscuro.

Locandina italiana Fuochi d'artificio in pieno giorno

Fuochi d Artificio in pieno Giorno_s

Un film di Yinan Diao. Con Liao Fan, Lun Mei GWEI, Xuebing Wang, Jingchun Wang, Yu Ai Lei.Titolo originale Bai Ri Yan Huo. Poliziesco, Ratings: Kids+13, durata 106 min. – Cina 2014. – Movies Inspired uscita giovedì 23 luglio 2015. MYMONETRO Fuochi d’artificio in pieno giorno * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 7 recensioni di critica, pubblico e dizionari

Nell’estate del 1999 un detective della polizia indaga su uno strano caso di omicidio: brandelli della vittima vengono ritrovati contemporaneamente in diverse cave di carbone. Nel corso delle indagini però un confronto a fuoco uccide i suoi colleghi e lo lascia ferito e traumatizzato. Cinque anni dopo, in inverno, la situazione è molto peggiore per lui e per il mondo in cui vive. Lo ritroviamo ubriaco al margine della strada, non è più poliziotto ma lavora come guardia privata, e lo sconosciuto che si ferma per vedere se è ancora vivo in realtà lo fa per rubargli la moto.
Il ripresentarsi di omicidi simili a quelli del 1999 lo spinge tuttavia a ricominciare le indagini in privato, coadiuvando vecchi amici rimasti in polizia. Scopre così che tutto porta a una lavanderia in cui lavora una gentile ragazza di cui prontamente si innamora e che cerca di usare per arrivare al killer.
Sembra incredibilmente appropriato lo strano titolo di questo film una volta che lo si è finito. Svolto tra un passato in cui il crimine passa per il carbone e un presente in cui torna a colpire attraverso il ghiaccio, è anche la suggestione della materia dura e sporca contrapposta a quella sottile e pulita (in una frase il senso del cinema noir), due estremi che rappresentano il lavoro pesante contro la danza leggera e ben si prestano a una lettura allegorica di tutto quel che succede in questo detective movie ai confini del mondo, in cui non c’è niente di normale. Benché infatti sia ambientato in un luogo imprecisato del nord della Cina, il film di Diao Yinan è volutamente inserito in una realtà al limite del paradossale, dove l’insensata presenza di un caos ingiusto è il vero nemico dei personaggi (più di criminali e misteri).
Black coal, thin ice non si lascia sfuggire nemmeno un elemento del noir classico, dall’investigatore indurito dalla vita, alla femme fatale, da una condizione metereologica che influisce sui personaggi, alla perdizione sentimentale fino alla morte inevitabile che pende sul racconto, eppure nulla è come siamo abituati a vederlo. Ecco perchè fin dalle prime scene sembra di assistere a un film che ha risentito della presenza e del cinema dei fratelli Coen per quanto l’umorismo scaturisca dall’idiozia e le casualità più imprevedibili determinino gli eventi più importanti, quelli che di solito gli sceneggiatori cercano di motivare con maggiore dettaglio. Del genere rimangono solo i suoi elementi distintivi ma la materia che dovrebbe collegarli è completamente differente perché è inserito in una società e in un tempo completamente differenti da quelli originali.
Non c’è nulla che segua un binario prevedibile o che dia l’impressione di portare ad una soluzione canonica, in questo film la cui forza maggiore sta nel riuscire a comunicare l’inquieta paura che il suo autore ha del mondo in cui vive. La Cina che mostra è un inferno di sopraffazione continua, di maltrattamenti e disinteresse umano (ci sono dei dettagli che impressionano come il cocomero mangiato e sputato mentre si consulta una cartina, la moto rubata e i clamorosi immotivati fuochi d’artificio finali), in cui ogni personaggio comprimario è un nemico, non aiuterà, metterà i bastoni fra le ruote e senza una ragione precisa.
In questo marasma umano che è sempre a un pelo dallo sconfinare nel caos vitale di Kusturica ma si guarda bene dal farlo (ci vorrebbe tutta un’altra speranza nel genere umano), Diao Yinan usa le figure archetipe per superarle, le sfrutta per ingannare lo spettatore e convincerlo a seguirlo in un viaggio attraverso l’abiezione umana. In questo senso non appare per nulla fuori luogo la violenza esagerata e sempre inattesa che spaventa e brutalizza.

