Locandina italiana Manhattan

Un film di Woody Allen. Con Michael Murphy, Diane Keaton, Woody Allen, Meryl Streep, Mariel Hemingway.Commedia, Ratings: Kids+16, b/n durata 96 min. – USA 1979. MYMONETRO Manhattan ** * * 1/2 valutazione media: 4,49 su 36 recensioni di critica, pubblico e dizionari.

Ike è uno sceneggiatore per la tv che ama svisceratamente il luogo in cui vive e nel quale vuole ambientare il suo primo libro. Ama anche la giovane Tracy, da lei a sua volta riamato, dopo essersi separato dalla moglie che ora vive con una donna e sta per mettere… in piazza i particolari intimi della loro vita di coppia. Ike vorrebbe che Tracy cogliesse l’occasione che le viene offerta di partecipare a uno stage teatrale a Londra e intanto conosce Mary, una giornalista, con la quale scopre progressivi elementi di affinità.
“Nel caso di Manhattan ne ero così deluso che non volevo che facessero la prima. Volevo chiedere alla United Artists di non farlo uscire. Volevo dirgli che, se l’avessero buttato via, avrei girato un altro film gratis”. Raramente la valutazione di un autore sulla propria opera è stata così erronea. Perché questo film entra a pieno titolo nella compilation dei suoi film migliori. A partire dall’uso, per la prima volta nella sua filmografia, del bianco e nero con un dosaggio del chiaroscuro che gioca con i volti rielaborando ulteriormente la, per lui così preziosa, lezione bergmaniana. I suoi protagonisti sono uomini e donne (con l’eccezione di Tracy) troppo presi dalle loro contraddizioni per potersi guardare “come in uno specchio”. Prendendo in considerazione anche il solo Ike questo appare con evidenza. Vuole scrivere un libro sul rapporto che un uomo ha con la sua città (e qui è inevitabile associare il personaggio a chi lo interpreta: anche Woody sta scrivendo il suo film su Manhattan). Ma così come l’isola in cui abita, anche Ike è inconsapevolmente separato dagli altri. Si potrebbe dire che è inizialmente distante anni luce da Mary (non a caso il primo bacio ha luogo nel planetario) ma, soprattutto, non può costruire un ponte nei confronti di Tracy perché le fondamenta poggiano su un profondo narcisismo. È sufficiente pensare al volto di lei come a una delle cose per cui vale la pena vivere per poter ritenere che tutto torni come prima. Quella che emerge in lui è la dimensione magica di un bambino mai cresciuto (sarà forse per questo che il figlio non rientra nell’elenco di ciò per cui vale la pena di vivere?). Sarà invece proprio il volto di Tracy a riempire lo schermo in un finale che riporta alla mente quello di Luci della città e in cui all’incertezza del futuro si contrappone una consapevolezza matura della necessità di aprirsi al mondo su basi di condivisione responsabile. Tracy è il futuro come lo immagina Allen (sarà interessante vederne le ulteriori letture in Mariti e mogli e in Tutti dicono I Love You): una donna completa in cui la sessualità più libera non depaupera l’integrità ma la rafforza mutandola in consapevolezza di sé e del mondo. Tracy è ciò che Mary (che si nasconde dietro le parole, che vuole negare a se stessa l’evidenza dei propri sentimenti e che è in analisi senza alcun risultato) non potrà mai essere. Con lei, volto speculare di una Manhattan alleniana in cui ancora non avvengono misteriosi omicidi ma in cui bellezza e cultura si fondono, si apre un nuovo spazio di riflessione sul senso del fare cinema che, per Woody, equivale a dire sul senso della vita.

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