Locandina Beasts of No Nation

Un film di Cary Fukunaga. Con Idris Elba, Ama Abebrese, Richard Pepple, Abraham Attah, Opeyemi Fagbohungbe Titolo originale Beasts of No Nation. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 133 min. – USA 2015. MYMONETRO Beasts of No Nation * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 1 recensione.

Da ultimo di una famiglia coesa, Agu passa ad essere solo nel giro di 10 minuti. Quando la guerra civile della sua nazione arriva al suo villaggio, sua madre riesce a mettersi in viaggio ma suo padre e suo fratello vengono massacrati, lui, in fuga non ha nulla nè sa dove andare fino a che non incontra un plotone. La milizia al soldo di uno dei molti partiti politici che lottano per il potere lo arruola tra le file dei suoi bambini soldato, lo arma e lo sfama, lo educa alla violenza, lo droga e lo condiziona. A capo di tutto c’è il carismatico Commandant, assieme ad Agu amici, coetanei e più adulti, un branco di esseri umani solitari che più diventano soldati più perdono contatto con la realtà.
Per andare in Africa a filmare la guerra, i bambini soldato, la disperazione, la trucidazione e la deriva mentale, Cary Fukunaga ha portato con sè tutto il cinema hollywoodiano migliore che ha elaborato il Vietnam. In un atto di trasferimento filmico è riuscito a parlare di qualcosa di molto lontano dall’orbita statunitense con l’armamentario simbolico usato in passato per raccontare la più americana delle storie, quella di come un paese intero ha perso fiducia nel proprio ruolo nel mondo di fronte ad una guerra assurda e violenta.

3.50/5


Beasts of No Nation a fatica trascina se stesso fuori da una prima parte idilliaca, con piccole dolcezze, toni da commedia e un generale senso di leggerezza spezzato d’improvviso dall’arrivo della guerra nel villaggio di Agu. Marciando con le milizie del Commandant il film prende abbrivio, al peggiorare della vita di Agu guadagna onestà e nell’apoteosi finale chiude un cerchio inesorabile. Più i suoi protagonisti si avvicinano all’inevitabile conclusione di una parabola che parte all’insegna della morte, più il film sembra gonfiarsi di vita vera.
Nella mala educacion di Agu alla vita, quella impartitagli dal branco e dalla guerra, c’è una versione distorta del mondo adulto e un compendio delle idee che ruotano intorno alla guerra da tempo. Fukunaga infarcisce i suoi raid di un rapporto morboso tra sesso e morte, violenza e desiderio di virile godimento alla stessa maniera in cui premeva fare a Full Metal Jacket (come se sparare proiettili fosse un prolungamento del godimento sessuale o addirittura viceversa), non dimentica di fondere la realtà dell’uso di droghe con la visione anarchica del fronte come luogo allucinato, rubando qualche soluzione ad Apocalypse Now per creare quel medesimo senso di follia fuori dai sensi. Addirittura il film ha anche lo sprezzante rapporto di dominio e pressione sui civili che esiste in Platoon.
Lontanissimo per fortuna dal piccolo saggio di cinema, Beasts of No Nation supera il citazionismo e cuce insieme stimoli e ragionamenti altrui sulla guerra in un grande affresco personale: la storia di un bambino che vive da adulto con l’obbedienza e il rigore infantili e che clamorosamente si troverà anche costretto a tornare indietro, a ridiventare bambino. Con intelligenza Fukunaga immagina un film intorno al piccolo interprete Abraham Attah, mettendogli a fianco lo statuario Idris Elba, l’immenso e il carismatico accanto al piccolo e plagiabile. Il suo film riesce nell’impresa di pensare le figure che il cinema più ha condannato in maniera amabile e comprensibile senza muovere un passo dal loro orrore, associando mitragliate a sangue freddo all’improvviso e commovente riconoscimento (fallace) di un proprio caro.
La stessa posizione Beasts of No Nation la prende nei confronti della violenza, mostrata poco e nei momenti più importanti con un furore quasi documentarista, con la consapevolezza che esiste sempre un punto privilegiato dal quale guardare, uno che fornisce alla storia la sua etica. Lontano dai fatti ma vicino ai personaggi, il punto d’osservazione scelto da Fukunaga consente anche alle azioni più turpi di essere raccontate senza sadismo. Lo sguardo occidentale sulle tragedie africane è così miracolosamente scampato, e questo regista nippo-svedese, dopo aver impressionato con la prima stagione di True detective, è riuscito di nuovo a sposare la disperazione dei singoli all’indifferenza altrui di fronte alle manifestazioni più evidenti di disumanità.

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