Locandina Cold in July

Cold in July._s

Un film di Jim Mickle. Con Michael C. Hall, Sam Shepard, Vinessa Shaw, Don Johnson, Wyatt RussellDrammatico, durata 109 min. – USA 2014. – Movies Inspired uscita giovedì 2 aprile 2015.MYMONETRO Cold in July * * * - - valutazione media: 3,15 su 6 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Texas, 1989. Richard Dane è un corniciaio che vive nella provincia americana con la moglie e il figlio di pochi anni. Una notte, svegliato da rumori sospetti, scopre che un ladro è penetrato a casa sua. Recuperata la pistola spara accidentalmente un colpo che uccide il malvivente in salotto. Stabilita la legittima difesa, la polizia rilascia Richard dopo la deposizione in cui apprende il nome dell’uomo che ha ucciso. I giorni passano e Richard fatica a ritornare alla normalità. A peggiorare le cose arriva Ben Russel, galeotto in libertà vigilata e padre del delinquente defunto. Deciso a vendicare la morte del suo ragazzo, Ben minaccia il bambino di Richard, che chiede alla polizia di sorvegliare la sua casa e di proteggere la sua famiglia. Ben però rinuncia alla sua rivalsa, scoprendo molto presto e con l’aiuto di Richard che l’uomo morto in casa sua non è in realtà suo figlio.
Ambientato nel 1989, l’epoca del vhs e delle videoteche, fondamentali per risolvere il ‘caso’, Cold in July è la trasposizione del celebre romanzo di Joe R. Lansdale, una vicenda straordinaria che si dipana da una situazione ordinaria e da una villa di periferia. Su questa tela di fondo e dentro il quotidiano della tranquilla borghesia americana, lo scrittore innesta tante incursioni che sembrano venire fuori da altrettanti suoi lavori. Come i suoi romanzi allora e la polizia chiamata ad indagare sul furto, Cold in Julysi comporta in modo sospetto, avviandosi come un thriller ma rivelandosi presto un oggetto in espansione e in costante arricchimento.
In bilico tra ironia e disastro, la trasposizione di Jim Mickle ha ritmo e compostezza formale mentre osserva le cose da più punti di vista per (non) farsene travolgere. Tre gli sguardi, tre i personaggi, tre gli attori che interpretano una storia di avversità e nuove opportunità, traumi passati e orizzonti futuri. Richard (Michael C. Hall), Ben (Sam Shepard) e Jim Bob (Don Johnson) non potrebbero essere più diversi tuttavia un uomo ordinario, un galeotto spregiudicato e un investigatore eccedente (a partire dalla sua Cadillac long, shiny and red) condividono una missione e una medesima forma di visionarietà, un modo attraverso il quale vedere meglio le strutture profonde della società e denudarne la loro inconsistenza, siano queste enti statali (la polizia) o istituzioni sociali (la famiglia). Ritratti forti, ambigui e complessi sulla carta e sullo schermo grazie alle performance disilluse e anarcoidi degli interpreti, che formano un team da ronda notturna destinato a lasciare un segno indelebile nella storia del genere. Lontani da qualsiasi eroe incrollabile a due dimensioni, i nostri si agitano, come ogni personaggio di Lansdale, nel buio che copre sempre i delitti e genera storie da raccontare. Nel Texas condiviso con Cormac McCarthy, dentro ai suoi orizzonti e al suo umorismo nero in piena luce, il film indaga il mistero che siamo e che è il protagonista, deciso a mettersi in gioco. Alla maniera del serial killer che lo ha reso celebre (Dexter), Michael C. Hall non vede mai il confine perché il confine si allunga senza tregua. Il divertimento allora non può mancare così come l’incertezza e il sangue.
Come il romanzo omonimo e le ombre della notte, il film di Mickle si dispiega e improvvisa, portandoci lontano dal punto di partenza ma chiudendo proprio e secondo una traiettoria circolare dal principio. Se tutto comincia e finisce dentro a un letto a due piazze, nel mezzo, buio e tempestoso, esplode la commedia e Don Johnson, investigatore cialtrone che pratica la giustizia terrena fottendosene di qualsivoglia redenzione. A Sam Shepard spetta invece il ruolo ‘tragico’ di uomo macchiato dal male umano e di padre alle prese con le derive criminali del figlio, peccatore senza pace e senza espiazione.
Il rovesciamento più eclatante, fuori e dentro la finzione, resta senza dubbio quello di Michael C. Hall e del suo (extra)ordinary man, le cui azioni maldestre, che lo mettono freneticamente nei guai, si rivelano alla fine un piano quasi perfetto e diabolicamente inconsapevole per la sua e altrui salvezza. Cold in July è un thriller che vira in lieto fine e in toni da commedia nera, esibendo un grottesco risvolto dell’american way of life. Caldo e freddo, come suggerisce il titolo,Cold in July è un proiettile narrativo che esplode freddando di gioia lo spettatore.

Cash Truck – dvdrip ita

Cash.Truck_s

Thriller, – USA 2014.

Remake del film Le Convoyeur, è incentrato sulla storia di un padre che sta guidando dietro a una macchina blindata. A un certo punto un uomo mascherato e armato tenta di sequestrare il veicolo e i colpi di arma da fuoco colpiscono la vettura dell’uomo, uccidendone il figlio. Il padre cercherà di ottenere vendetta entrando nella loro organizzazione.

Who am i - dvdrip eng subita_s

Il remake del thriller tedesco interpretato da Tom Schilling che racconta di un giovane uomo che viene risucchiato nel mondo degli hacker da un gruppo simile a Anonymous. La pellicola inizia con il protagonista che racconta la sua storia a un investigatore dell’Europol dopo una serie di crimini perpetrati dai suoi compagni che hanno fatto arrabbiare la mafia russa ed hanno portato alla morte di tre hacker in una stanza d’albergo.

