Poster Io e Annie

Un film di Woody Allen. Con Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon. Titolo originale Annie Hall. Commedia, durata 94 min. – USA 1977. MYMONETRO Io e Annie * * * * - valutazione media: 4,22 su 34 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Alvy Singer , sguardo in macchina, ci racconta le sue riflessioni sulla vita e sulla morte e sulla fine del suo rapporto con Annie. Fin da piccolo soffriva di qualche depressione relativa al timore dell’espansione dell’universo e anche a causa della sua abitazione situata sotto le montagne russe del Luna Park. Il suo interesse per l’altro sesso era già vivo all’epoca. Divenuto adulto è ora un comico di successo che la gente riconosce per la strada. Le sue ossessioni hanno subìto una trasformazione: ora si sente vittima dell’antisemitismo. Con Annie le cose non vanno bene: arriva in ritardo al cinema (lui odia vedere i film già iniziati) e non ha voglia di fare l’amore. Alvy intreccia il passato prossimo con il presente mostrandoci le fasi del fallimento della sua relazione con Annie. I due si erano conosciuti durante una partita di tennis, l’amore era nato di lì a poco. Alvy aveva spinto Annie a vincere le proprie insicurezze che però permanevano, legate anche alle diverse origini familiari. Lui con famiglia rigorosamente litigiosa ed ebrea; lei di famiglia benestante e fortemente antisemita. Annie trova però finalmente il coraggio per esibire le proprie doti di cantante e viene notata da Tony Lacy, un importante produttore californiano. Tra abbandoni e riconciliazioni Annie e Alvy affrontano un viaggio in California per un provino. Lui non sopporta né i luoghi né il mondo dei discografici mentre lei ne è entusiasta. I due si separeranno definitivamente anche se Alvy, che sente profondamente la mancanza della ex compagna, torna a cercarla. Riesce così a comprendere che Annie vive ormai una vita completamente nuova. La loro storia diventerà una commedia scritta da lui con un finale un po” più lieto di quello reale. Il film si conclude con un nuovo monologo di Alvy sull’assurdità ma anche sull’importanza dei rapporti umani. Amore, morte, rapporti umani e, per la prima volta in modo così marcato, la contrapposizione tra New York (che poi si restringerà a Manhattan) e il resto del mondo. Ma prima conviene ricordare alcuni elementi relativi alla realizzazione del film. Il titolo avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di Allen, Anhedonia (termine che sta ad indicare la difficoltà a provare piacere nella vita) ma probabilmente il termine viene ritenuto troppo criptico per il pubblico. L’intermezzo costituito dalla scena di animazione, che si rifà alla striscia che compariva all’epoca su alcuni quotidiani viene curato da Chris Ishii, noto per aver realizzato i cartoni animati che avevano come protagonista l’ultramiope Mister Magoo. Ha poi inizio (anche se se ne erano già avute avvisaglie in Bananas) la serie delle partecipazioni illustri o dei ruoli affidati ad attori che “saranno famosi’: Marshall McLuhan nel ruolo di se stesso, il conduttore televisivo Dick Cavett, Christopher Walken, Shelley Duvall, Carol Kane, Beverly D’Angelo, Jeff Goldblum e Sigourney Weaver. Quest’ultima (che acquisirà fama internazionale con Alien) si vede affidare il ruolo della prima moglie di Alvy ma vi deve rinunciare per un precedente impegno teatrale ed è così costretta a recitare in una parte molto piccola. Il soggetto nasce come una storia “gialla” ma prende poi un’altra strada. Il giallo in salsa rosa ( Misterioso omicidio a Manhattan) tornerà a fare la sua comparsa (non casualmente) nel film che segna il nuovo sodalizio tra Allen e la Keaton, dopo le vicende familiari del regista che lo conducono alla separazione da Mia Farrow . Al film verranno assegnati gli Oscar come miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista, miglior sceneggiatura originale. Allen non sarà presente alla cerimonia perché “chi è che può decidere quale sia il migliore? Credo sarebbe meglio se i rappresentanti