Un film di Steven Spielberg. Con Richard Dreyfuss, François Truffaut, Teri Garr, Melinda Dillon, Bob Balaban.Titolo originale Close Encounters of the Third Kind. Fantascienza, durata 135 min. – USA 1977. MYMONETRO Incontri ravvicinati del terzo tipo * * * 1/2 - valutazione media: 3,78 su 27 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Nello Stato dell’Indiana, una notte, inconsueti fenomeni magnetici accompagnano l’avvistamento di oggetti non identificati. L’equipe del professor Lacombe, che da tempo studia un misterioso segnale musicale come possibile contatto lanciato dagli extraterrestri, vorrebbe mantenere la cosa segreta, ma la notizia delle apparizioni amplificata dalla televisione e dalla stampa richiama a Picco del Diavolo una folla di curiosi. Tra questi ci sono Roy, un elettrotecnico – che dopo essere stato investito da sorgenti luminose ha dato corpo ad una visione che non riusciva a focalizzare interpretandola nell’altura del Picco del Diavolo – e Jillian, una madre che ha assistito impotente al rapimento del suo bambino risucchiato in cielo da un fascio di luce. Sfuggiti alla cintura di sorveglianza Jillian e Roy sono spettatori della discesa di una flotta di navicelle e di una gigantesca astronave che atterrano su una sorta di pista allestita dai tecnici di Lacombe. Mentre lo scienziato comunica con gli alieni attraverso le note del pentagramma, l’astronave, a riprova delle intenzioni pacifiche, restituisce il bambino ed altre persone precedentemente scomparse ed accoglie Roy e pochi altri quali interlocutori prescelti per l’incontro. Lacombe, i suoi assistenti, Jillian e la folla di osservatori seguono con gli occhi l’astronave che riprende il viaggio verso le stelle.
Il titolo è derivato da “The UFO Experience” (1972) di Allen Hynek che fa anche una breve apparizione nel film che ha fornito la sua consulenza. Il personaggio di Truffaut, Lacombe, è disegnato su Jacques Vallée, ufologo francese. Per il ruolo di Roy, Spielberg aveva dapprima pensato all’attore Jack Nicholson.Il racconto – idealmente diviso in due parti, l’attesa e l’arrivo – dilata la tensione attraverso le paure, le ossessioni e le perplessità dei protagonisti per esplodere in una celebrazione quasi mistica di gioia e di luce. La luce, di fatto, è insieme con il magico motivo musicale, il tema conduttore del film: fin dalle prime sequenze i vortici luminosi che investono la macchina di Roy annunciano una forza ed una vitalità incontenibili, le stesse che avvolgono le infantili figure degli extraterrestri e che si riversano liberatoriamente dall’astronave. La luce equivale ad un annuncio, ad una promessa di pace che solo gli spiriti innocenti – simbolicamente, il bambino e l’elettrotecnico – possono intendere e che vanifica gli sforzi repressivi di un potere ottuso e diffidente. Cinematograficamente, la luce è anche il complesso degli strepitosi effetti speciali, mai estranei alla vicenda, che conferiscono al film una ammirevole compattezza ed una singolare capacità di coinvolgimento emotivo. Il film è stato preparato con cura maniacale e con particolare attenzione alle misteriose sparizioni (la nave arenata nel deserto e la famosa squadriglia di Avengers americani scomparsa nel 1945 nel triangolo delle Bermude). Riproposta nel 1980 in una seconda “edizione autentica” per rimediare alla precedente, frettolosamente distribuita a causa delle pressioni commerciali della Columbia, l’opera testimonia appieno il talento e la passione di un regista capace di conquistare, agendo all’interno dei meccanismi spettacolari dell’industria hollywoodiana, il diritto ad un sogno poetico.©

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