Locandina Solo gli amanti sopravvivono

Solo gli Amanti sopravvivono - Only Lovers left alive_s

Un film di Jim Jarmusch. Con Tom Hiddleston, Tilda Swinton, Mia Wasikowska, John Hurt, Anton Yelchin.Titolo originale Only Lovers Left Alive. Drammatico, durata 123 min. – Gran Bretagna, Germania, Francia, Cipro, USA 2013. – Movies Inspired uscita giovedì 15 maggio 2014. MYMONETRO Solo gli amanti sopravvivono * * * 1/2 - valutazione media: 3,62 su 47 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Adam colleziona chitarre d’epoca e compone pezzi di musica elettronica, che i fan ascoltano appostati sotto la sua casa di Detroit, dalla quale pare non uscire mai. Eve vive a Tangeri, tra stoffe pregiate e libri in tutte le lingue, e trascorre le nottate in compagnia di Christopher Marlowe nel “Café Mille Et Une Nuits”. Adam e Eve sono colti, bellissimi e vampiri. Osservatori privilegiati del divenire del nostro mondo, si muovono cercando di farsi corrompere il meno possibile dalle brutture del presente, cibandosi soltanto di sangue raro di laboratorio, apprezzando il silenzio e la compagnia reciproca.
Adam, solitario e sensibile, chiuso nella sua roccaforte nella città simbolo della musica ma anche delle macerie del capitalismo, sta cedendo alla malinconia più oscura, al lamento funebre, al refrain senza fine uguale a se stesso. Tocca alla donna, anima più aperta e trasformista, forse anche più edonista e impermeabile, intraprendere il viaggio notturno che non può mancare all’appello in ogni pellicola del regista di “Night on Earth” e “Mistery Train”.
Solo chi ama rimane vivo; chi sa amare letteralmente per sempre, chi rispetta il mondo che abita, la sua arte, la letteratura, il progresso della scienza, il suono dei nomi. Gli altri, quelli che credono di essere vivi solo perché batte loro il cuore, quelli che hanno perso il gusto, lo sguardo e il dizionario, sono creature noiose e pericolose. Sono loro – i cosiddetti esseri umani – i veri cannibali, gli zombie: gente che si sveglia sempre troppo tardi, che usa e getta, immemore del passato, incurante del futuro, impantanata in un presente più che mai buio, anche e soprattutto alla luce del sole.
Jarmush politico, Jarmush esteta, Jarmush notturno, Jarmush rock. Jarmush puro. Con Solo gli amanti sopravvivono il più elegante e sottilmente spiritoso dei registi indipendenti americani gira un elogio dell’artificio artistico come prova di reale umanità, oltre che un’ispiratissima ballata romantica, capace di raccontare ancora l’amore come un’esperienza piacevolmente debilitante, che fa vacillare le ginocchia e girare la testa come gira la puntina sul giradischi, come gira il sangue che scende nell’imbuto, come l’effetto di una droga pesante. “Funnel of love” gracchia splendidamente il pezzo di apertura. Perché allo snobismo divertito dei nomi in codice, dell’allusione agli altri vampiri illustri, delle citazioni e delle battute sul talento che non rima mai con successo, corrisponde un trattamento dell’argomento amoroso tutt’altro che snob, leggero e discreto come la camminata di Tilda Swinton e intriso di sincera empatia e lunare post-romanticismo.

Locandina Across the River

Oltre il Guado_s

Un film di Lorenzo Bianchini. Con Marco Marchese, Renzo Gariup, Lidia Zabrieszach Drammatico, – Italia 2014.

Marco Contrada è un etologo che lavora nella profondità dei boschi, dove piazza delle telecamere con l’obiettivo di fotografare gli animali e monitorare a distanza il loro comportamento. Le registrazioni lo portano in un remoto villaggio, sito di un’antica maledizione, in cui viene intrappolato a causa della pioggia che ha innalzato il livello del fiume ed inondato l’unico accesso

Locandina italiana La teoria del tutto

La Teoria del tutto - bdrip_s

Un film di James Marsh. Con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Charlie Cox, Emily Watson, Simon McBurney. Titolo originale The Theory of Everything. Biografico, Ratings: Kids+13, durata 123 min. – Gran Bretagna 2014. – Universal Pictures uscita giovedì 15 gennaio 2015. MYMONETRO La teoria del tutto * * * - - valutazione media: 3,46 su 76 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Università di Cambridge, 1963. Stephen è un promettente laureando in Fisica appassionato di cosmologia, “la religione per atei intelligenti”. Jane studia Lettere con specializzazione in Francese e Spagnolo. Si incontrano ad una festa scolastica ed è colpo di fulmine, nonché l’inizio di una storia d’amore destinata a durare nel tempo, ma anche a cambiare col tempo. Del resto il tempo è l’argomento preferito di Stephen, che di cognome fa Hawking, e lascerà il segno nella storia della scienza. In particolare, l’uomo persegue l’obiettivo scientifico di spiegare il mondo, arrivando ad elaborare la formula matematica che dia un senso complessivo a tutte le forze dell’universo: quella “teoria del tutto” che dà il titolo al film. La teoria del tutto però non si concentra sull’aspetto accademico o intellettuale della vita di Hawking ma privilegia l’aspetto personale e l’evoluzione parallela di due forze dell’universo: l’amore per la moglie e i figli, e la malattia, quel disturbo neurologico che porterà al graduale decadimento dei muscoli dello scienziato e lo confinerà su una sedia a rotelle. La contrapposizione di vettori riguarda anche le convinzioni ideologiche di Stephen e Jane: lui crede solo alle verità dimostrabili, lei nutre una profonda fede in Dio.
James Marsh, regista premio Oscar per lo splendido documentario Man on Wire, sceglie una narrazione molto convenzionale per raccontare una storia eccezionale. Conscio della difficoltà di rendere appetibili al grande pubblico la decadenza fisica di un uomo e l’eccellenza accademica del suo cervello, Marsh fa leva sui sentimenti e costruisce una narrazione mainstream che non rende giustizia alla sua originalità di autore.
Ciò che eleva La teoria del tutto al di sopra della mediocrità è la performance dei due attori protagonisti: la luminosa Felicity Jones, pugno di ferro in guanto di velluto, e Eddie Redmayne, straordinario sia nell’incarnare il declino fisico di Hawking che soprattutto nel canalizzare, principalmente attraverso lo sguardo, quella dolcezza consapevole e ironica che l’ha reso un’icona internazionale. La dolcezza, in generale, è la cifra narrativa principale del film, abbinata a quell’anelito per ciò che è magico, miracoloso ed inspiegabile, e ciò che permette alla natura umana di trionfare contro ogni logica e ogni teoria.
Valeva per Philippe Petit che camminava su un filo sospeso fra le Torri Gemelle, vale per Stephen Hawking, cui erano stati diagnosticati due anni di vita e che invece è oggi un ultrasettantenne pieno di voglia di vivere, e di raccontare l’universo a modo suo.

