Un film di James Whale. Con Walter Brennan, John Carradine, Boris Karloff, Colin Clive, Valerie Hobson. Titolo originale The Bride of Frankenstein. Horror, b/n durata 80 min. – USA 1935. MYMONETRO La moglie di Frankenstein * * * 1/2 - valutazione media: 3,63 su 8 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

In una villa a Ginevra, Mary Shelley racconta al marito Percy e a Lord Byron il seguito della storia del dottor Frankenstein… La creatura, scampata miracolosamente all’incendio del mulino, continua a vagare per le campagne. Il dottor Henry Frankenstein, anche lui scampato alla morte, giura alla moglie di non voler più continuare i folli esperimenti, ma riceve la visita del dottor Pretorius, suo antico insegnante, che gli propone di dar vita ad una nuova razza di uomini artificiali donando alla creatura una sposa. Frankenstein, nonostante sia affascinato dalle miniature viventi che Pretorius ha creato, rifiuta di collaborare, ma dopo che il mostro gli ha rapito la moglie è costretto ad accettare. Nel laboratorio di Pretorius le macchine riprendono, dunque, a funzionare: i trasformatori convogliano potenti scariche elettriche su un corpo che attende la vita. Il corpo comincia ad animarsi e liberato dalle bende rivela il volto di una donna. La creatura guarda con affetto alla sua compagna, ma costei scorgendo le fattezze del mostro grida inorridita scatenando la sua furiosa disperazione. Frankenstein e sua moglie fuggono dal laboratorio in fiamme nel quale trovano la morte Pretorius e le due povere creature. Dopo il Frankenstein del 1931, Whale si concede un secondo appuntamento con il mostro di Mary Shelley, e proponendo un’originale rilettura del mito ne addolcisce gli elementi orrorifici con toni da commedia nera. La vicenda è idealmente scandita in tre parti, concentrate, rispettivamente, sulla creatura, su Pretorius e sulla donna artificiale. Karloff interpreta nuovamente il mostro – truccato con leggere variazioni ancora da Pierce – e ne accentua gli aspetti umani (per la prima volta, parla), facendolo più consapevole del destino che lo rende diverso: il mostro uccide ancora, ma è capace di amicizia e di premure verso il cieco solitario suonatore di violino che lo accoglie in casa (…e gli dà da mangiare, da bere e da fumare!). L’uomo artificialmente creato è qui, più che nel primo film, una vittima, non tanto perché perseguitato e incatenato, ma perché votato ad una solitudine senza fine. Pretorius è una sintesi bizzarra (…confessa che il gin è il suo solo vizio, ma poco dopo dice la stessa cosa del fumo) di tutti gli scienziati pazzi fino ad allora apparsi sullo schermo: l’espressione sfuggente e sinistra di Thesinger conferisce alla figura i contorni grotteschi dello scienziato-alchimista depositario di un sapere superiore che gli consente di stravolgere le leggi della vita. Come il mago delle favole – e del cinema delle origini -, mostra compiaciuto le sue miniature viventi (tra le altre: una regina, un re, una danzatrice e una sirena) conservate in ampolle di vetro, godendo dello stupore che sa suscitare. Ma la sua perfidia è tutta “anni ’30” essendo le sue armi, per raggiungere lo scopo, il rapimento e il ricatto. Elsa Lanchester, nel ruolo della donna destinata al mostro (ma l’attrice interpreta nel prologo anche la stessa Mary Shelley), è affascinante: vestita con un elegante bianco sudario, sfoggia un’acconciatura nella quale spiccano due bianche strisce saettanti. L’attrice riempie lo schermo con il volto che ha scatti da animale impaurito e con gli occhi che roteano sullo schermo a scoprire la meraviglia che la circonda. Il suo grido finale – uno stridio animalesco – è inimitabile e impressionante. Il laboratorio ha una rilevanza figurativa notevole: all’interno di una torre, si alza vorticosamente verso l’alto il “diffusore” – un fascio di antenne cinto di anelli concentrici ed emisfere di metallo -, mentre una pesante campana convoglia la luce sulla postazione di comando dei due scienziati intenti, con le mani protette da guanti, alla manovra di manopole e leve. Le inquadrature distorte, i primissimi piani dei volti tagliati dai riflessi, le ombre che danzano sulle soffocanti pareti di pietra creano un’atmosfera viva ed angosciante colorando l’ambiente di un fascino misterioso che evoca visioni da incubo. Il lieto fine – con Frankenstein e la moglie Elizabeth che si salvano – venne preferito dai produttori a quello iniziale che vedeva il dottore stesso perire nell’esplosione della torre, e in una delle prime sceneggiature la stessa Elizabeth, dopo essere stata rapita, doveva finire uccisa affinché il suo cuore fosse trapiantato nel corpo della donna artificiale. La lavorazione del film fu accompagnata dalle preventive preoccupazioni dell’Ufficio Hays che, nella persona di Joe Breen, si adoperò per far togliere qualsiasi idealizzazione “divina” alla figura di Frankenstein: nondimeno, ai censori sfuggirono la velata omosessualità di Pretorius e la generosa scollatura di Elsa Lanchester nel ruolo di Mary Shelley. In una edizione italiana del film (trasmessa alla fine degli anni ’80 sulle reti televisive Mediaset) sono state tagliate le scene dell’uccisione del borgomastro e dello zio di Karl (l’attore Dwight Frye): a causa dei salti di montaggio, quest’ultimo personaggio passa inspiegabilmente dalla figura dello “scemo del villaggio” a quella di assistente del professor Pretorius; nei titoli di testa, inoltre, il cognome dell’attrice “Lanchester” è storpiato in “Lauchester”. L’edizione americana in DVD è corredata dall’interessante documentario She’s Alive: Creating The Bride of Frankenstein (1999) di David J. Skal che ricostruisce in 40 minuti la storia del film, con dovizia di aneddoti e di interviste. La colonna sonora di Franz Waxman venne riutilizzata nel serial Flash Gordon del 1936.