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Un film di Wong Kar-wai. Con Leslie Cheung, Brigitte Lin, Tony Leung Ka Fai, Maggie Cheung, Carina Lau. Titolo originale Dong Xie Xi Du. Avventura, durata 95 min. – Hong Kong, Cina, Taiwan 1994. MYMONETRO Ashes of Time * * * 1/2 - valutazione media: 3,75 su 4 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

In mezzo a un deserto si trova la dimora di Feng Ou-yang (Leslie Cheung), esperto di arti marziali divenuto sicario a noleggio. Gli fanno visita diversi personaggi, ognuno con le sue storie e le sue bizzarrie: uno spadaccino che sta diventando cieco ed è pronto al suo destino (Tony Leung Chiu-wai), uno spadaccino esuberante in cerca di un’identità (Jackie Cheung), un fratello iperprotettivo e relativa sorella (Brigitte Lin), un fascinoso e solitario individuo che misteriosamente sembra recitare un ruolo in tutte le diverse vicende (Tony Leung Kar-fai). Da questi incontri Ou-yang verrà anche a conoscenza di informazioni relative a un passato, in particolare a una donna (Maggie Cheung), che cerca disperatamente di dimenticare.
Tutto ha inizio con il mare, quello dell’oblìo. Amore e memoria, amore e oblìo. Amore che cresce con la lontananza dalla persona amata. Tra le tante cose che ci racconta in Ashes of Time, Wong Kar-wai vuole comunicarci soprattutto questo, rendendo palese quello che è uno dei topoi della sua poetica: il vero amore è l’amore letterario, quello idealizzato e introiettato del dolce stil novo, che solo raramente si sposa con la concretizzazione dello stesso, ma lo supera di gran lunga per intensità e purezza. L’amore si mescola con la solitudine e con il rimpianto, mentre i vortici della passione paiono stare altrove e svolgere una mera funzione di surrogato. E pare quasi aver scelto un’ambientazione wuxiapian per poter affermare con maggior forza il concetto, senza nemmeno dover ricorrere agli strumenti prediletti della sua narrazione, quali le luci al neon, gli orologi o il fumo di sigaretta.
La casa di Ou-yang Feng, crocevia degli archetipi più disparati, è un altro topos che accompagna la storia della letteratura da “Chaucer” giù giù fino al “Potocki” del Manoscritto trovato a Saragozza: una City on the Edge of Forever, per dirla con Star Trek, che è ovunque ma pure in nessun luogo, è lì solo per veicolare un concetto che possa coinvolgere l’umanità nella sua intierezza. Un’umanità rappresentata da una successione eterogenea di perdenti, romantici ed eroici, ma decisamente perdenti, impegnati ad inseguire ognuno la propria ossessione, anelando sostanzialmente al vuoto, al nulla di un’esistenza sprecata. Mai come qui Wong filosofeggia su questioni d’amore, astraendo e lavorando su una materia evidentemente distaccata dalla realtà, come Buñuel poteva fare sulla religione o Kubrick sulla gnoseologia.
E tutto funziona a meraviglia in quello che per molti è il capolavoro di WKW, quello in cui di maniera e compiacimento non vi sono ancora tracce, quello meno hongkonghese, per via della sua natura astratta ed archetipica, e insieme più hongkonghese, perché mette in fila tutte o quasi le star del firmamento pre-handover e perché il wuxia lo tipizza fortemente come genere; o perché tocca temi tipici della cinematografia cinese, come quello dell’ambigua identità sessuale, commistione yin-yang di maschile e femminino, incarnata da una strepitosa Brigitte Lin, già icona transgender in pietre miliari come Peking Opera Blues di Tsui Hark e in Swordsman II di Ching Siu-tung. Ma la gara all’interpretazione più intensa è apertissima, se si pensa all’ineguagliabile piano sequenza di Maggie Cheung, che appare in pochi minuti del film ma lo segna in maniera indelebile (come avverrà per 2046 molto più in là). Tanto da apparire come The Woman nei credits, astrazione totale della Donna stilnovista.
Oltre la casa-locanda c’è solo un deserto buzzatiano, al di là del quale Ou-yang Feng non sa né vuole andare, convinto che non ci sia niente che valga la pena di essere visto, ma soprattutto che ci sia qualcosa che è meglio non (ri)vedere. L’orgoglio ancora una volta vince la sua battaglia contro l’amore, ma a perderci sono tutti i contendenti. “L’amore è come una sfida. Non so dire se lei sia la vincitrice, ma so per certo che sono stato un perdente sin dall’inizio” dice Huang Yao-shi (Tony Leung Kar-fai) quando incontra Maggie Cheung, ed è solo una delle frasi ambiziose e totalizzanti che Wong Kar-wai inanella con nonchalance, infischiandosene di ogni regola del linguaggio cinematografico. È come se qui Wong Kar-wai riscrivesse un linguaggio proprio, a base di voce narrante a tutto spiano, con una moltitudine di personaggi rigorosamente introdotti in medias res che accennano ad altri personaggi mai entrati in scena, a cui aggiungere uno stepframing che aggiunge confusione alle scene d’azione, ma abbacina visivamente (merito di un magistrale Sammo Hung come martial arts director, del solito Christopher Doyle e di un maestoso Patrick Tam che si presta all’umile – ma preziosissimo in un film simile – ruolo di montatore).
Una scelta di grande coraggio e sperimentazione che al botteghino non pagò. Tanto costò e tanto ci volle per realizzarlo, che Ashes of Time finì per uscire dopo il cult Chungking Express (girato durante le pause di lavorazione di AoT), ma soprattutto dopo la parodia gemellare di The Eagle Shooting Heroes di Jeff Lau, tratto dallo stesso racconto e prodotto dalla Jet Tone di Wong Kar-wai con il medesimo cast. Quest’ultimo fu un incasso da capogiro, mentre l’ambizioso originale fu un crac memorabile. Ma non è solo il pubblico a conferire lo status di pietra miliare, a quello ci pensa la Storia che, almeno sin qui, con Ashes of Time si è dimostrata generosa, tanto da portare a una versione Redux a ben quattordici anni di distanza dall’uscita dell’originale.
(Discutibile) edizione Redux a parte – accorciata anziché arricchita di sequenze – le versioni pre-redux che circolano del film sono due e differiscono lievemente tra loro. Quella europea ha qualche sequenza in meno, specie nel finale; la vicenda è così più ellittica ma più compiuta. L’originale uscito a Hong Kong è invece presente sul mercato solo in un Dvd della Mei Ah qualitativamente terribile.

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