Locandina italiana Edge of Tomorrow - Senza domani

Un film di Doug Liman. Con Tom Cruise, Emily Blunt, Bill Paxton, Brendan Gleeson, Jonas Armstrong. Titolo originale Edge of Tomorrow. Azione, Ratings: Kids+13, durata 113 min. – USA 2014. – Warner Bros Italia uscita giovedì 29 maggio 2014. MYMONETRO Edge of Tomorrow – Senza domani * * * - - valutazione media: 3,44 su 62 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Il maggiore Cage è l’ufficio stampa dell’esercito mondiale nella più grande guerra mai sostenuta dall’umanità, quella contro gli alieni atterrati sul nostro pianeta. Reticente a misurarsi sul campo di battaglia quando viene inviato sul fronte dal generale rifiuta l’incarico e per questo viene ammanettato e spedito lo stesso a combattere come disertore, proprio nel giorno della gigantesca offensiva progettata dall’umanità. Totalmente incapace di manovrare l’esoscheletro con il quale si combatte nelle prime fasi di battaglia distrugge un alieno ma rimane contaminato dal suo sangue e da quel momento ogni volta che muore si risveglia sempre nello stesso punto, all’inizio di quella giornata da disertore, condannato a ripetere sempre gli stessi eventi.
Con il continuo ripetere comincia a conoscere bene le mosse del nemico, dimostrando un’abilità in battaglia che cattura l’attenzione di un altro soldato che sembra aver capito tutto e sostiene di poterlo aiutare.
È un felice incontro quello tra l’indole da commediante con la quale Doug Liman dirige film d’azione, la passione per le trame narrate in modo poco convenzionale di Christopher McQuarrie e la light novel “All you need is kill” di Hiroshi Sakurazaka da cui Edge of tomorrow – Senza domani prende le mosse.
Senza esplorare le implicazioni filosofiche ed etiche del vivere sempre il medesimo giorno Liman e McQuarrie si divertono molto con il montaggio, sfruttandolo per diverse gag e riuscendo a lavorare di ellisse in maniere sconosciute ai blockbuster hollywoodiani.
Il principio alla base della dinamica narrativa rimane quello messo per la prima volta in scena da Ricomincio da capo, ovvero il miglioramento personale attraverso la continua ripetizione delle medesime situazioni, tuttavia la maniera in cui McQuarrie lo espande in una trama di fantascienza ne enfatizza ancora di più la parentela con la videoludica. Non solo infatti il maggiore Cage arriva a conoscere i movimenti dei propri nemici, gli eventi e le loro conseguenze, potendo così arrivare ogni nuovo giorno più in là del precedente (realmente e metaforicamente) ma anche gli alieni sono di diverse tipologie, l’uccisione di ognuna delle quali porta conseguenze differenti, inoltre le aree dove si svolge il film (principalmente la spiaggia e poi il Louvre) somigliano a mappe di videogame sparatutto per come sono inquadrate nelle panoramiche e anche il design dei protagonisti è vicinissimo a quello dei personaggi giocabili nei giochi di guerriglia fantascientifica.
Abili nel non rimanere impantanati nelle dinamiche ripetitive su cui si fonda il film, Liman e McQuarrie sfruttano il principio più attraente di questa storia solo fino a che serve, sapendo realmente quando fermarsi per non rovinare tutto e trovando in Emily Blunt un’implacabile macchina empatica. Nonostante il suo personaggio non abbia nessuna evoluzione (è effettivamente sempre il medesimo nella medesima giornata) l’attrice britannica lavora benissimo di plausibilità e onestà sentimentale, risultando anche più fondamentale per la credibilità del film dello stesso Tom Cruise.
Con un fumetto, i videogiochi e diversa fantascienza moderna (quella di Neill Blomkamp in primis) a fare da affluenti il fiume Edge of tomorrow scorre impetuoso e, nonostante un arco narrativo canonico, riesce in certi punti anche a stupire sinceramente, manipolando benissimo le diverse fonti d’ispirazione per riaffermare la capacità ad oggi unica del cinema di alimentarsi delle altre forme narrative senza snaturare se stesso.

Locandina italiana Predestination

Predestination - eng subita_s

Un film di Michael Spierig, Peter Spierig. Con Ethan Hawke, Sarah Snook, Christopher Kirby, Christopher Sommers, Kuni Hashimoto. Fantascienza, Ratings: Kids+13, durata 97 min. – Australia 2014.

Al suo ultimo incarico, un agente che viaggia nel tempo dovrà catturare l’unico criminale sfuggitogli nel corso del tempo. Tratto dal racconto “Tutti voi zombie” del 1959 di Robert A. Heinlein, il film racconta la vita di un singolare agente, magistralmente interpretato da Ethan Hawke (Nomination all’Oscar® come Miglior Attore Non Protagonista per Boyhood), che deve affrontare una serie intricata di viaggi spazio temporali, progettati per garantire l’applicazione della legge per l’eternità. Ora, al suo ultimo incarico, l’agente è all’inseguimento di un criminale che da sempre continua a sfuggirgli: l’obiettivo è salvare migliaia di vite messe in pericolo dai piani di questo terribile assassino.

The absent one- bdrip dan subita_s

Director:Mikkel Nørgaard

Nel 1994 una coppia di giovani gemelle viene brutalmente assassinata in un cottage estivo. Le indagini portano a sospettare degli studenti di un vicino college fino a quando un uomo si dichiara colpevole e viene condannato. Venti anni dopo, il caso finisce sulla scrivania del detective Carl Mørck, che si rende subito conto che qualcosa non quadra. Insieme al collega ed amico Assad, Carl inizia ad indagare nuovamente sulla vicenda e, trovando una vecchia chiamata d’emergenza di una ragazza disperata, si rende conto che questa sembri sapere cosa sia accaduto allora. Carl e Assad si mettono così sulle tracce della giovane, scomparsa dai tempi dell’omicidio, ma a tentare di rintracciarla è anche un gruppo di uomini influenti, che faranno di tutto per farla restare in silenzio.

