Un film di Peter Greenaway. Documentario, durata 86 min. – Paesi Bassi 2008. MYMONETRO Rembrandt’s J’accuse * * * 1/2 - valutazione media: 3,50 su 1 recensione.

Rembrandt j’accuse arriva due anni dopo Nightwatching, storia romanzata della genesi del quadro omonimo, ed esibisce tutto l’orgoglio della struttura più celebre e fortunata delle narrazioni del sapere contemporaneo: quella del giallo e dell’enigma. L’ultima performance di Peter Greenaway ipotizza che Rembrandt volesse denunciare nel suo dipinto l’esistenza di una cospirazione assassina e che la caduta verticale della fama e del prestigio del pittore fiammingo, seguita alla realizzazione della “Ronda di notte”, si debba con ogni probabilità al j’accuse e alla condanna morale che i suoi contemporanei e committenti colsero nell’opera. Plausibile? Forse sì o forse no. Quello che davvero importa è lo sguardo indagatore del regista gallese che analizza, scompone e destruttura lo sguardo autoriale che aveva creato, composto e generato con la matericità del colore e la forza della luce un potente ritratto di gruppo.
Scomponendo i particolari costitutivi del quadro e ingigantendone alcune sezioni, il regista fa emergere in superficie e fuori dalla superficie dettagli inquietanti e illuminanti. “La ronda di notte”, molto studiata e variamente interpretata, riunisce dentro lo stesso dipinto la gilda degli archibugieri, “condotta” dal capitano Frans Banning Cocq e dal suo luogotenente van Ruytenburgh, per celebrarne l’immagine di baluardo della città e mostrarne i privilegi conquistati con la guerra d’indipendenza (dalla Spagna) e la fondazione della Repubblica. Se i più hanno inteso il dipinto alla luce della consolidata tradizione olandese dei ritratti delle compagnie della guardia civica, corporazioni a cui appartenevano i ricchi notabili di Amsterdam, e qualcun altro ha ipotizzato che potesse rappresentare una scena o forse un quadro vivente del dramma storico di Vondel (“Gijsbrecht van Amstel”), Greenaway trasforma il quadro in investigazione e anamnesi indiziaria.

Rembrandt secondo Greenaway era artista libero, svincolato da qualunque protettore e ritroso ad identificarsi coi modelli altolocati. Il pittore dipinse “La ronda di notte” rifiutandosi ostinatamente di conformarsi all’immagine pensata per lui dai committenti, che considerarono il quadro compiuto inaccettabile. Furono considerati troppo teatrali quei gesti evidenziati, quegli abiti singolari e quell’illuminazione che alternava effetti luminosi a zone d’ombra: un gruppo di mediocri commedianti dell’arte aveva sostituito i boriosi miliziani in posa marziale. Perché Rembrandt sfidò Frans Banning Cocq e i suoi ufficiali, rifiutandosi di mantenere un comportamento artistico (e sociale) adeguato al sistema del mecenatismo? Perché privilegiò la rappresentazione dell’azione generale alla fedele raffigurazione dei singoli personaggi? Perché tanta aspra e irriverente critica? Perché (sempre secondo Greenaway) l’ambizioso Frans Banning Cocq aveva ordito un mostruoso omicidio per guadagnare il titolo di capitano della milizia civica. Al centro del suo quadro pone allora un traditore, il cui aspetto e la cui azione vanno considerate come una messa in scena sotto una direzione e nell’interesse della verità. Così la mano tesa in avanti del capitano Banning Cocq, lontana dall’impartire un ordine e segnare il passo alla marcia, sarebbe la mano “sinistra” e senza unghie dell’assassinato e il primo indizio rivelatore del colpevole, dietro al quale balena la fiamma di un colpo detonato da un archibugio. Greenaway continua a sperimentare e a verificare sul campo la potenza dello sguardo, rendendo reperibili agli occhi degli spettatori e dentro “uno spazio chiuso con delitto” le tracce e le allusioni delle allegorie introdotte da Rembrandt. Accostando narrazioni e “interrogatori” postumi coi protagonisti del fatto storico (il presunto omicidio) e artistico (la genesi del quadro), il regista osserva, interpreta e ricrea Rembrandt, alla ricerca di segni e di produzione di senso ulteriore.