dell’industria cinematografica s’incontrassero ogni anno e, in modo solenne, dicessero soltanto: “Questi sono i nostri preferiti tra i film di quest’anno! Tutti noi votiamo e questi sono i nostri cinque film preferiti”. Non il miglior film, perché tutti i film che hanno ricevuto la nomination sono così diversi, ognuno a suo modo”. Il dato però più interessante si trova nel titolo: Annie Hall. Hall è il vero cognome della Keaton che è la compagna del regista e sul set utilizza il suo vero guardaroba: più di una domanda sul ritornante autobiografismo alleniano si riaffaccia nella mente dello spettatore avvertito. Allen conferma, anche se a modo suo: “C’è un aspetto chiaramente autobiografico nel film. Ho pensato al sesso fin dai miei primi accenni di coscienza” (The New York Times”,1977). Ma non è il sesso a dominare la scena o, perlomeno, non da solo (anche se Alvy/Woody si riserva la battuta: ” Sono uno dei pochi maschi che soffre di invidia del pene”). Il Woody narrante interpella direttamente lo spettatore coinvolgendolo come già aveva fatto in Amore e guerra ma in modo molto più immediato: non c’è più il passato, con tutte le sue possibilità di camuffamento, a fare da filtro. Woody torna a misurarsi con l’oggi consapevole, al contempo, della contingenza e dell’universalità dei temi trattati. Ne costituisce indizio preciso proprio la decisione di rivolgersi direttamente al pubblico con la tecnica dello “sguardo in macchina’. Questa interpellazione diretta chiama in gioco lo spettatore al quale ci si indirizzerà nuovamente nel corso del film e anche alla fine per tracciare una sorta di bilancio dell’incomparabile assurdità della vita. Allen rievoca così esplicitamente (inserendo poi altri due accenni nel corso della narrazione) la sua attività di stand up comedian chiamato ad esibirsi nelle situazioni più differenti, dalla riunione politica all’assemblea universitaria. È quanto Annie ha timore di fare: canta ma teme la distrazione di un pubblico da piano bar, è un groviglio di dubbi e insicurezze che cerca di sublimare con il “la-di-da” che costituisce la sua interiezione preferita o con la guida spericolata di una Volkswagen che sa tanto di Europa.
La coppia per Allen, in questa fase, è destinata al fallimento perché intrinsecamente impossibilitata a crescere. Che si tratti dell’attivista politica con cui si cerca di evitare di passare ai fatti nascondendosi dietro il ventaglio di ipotesi sull’assassinio di Kennedy o dell’intellettuale in ascesa che è troppo presa dal suo entourage per pensare ad altro, le alchimie non funzionano. Con Annie tutto sembra diverso. Con lei forse è possibile sperare, inventarsi una sorta di ruolo di Pigmalione (che si ripresenterà in Manhattan e, con toni diversi, in Mariti e mogli). Ma la sconfitta è generalizzata. Se non si possono sopportare gli pseudointellettuali che ti gridano nell’orecchio la loro ignorante prosopopea (con tanto di intervento da deus ex machina di Marshall MacLuhan in persona) altrettanto accade con l’ambiente musicale californiano. Alvy è un “non adatto” che sente fortemente il peso delle proprie origini ebraiche. Annie lo presenta alla propria famiglia, fortemente antisemita. Alvy, a sua volta, la presenta alla propria, ebraicamente vociante e litigiosa. Ma è in quella strada vuota, dopo che l’inquadratura è stata spesso “riempita” da parole e persone, che trova il proprio segno connotativo il film. Da un esterno privo di esseri umani sulla cui immagine si racconta una barzelletta con commento amaro, si passerà a un interno altrettanto deserto quanto geometricamente perfetto nella prima inquadratura di Interiors.
Allen lavora in modo se possibile ancor più esplicito che nel passato sui codici espressivi. La lunga conversazione con l’amico Rob viene realizzata con la macchina da presa che attende immobile i due che sono sagome sullo sfondo ma la cui voce è già presente in una sorta di primo piano sonoro. È il primo esperimento di piano sequenza che vedrà in seguito ulteriori sviluppi.Io e Annie_s.jpg