Locandina italiana Nebraska

Nebraska_s

Un film di Alexander Payne. Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk, Stacy Keach. Drammatico, durata 115 min. – USA 2013. – Lucky Red uscita giovedì 16 gennaio 2014. MYMONETRO Nebraska * * * 1/2 - valutazione media: 3,97 su 72 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Woody Grant ha tanti anni, qualche debito e la certezza di aver vinto un milione di dollari alla lotteria. Ostinato a ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska, Woody si avvia a piedi dalle strade del Montana. Fermato dalla polizia, viene ‘recuperato’ da David, figlio minore occupato in un negozio di elettrodomestici. Sensibile al desiderio paterno e dopo aver cercato senza successo di dissuaderlo, decide di accompagnarlo a Lincoln. Contro il parere della madre e del fratello Ross, David intraprende il viaggio col padre, assecondando i suoi capricci e tuffandosi nel suo passato. Nel percorso, interrotto da soste e intermezzi nella cittadina natale di Woody, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, i nemici mai battuti, che adesso chiedono il conto. Molte birre dopo arriveranno a destinazione più ‘ricchi’ di quando sono partiti.
Autore indipendente e scrittore dotato, Alexander Payne realizza una nuova commedia ‘laterale’ come le strade battute dai suoi personaggi, che si lasciano indietro lo Stato del Montana per raggiungere il Nebraska in bianco e nero di Bruce Springsteen. E dell’artista americano il film di Payne mette in schermo la scrittura ‘visiva’, conducendo un padre e un figlio lungo un viaggio e attraverso un territorio che intrattiene un rapporto simbolico col loro mondo interiore. Oscillando tra dramma e commedia, Nebraska, versione acustica di Sideways, coinvolge lo spettatore in un flusso empatico coi protagonisti, persone vere dentro storie comuni e particolari da cui si ricava una situazione universale.
Ambientato nella provincia e lungo le strade che la raccordano al mondo, Nebraska frequenta una dimensione umana marginale e fuori mano rispetto all’immaginario hollywoodiano, prendendosi alla maniera del protagonista tutto il tempo del mondo per arrivare a destinazione. Una destinazione dove si realizza un passaggio che non può mai avvenire come effetto di una retorica pedagogica ma si fonda sull’impossibile, l’impossibilità di governare il mistero assoluto della vita e della morte. Non è per sé che il protagonista di Bruce Dern sogna quel milione di dollari, a lui basta un pick-up per percorrere gli ultimi chilometri di una vita spesa a bere e a rimpiangere quello che non è stato. La vincita della sedicente lotteria a Woody Grant occorre per i suoi ragazzi, per lasciare loro ‘qualcosa’ con cui vivere e per cui ricordarlo. Ma David, sensibile e affettuoso, è figlio profondamente umanizzato, testimonianza incarnata di un’eredità più preziosa del denaro. È il figlio ‘bello’ di chi è stato e di cui perpetua adesso il valore.
Nebraska è una ballata folk che accomoda allora la bellezza e l’amore, quella di un figlio per il proprio genitore, che prima di lasciare andare torna a guardare dal basso, in una prospettiva infantile e accoccolata ai suoi grandi piedi e al suo piccolo sogno. Intorno a loro scorre l’America lost and found insieme a una storia sincera che battendo vecchie strade, la struttura da road movie che diventa pretesto di ‘formazione’ (Sideways), ne infila una nuova. Nebraska è una spoglia poesia di chiaroscuri, un’indicazione lirica verso le radici, verso i padri, davanti ai dilemmi di tempi paradossali e senza guida. Diversamente dagli antieroi springsteeniani, il protagonista di Payne non cerca terre promesse e non corre sulle strade di “un effimero sogno americano”, decidendo per la lentezza, l’impegno, il rispetto e il senso di responsabilità.
L’amabile David di Will Forte è il “giusto erede” di un genitore vulnerabile che Payne non presenta come esemplare ma come testimonianza eccentrica e irripetibile della possibilità di stare al mondo con qualche passione. E quella di Woody è l’amore, lingua franca di un viaggio che contempla le tracce paterne cicatrizzate nel proprio destino. Su quel padre incerto David ritrova il proprio senso e riprende la strada.

Locandina italiana Il regno d'inverno - Winter Sleep

Il.Regno.D.inverno2014NuriBilgeCeylan_s

Un film di Nuri Bilge Ceylan. Con Haluk Bilginer, Melisa Sozen, Demet Akbag, Ayberk Pekcan, Serhat Mustafa Kiliç. Titolo originale Kis uykusu. Drammatico, durata 196 min. – Turchia, Francia, Germania 2014. – Parthenos uscita giovedì 9 ottobre 2014. MYMONETRO Il regno d’inverno – Winter Sleep * * * 1/2 - valutazione media: 3,94 su 40 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

In un villaggio sperduto dell’Anatolia, in cui giungono turisti interessati alla struttura di antiche abitazioni che formano un tutt’uno con la roccia, Aydin è il proprietario di un piccolo ma confortevole albergo, l’Othello. L’uomo è anche il padrone di diverse case i cui inquilini non sono sempre in grado di pagare l’affitto e vengono puniti con il sequestro di televisore e frigorifero. Aydin vive con la giovane moglie Nihal e con la sorella Necla che li ha raggiunti dopo il divorzio. L’uomo è stato attore e ora sta pensando di scrivere un libro sulla storia del teatro turco.
Nuri Bilge Ceylan ancora una volta riesce ad emozionare con un’opera che sfida la lunga durata uscendone vincitrice assoluta. Il regista turco realizza una sintesi del proprio cinema dimostrando una libertà creativa che lo affranca dalla ripetitività. Dopo il successo dei film precedenti (e in particolare di C’era una volta in Anatolia) sarebbe stato facile tornare a proporre atmosfere e tempi rarefatti. Ceylan opta invece per una sceneggiatura in cui la parola domina integrandosi con un paesaggio e con interni che riflettono e, al contempo, determinano gli stati d’animo. Se il rimando a Shakespeare è in questa occasione palese (dal nome dell’hotel al manifesto di un “Antonio e Cleopatra” fino a una diretta citazione) l’amato Cechov torna a innervare l’opera del regista. Perché il film è pervaso da una sensazione di resa alla fragilità dei rapporti mentre al contempo se ne cerca una ragione e una soluzione (magari nella Istanbul che sostituisce come meta desiderata la Mosca del Maestro russo). Ceylan però si impadronisce di questo mood per operare una lettura delle relazioni uomo/donna che, portata sullo schermo grazie ad attori straordinari, ne fa emergere le pieghe e le piaghe più nascoste. Aydin è un possidente: possiede edifici, possiede la cultura, possiede sua moglie o, meglio, crede di possederla. Ha costruito intorno a lei una gabbia di attenzioni che è si è trasformata in una prigione che lo ha isolato a sua volta. A poco valgono le riflessioni sull’arte e sulla scrittura di quest’uomo apparentemente bonario (il lavoro sporco tocca al suo braccio destro).
A infrangersi non sarà solo il vetro del suo fuoristrada. Perché l’uomo Aydin si ritroverà davanti in Nihal non più la ragazza che aveva sposato ma una giovane donna che cerca la propria, seppur limitata, autonomia e ciò accadrà senza che lui abbia voluto accorgersi del cambiamento. Sarà un suo intervento che considera assolutamente normale, se non addirittura doveroso, che farà esplodere tensioni troppo a lungo represse. Nihal però avrà a sua volta modo di sperimentare quanto ciò che noi riteniamo ‘buono’ per gli altri non sempre viene percepito come tale. Il sonno invernale di Ceylan non è un letargo pacificatore.

Locandina italiana Mommy

Mommy.XavierDolan.2014.Subita_s

Un film di Xavier Dolan. Con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 140 min. – Francia, Canada 2014. – Good Films uscita giovedì 4 dicembre 2014. MYMONETRO Mommy * * * 1/2 - valutazione media: 3,95 su 39 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Diane è una madre single, una donna dal look aggressivo, ancora piacente ma poco capace di gestire la propria vita. Sboccata e fumantina, ha scarse capacità di autocontrollo e ne subisce le conseguenze. Suo figlio è come lei ma ad un livello patologico, ha una seria malattia mentale che lo rende spesso ingestibile (specie se sotto stress), vittima di impennate di violenza incontrollabili che lo fanno entrare ed uscire da istituti. Nella loro vita, tra un lavoro perso e un improvviso slancio sentimentale, si inserisce Kyle, la nuova vicina balbuziente e remissiva che in loro sembra trovare un inaspettato complemento.
C’è spazio per una persona sola nei fotogrammi di Mommy. Letteralmente.
Il formato scelto da Xavier Dolan per il suo nuovo film infatti è più stretto di un 4:3. Inusuale e con un altezza leggermente maggiore della larghezza, costringe a prevedere una persona sola in ogni inquadratura o a strizzarne due per poterle guardare da vicino. Come un letto a una piazza. Attraverso questa visione simile a una gabbia, Dolan racconta di nuovo di un figlio e una madre, cercando di cogliere una complessità inedita nella storia della rappresentazione di questo rapporto al cinema e finendo per creare tre personaggi lontani da qualsiasi paragone o altri esempi già visti, che si presentano come destinati all’infelicità sebbene condannati a provare a sfuggirgli. Intrappolati in un formato claustrofobico, non gli rimane che sognare la libertà e serenità di un irraggiungibile 16:9.
Nonostante infatti un inizio di gran ritmo e divertimento, lentamente i medesimi eccessi che suscitano risate diventano una catena. Le battute e le interazioni non cambiano ma dal ridicolo si passa alla compassione quando da un livello superficiale di osservazione si entra dentro alla famiglia e ciò che ci appariva divertente si trasforma in un inferno. E’ solo una delle tante piccole raffinatezze di questo quinto film di Xavier Dolan, sempre caratterizzato dalla volontà di non negarsi il piacere della sottolineatura (i consueti ralenti, il gioco con i formati, l’uso di musiche molto note) in storie che nulla hanno di normale. La grande dote del cineasta ragazzino è di immaginare archi narrativi diversi da quelli cui siamo abituati, storie che cercano il coinvolgimento senza ricorrere al consueto ma anzi stimolando curiosità nuove, e di saper condire tutto ciò con una capacità di generare immagini come pochi altri sanno inventare. Steve che zittisce la madre mettendole una mano sulla bocca e poi bacia il dorso della mano stessa frapposta tra le loro labbra è un momento di inusitata forza, perfetto per chiarire d’un colpo il loro rapporto fatto di soprusi e violenza che alimentano e rendono difficile comunicare amore.
Dolan ha il merito indubbio di cercare le sensazioni forti unito al pregio di trovarle, fa di tutto per strappare lacrime ed è quindi molto difficile non commuoversi di fronte ad un certo pietismo per l’illusoria ricerca di un’impossibile felicità che anima le speranze dei personaggi. Confondere il desiderio di catarsi di un’autore che sa picchiare come un pugile professionista con il bieco arruffianamento del pubblico sarebbe però una prospettiva miope incapace di comprendere il più bel film passato al Festival di Cannes.
Dopo tre film che in un modo o nell’altro mettevano in contrasto madri disamorate con figli bisognosi di comprensione, ora Dolan è passato dall’altra parte della barricata e il risultato ne guadagna. Steve è il meno gestibile dei figli possibili, malato e bisognoso d’affetto è capace di distruggere tutto quel che gli è intorno e sua madre forse è il soggetto meno indicato per curarlo, prendere una parte questa volta è impossibile, perchè ci vorrebbe la migliore delle famiglie per Steve, invece si ritrova una donna incapace a gestire anche se stessa. Da qui Mommy parte verso i lidi meno prevedibili, perchè nella violenza che caratterizza il loro rapporto lentamente emerge una delle forme d’amore più genuine che si possano immaginare, comunicato senza nessuna sottigliezza, solo urlando e passando per clamorose scenate. Mentre il mondo intorno a loro pensa che si odino, lo spettatore lentamente comprende che non è così.
Il salto di qualità però Mommy lo fa non puntando unicamente su un contrasto titanico che da solo basterebbe ad animare il film. Ambientando la storia in un futuro a breve termine (solo un anno in avanti) introduce elementi di fantasia come una legge inesistente che gli consente di piegare gli eventi in maniere altrimenti impossibili (oltre ad affermare una libertà creativa dissetante), in più tra madre e figlio posiziona anche un terzo personaggio che alla lunga si rivela il più interessante: una vicina di casa con problemi psicosomatici di balbuzie e una vita che forse non l’aiuta. Remissiva, specie se confrontata ai due tifoni umani che comincia a frequentare, la Kyla di Suzanne Clement introduce lo spettatore nell’assurda vita della famiglia Deprés ma dopo poco supera lo statuto di “personaggio osservatore” e diventa un terzo polo d’attrazione sentimentale, lasciando entrare un’emotività sommessa da dove nessuno se l’aspetterebbe.

Locandina La Trattativa Stato Mafia

La.Trattativa.S.Guzzanti.2014_s

Un film di Sabina Guzzanti. Con Enzo Lombardo, Sabina Guzzanti, Sabino Civilleri, Filippo Luna, Franz Cantalupo. Docu-fiction, durata 108 min. – Italia 2014. – Bim uscita giovedì 2 ottobre 2014. MYMONETRO La Trattativa Stato Mafia * * * 1/2 - valutazione media: 3,61 su 22 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Un gruppo di lavoratori dello spettacolo, capitanatati da Sabina Guzzanti, decide di mettere in scena le vicende controverse relative alla cosiddetta “trattativa”, quella che sarebbe intercorsa tra Stato e mafia all’indomani della tragica stagione delle bombe (Roma, Milano, Firenze). In un teatro di posa, dunque, un gruppo di attori ricostruisce, nei modi di una “fiction giornalistica”, i passaggi fondamentali di una vicenda complessa e piena di omissis che inizia dall’uccisione di Falcone e Borsellino fino ad arrivare al processo che vede sul banco degli imputati, fianco a fianco, politici e mafiosi. Vent’anni di storia italiana: l’uccisione di Salvo Lima, il maxi processo, la strage di Capaci, l’uccisione di Borsellino, le bombe a Roma, Firenze, Milano, la fallita strage allo Stadio Olimpico… con i suoi discussi protagonisti: Riina, Provenzano, Ciancimino padre e figlio, Caselli, i capi del Ros Mori e Subrani, Napolitano, Mancino, Scalfaro, i pentiti, Gaspare Spatuzza, Mutolo, Dell’Utri, Mangano… e Berlusconi, ovviamente, quello vero e quello fatto dalla Guzzanti.
La trattativa, presentato Fuori Concorso alla Mostra di Venezia 2014, è un progetto al quale Sabina Guzzanti ha lavorato per molto tempo e che le ha richiesto, immaginiamo, una grandissima mole di lavoro. Oltre alle ricerche e alla raccolta dei tantissimi materiali e fonti, la parte più complicata ha coinciso con la “forma” della messa in scena, ovvero quale dispositivo utilizzare per raccontare questa vicenda. Molte potevano essere le alternative, e ognuna portatrice di conseguenze. La Guzzanti sceglie di dichiarare il meccanismo, si auto-denuncia, dice sin da subito che quella che si sta per vedere è una rappresentazione realizzata da dei lavoratori dello spettacolo, quindi svela gli “autori” (non giornalisti, non documentaristi, non magistrati, non storici) e il linguaggio utilizzato. Quel che si vedrà, tra materiali di repertorio, interviste realizzate ad hoc, docu-fiction, pannelli grafici e quant’altro, è il frutto di una ricostruzione siffatta, accurata ma anche “inventata”, eppure assunta come vera.
L’aspetto più problematico di un’operazione come questa riguarda proprio la forma della messa in scena, in riferimento alla materia trattata, perché lì risiede la sua ambiguità. È finzione (spettacolo?), eppure si dice come sono andate le cose. In questo mischiare repertori e ricostruzioni, intercettazioni e deposizioni, interviste e cabaret, è difficile sapere chi dice cosa, se un dialogo è inventato o il resoconto di un fatto realmente avvenuto, se un passaggio è frutto di una deduzione giornalistica o probatoria, se il tic di un personaggio è una caricatura oppure una imitazione. E questo “dubbio”, in alcuni casi facilmente risolvibile in altri meno, sposta il film verso lidi remoti, para-televisivi, da cabaret di denuncia, facendo saltare l’impianto documentale e documentario a favore dello spettacolo della dietrologia in un girotondo che fa girare la testa.
Questa confusione richiede l’accettazione aprioristica della “bontà” degli autori, da una parte, e anche la comprensione profonda della parzialità della ricostruzione. Sembrerebbe ovvio, ma non è proprio così, per quel tanto di intenzione didattica e didascalica espressa sin dalle prime battute del film, subito dopo la boutade di Gaspare Mutolo alla prova d’esami di teologia, conversione carceraria e mai tardiva. All’inizio la Guzzanti con sguardo aperto e chiaro, rivolgendosi allo spettatore, ci dice in che cosa è consistita la trattativa. Non ha dubbi sul fatto che sia esistita o meno, altrimenti non avrebbe fatto il film, e porta una serie consistente di deduzioni, ma la verità è nelle sue mani e non si fa problemi a mischiare questo e quello, finzione e realtà, sudore e cerone, imitazione e ritratto, testimoni e attori, libretti rossi con libretti rossi…
Alla fine, ci chiediamo, che cosa è questo film? È un film di denuncia? Un film a tesi? Una docu-fiction? Un articolo di Travaglio? Uno spettacolo teatrale? Una puntata estesa di Santoro? Una serata speciale di Fazio curata dalla Dandini? È cinema? È televisione? Oppure una web-serie a puntate? Troppe domande, poche risposte. Allora eccone alcune. È utile? Dipende. È bello? Non proprio. È appassionante? A tratti. Se ne esce arricchiti o frastornati? Più la seconda. Si ride? C’è poco da ridere. Vuol far ridere? Un po’ sì. È ammiccante? Certo. Parla al suo uditorio? Senza dubbio. Convincerà chi la pensa diversamente? Non tanto. Fa domande o dà risposte? È un prontuario di risposte. Avrà successo in sala? C’è da sperarlo. Perché? Perché è meglio parlare di queste cose che non. È ritmato? Si. Annoia? No. Indigna? Solo chi non s’è fatto un’idea prima. Tira colpi bassi? Domanda inutile. C’entra qualcosa con Belluscone – Una storia siciliana, il film di Maresco? Niente: quello di Maresco è cinema e parla degli italiani, questo della Guzzanti è una docu-tv-fiction e parla agli italiani. Quello di Maresco è un urlo di dolore, quello della Guzzanti è semmai un urlo di terrore, bloccato in un ghigno.

Locandina italiana Citizenfour

Citizenfour.EdwardSnowden.LauraPoitras.Subita_s

Un film di Laura Poitras. Con Edward Snowden, Jacob Appelbaum, Julian Assange, Kevin Bankston, William Binney. Documentario, Ratings: Kids+16, durata 113 min. – Germania, USA 2014. – I Wonder Pictures uscita giovedì 16 aprile 2015. MYMONETRO Citizenfour * * * 1/2 - valutazione media: 3,61 su 8 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Hotel Mira di Hong Kong (Cina): rintanato in una delle stanze c’è il contractor della NSA (National Security Agency) Edward Snowden le cui rivelazioni di lì a poco rimbalzeranno tra i media planetari. È il giugno 2013, Snowden ha 29 anni e una consapevolezza impressionante della gravità delle informazioni di cui è in possesso.
L’incontro con la macchina da presa della regista Laura Poitras, alla presenza dei giornalisti Glenn Greenwald e Ewen McAskill, dura otto pericolosissimi giorni. Citizenfour è l’alias con cui Snowden – tramite messaggi criptati ha contattato Greenwald e la Poitras (a gennaio dello stesso anno), dopo aver identificato lei come persona interessata ai fatti e averne verificato l’affidabilità (da una delle prime didascalie apprendiamo che Citizenfour è la terza parte di una trilogia sugli Stati Uniti post 11 settembre, dopo My country my country del 2006 sulla guerra in Iraq e The Oath, 2010, su due personaggi le cui storie si intrecciano con Al-Qaeda e Guantanamo).
In parallelo all’intervista “posata” in albergo, emergono alcune testimonianze ed episodi salienti sul tema dei big data e metadata: esponenti dell’agenzia per la sicurezza nazionale che negano di raccogliere dati personali di privati cittadini, con la complicità delle grandi compagnie di telecomunicazioni e, con grande sconcerto, l’adesione a tali politiche anche da parte di alcuni governi europei. Oltre a Snowden parla William Binney, suo precursore alla NSA nello “spifferare” (traduzione possibile di whistleblowing) la policy totalitaria dell’agenzia già nel 2006. E anche un rappresentante del movimento Occupy Wall Street, che illustra i concetti di linkability, avvertendo sulla pericolosità del controllo dei dati incrociati, veicolati e registrati dalle tecnologie di cui ci serviamo. Vera merce di scambio e oro dei giorni nostri.
La straordinaria decisione senza ritorno di Snowden di venire allo scoperto al punto di rischiare la vita è reazione diretta, ma tutt’altro che precipitosa, alla delusione per le promesse disattese della politica obamiana. Oltre al danno, anche la beffa: una normativa anti Grande Fratello esisterebbe, ma non viene applicata, adducendo a scusa l’altrettanto grande alibi della sicurezza post 9/11 (cavallo di battaglia, tralaltro, della precedente presidenza).
L’eccezionalità cinematografica di Citizenfour – anche per esempio rispetto a un’opera vicina come Snowden’s Great Escape di John Goetz – è nell’intreccio di generi: un fatto di cronaca politica universalmente noto si trasforma in un thriller dalla tensione hitchcockiana, ibridato a tratti da tocchi di horror orientale e più spesso da codici da spy story internazionale da serie di Bourne. È anche cinema verità, per l’incertezza delle conseguenze della piega che prenderanno gli eventi e tanto di imprevisti sul set (l’allarme antincendio che fa sobbalzare tutti), ma al contempo non rinuncia a tocchi di drammaturgia, come nel caso della scena finale con la comunicazione “cartacea” tra Greenwald e uno strabiliato Snowden, che rieccheggia un’intimità virile alla Tutti gli uomini del presidente.
Ancora prima di questa strabiliante mescolanza di elementi, sta la rilevante inversione di un processo abituale del genere documentario: il protagonista, privato cittadino e iper competente in materia informatica, non è oggetto passivo di detection da parte del filmmaker ma è lui stesso l’artefice del “casting” di regista e sceneggiatori (i giornalisti). Decide le modalità di rivelazione di segreti e prove a lui noti, guida il racconto, anche a seconda dell’intensità della caccia che gli si stringe attorno (“vorrei che disegnassi un bersaglio sulla mia schiena”, chiede alla regista). Insomma, pur essendo la preda, non chiede protezione ma esposizione.
Inutile dire che sono molteplici gli interrogativi inquietanti e urgenti legati all’idea di essere tutti spiati nelle comunicazioni e nei movimenti fisici e di denaro (quando non da droni): in campo non c’è solo la limitazione dell’esplorazione intellettuale, che peraltro tradisce l’origine democratica della rete e la riporta a un suo uso prettamente militare, ma la stessa sopravvivenza delle garanzie democratiche. Vedremo quanto questo la statuetta dorata sarà in grado di risvegliare le coscienze e rivendicarla. La missione della Poitras su mandato di Snowden (un film che arrivi alla platea più grande) è compiuta. Ora la responsabilità va raccolta al di là dello schermo. Dedicato “a coloro che fanno grandi sacrifici per denunciare ingiustizie”.